Giu
24
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 24-06-2017


******* Nel 1954 un genio assoluto dei nostri tempi si suicidò mordendo una mela imbevuta d’arsenico.

Alan Turing, matematico e crittografo inglese, è riconosciuto oggi come l’inventore e il precursore dell’informatica e dell’intelligenza artificiale. Ma è anche ricordato perché giocò un ruolo decisivo nella sconfitta dei nazisti ideando una macchina capace di decodificare le comunicazioni militari segrete tedesche e, per questo, può essere definito un eroe.
Senza Turing l’orrore della svastica e dei lager sarebbero proseguiti mietendo altri milioni di vittime o forse non sarebbero mai finiti.

Eppure morì, svergognato e umiliato perché omosessuale. Continua con la lettura »

Ago
18

L’autostima è una delle dimensioni portanti della personalità, pur essendo una qualità variabile e spesso instabile nell’arco di vita di ogni individuo. L’autostima può essere definita come la capacità di apprezzare se stessi intrinsecamente, l’attitudine ad apprezzare il proprio valore sapendo tuttavia riconoscere mancanze e limiti personali in modo realistico e senza colpevolizzarsi eccessivamente: 

  • Chi ha autostima sa premiarsi quando riesce negli obiettivi della vita e sa riflettere sui propri errori quando “fallisce