Apr
28
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 28-04-2014

Continua da LA RABBIA PATOLOGIA (I parte)

La maschera della rabbia. Lo sguardo fisso e vitreo, le labbra strette o la bocca spalancata a disegnare un contorno quadrato, le sopracciglia ravvicinate che formano rughe verticali alla base della fronte, le mascelle rigide e impegnate in una sorta di morso. Questa è la maschera della rabbia, e si esprime attraverso la mimica umana in modo universale, cioè indipendente dalla cultura d’appartenenza, come ha scoperto Paul Ekman uno tra i più influenti psicologi della comunicazione. Una simile espressione compare ogni volta che ci arrabbiamo in virtù di un meccanismo inconscio e ancestrale. La “maschera della rabbia” abbruttisce il volto così da spaventare l’aggressore ed è servita a conservare la nostra specie finché le strutture sociali sono state primitive, mentre risulta per lo più inadeguata e disadattiva nell’attuale complessità emotiva e psicologica delle relazione umane. Infatti, chi si “arma” inconsapevolmente” di una simile difesa e mostra il volto violento e agguerrito produce nell’interlocutore un atteggiamento altrettanto aggressivo e un rifiuto comunicativo. Entrambe le conseguenze sono, nella maggior parte dei casi indesiderabili e dolorose perché impediscono una reale comprensione e la mediazione del conflitto.

Un esercizio sulla rabbia. Per comprendere quanto la rabbia patologica possa rovinare le nostre relazioni può essere utile il seguente esercizio. Vai davanti a uno specchio e chiudi gli occhi. Pensa intensamente a una persona o a una situazione che ti hanno fatto intensamente arrabbiare. Lascia che il tuo viso risponda all’emozione che stai evocando. Ora apri gli occhi e osserva attentamente l’espressione del tuo viso. Che sensazione ti trasmette? Prova a chiederti quali risposte può realisticamente suscitare nell’altro la tua “maschera della rabbia”? Ti sembra che rappresenti una reazione che facilita la risoluzione di conflitti o pensi che possa, inconsapevolmente, indisporre l’altro e impedirti di ragionare rendendo impossibile una soluzione al problema tra voi?
Ora richiudi gli occhi e concentrati sui muscoli del viso tesi e sull’emozione della rabbia. Prova a peggiorare volontariamente il senso di collera e, quindi, sforzati di corrugare ancora di più la faccia. Una volta raggiunto l’apice, distendi volontariamente l’espressione del tuo volto prestando attenzione a quali muscoli si “sciolgono” e alla sensazione che provi. Provi ancora la stessa rabbia? Probabilmente no. Prova a pensare alla persona o alla situazione che ti mettono in difficoltà ora che sperimenti un’emozione differente e noterai che, tenendo distesa la mimica facciale, riesci a pensare come maggiore lucidità, positività e fiducia al problema in questione.

Come domare la collera. Le briglie del cavallo imbizzarrito della collera sono la consapevolezza e la comunicazione empatica. La consapevolezza permette di riconoscere di essere soggetti a rabbia patologica e questo può essere un freno sufficiente. “Quando provo rabbia” probabilmente sto fraintendendo la situazione o le intenzioni dell’altro”, “Posso risultare veramente permaloso e offensivo e questo non è di certo un modo produttivo per affrontare i problemi”, “Io, in questo momento della mia vita fatico a mantenere la serenità e la lucidità necessarie per stare bene con me stesso e con gli altri” sono alcune delle possibile dighe che la consapevolezza può frapporre tra l’impulso dell’ira e una reazione più appropriata. L’epicentro di questa consapevolezza terapeutica consiste nella convinzione che la gran parte degli episodi di rabbia siano il frutto di percezioni errate, siano dati dalla tendenza a pensare che gli altri abbiano intenzioni negative e prevaricanti quando così non è. Allora, per domare la collera può essere utile provare, di volta in volta, a cambiare punto di vista su ciò che scatena reazioni aggressive e provare ad assumere la prospettiva dell’altra persona. In particolare, può servire chiedersi come possa sentirsi l’altra persona quando alziamo la voce, la insultiamo ed esibiamo la nostra “maschera della rabbia”; o ancora, può essere utile spostare l’attenzione sull’altro per interpretare ciò che prova realmente verso di noi. Sono esempi di empatia, ovvero della capacità di sintonizzarsi con le emozioni dell’altro e di ascoltarlo in modo autentico. Questa attitudine è carente in chi soffre di rabbia patologica ma può essere sviluppata.

La tecnica dei 10 secondi. “Conta sino a 10 prima di parlare” non è solo un luogo comune ma una strategia efficace nel controllo della rabbia. Forse 10 secondi sono pochi, meglio prendersi qualche minuto e, se necessario, allontanarsi fisicamente dalla situazione sino a che si avverte che la collera è placata. Un simile escamotage aiuta a rendersi conto di quanto la collera alteri la nostra percezione dei fatti e impedisca di agire in modo appropriato. Infatti, se impariamo a prenderci sistematicamente una pausa nel momento in cui avvertiamo la rabbia constateremo con facilità che recuperare il controllo è più facile di quanto non pensassimo e che così non dovremo più fare i conti con le conseguenze, a volte irreversibili, dei nostri insulti e delle nostre reazioni distruttive.

Apr
24
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 24-04-2014

Tra le emozioni umane, la rabbia è forse quella più arcaica ed è probabilmente una delle prime emozioni a presentarsi nello sviluppo degli individui. Si tratta di uno stato di attivazione dell’organismo in prossimità di una situazione o di una persona avvertiti come minacciosi o ostili ed èessenzialmente un meccanismo di difesa legato all’istinto di auto-conservazione dell’essere umano. Infatti, la rabbia è un’eredità dell’uomo primitivo perché ne ha garantito la sopravvivenza, tuttavia per l’uomo moderno costituisce una risposta in genere inadeguata alla complessità delle relazioni e dell’organizzazione sociale in cui è inserito.

 La “fabbrica” della rabbia. Non è un caso che la struttura anatomica responsabile della rabbia sia anche la parte più antica del nostro cervello, quella che abbiamo in comune con squali e alligatori. Questa struttura si chiama amigdala e ha le dimensioni di una nocciolina, eppure può scatenare emozioni in grado di sbaragliare il controllo delle aree cerebrali di formazione più recente, aree deputate al pensiero razionale e alla modulazione degli impulsi. Sin dalla più tenera infanzia, l’amigdala invia all’organismo informazioni di carattere emotivo legate alla presenza di minacce per la sopravvivenza e attiva risposte difensive rispetto a un pericolo percepito. L’amigdala è una struttura deputata a garantire una pronta reazione di attacco o di fuga utili a preservare l’incolumità dell’organismo perciò, tra altre emozioni “fabbrica” la rabbia ogni qualvolta “capta” all’esterno situazioni o persone potenzialmente dannosi. Il problema è che, senza una opportuna e calibrata mediazione delle parti del cervello più evolute (la corteccia pre-frontale), l’amigdala può comportarsi come un antifurto malfunzionante e dare luogo a reazioni distruttive e inappropriate, a  esplosioni deflagranti dell’irrazionalità che fanno  erroneamente apparire ostili o cattive circostanze e persone vicine, tramutandole in bersagli da distruggere.

Le conseguenze della rabbia. La rabbia incontrollata può devastare relazioni personali e professionali, impedire l’affermazione di se stessi, influire sulle nostre scelte e inibire quelle “buone per noi” mentre ci sprofonda nell’abisso della solitudine e dell’insoddisfazione. Ciò avviene perché, quando non è opportunamente riconosciuta e contenuta come una disfunzione, come una reazione abnorme, la rabbia diventa totalizzante: annebbia il senso di realtà e altera la nostra capacità di distinguere gli amici dai nemici e mina le fondamenta della nostra identità. Inoltre, poiché il meccanismo della rabbia è transitorio come un’onda anomala ed è simile a una brutta sbornia, presto si recupera la lucidità sufficiente per constatare la distruzione di cui siamo stati gli autori … in molti casi, purtroppo, è già tardi per porvi rimedio. Ma si può sempre ricominciare da capo.

 Le radici della rabbia. La rabbia patologica è sempre collegata a un senso di profonda inadeguatezza, di impotenza e di fragilità che è germogliato sin dall’infanzia quando i genitori o altre figure affettivamente significative si sono mostrati discontinui, depressi o inadeguati, a propria volta conflittuali o cristallizzati in ruoli rigidi e freddi nei confronti del bambino. Si può dire che isemi di questa emozione detonante e radioattiva vengono da un sentimento antico di esclusione e di inferiorità avvertito nel corso dei primi anni di vita e coltivato ininterrottamente nelle esperienze successive. Ciò non vuol certo dire che il nostro passato ci “condanna”. Lunica cosa che ci condanna davvero è linconsapevolezza e il rifiuto di riconoscere che una parte di noi fa il bello e il cattivo tempo (soprattutto il cattivo) e, tempesta dopo tempesta, erode le nostre conquiste e annienta la nostra vita.

Combattere il Vero Nemico. Si può cambiare. Come esseri umani abbiamo la straordinaria capacità di fronteggiare e risolvere gran parte dei problemi psicologici, a condizione di imparare a riconoscere in modo nuovo, emozionante e originale il “vero nemico” che lo ha generato e che pilota il mostro della rabbia come un dispositivo bellico fuori controllo. Quale parte di noi ha scatenato quella reazione distruttiva che, oggi, ci sembra assurda e verso cui nutriamo un tormentoso senso di colpa? Qual è stata, davvero, l’utilità di quelle intemperanze? Quali risultati hanno prodotto i nostri eccessi lungo l’intero corso della nostra vita? Quando ci siamo sentiti arrabbiati per la prima volta? E, in particolare, che cosa possiamo fare per impedire che accada di nuovo?

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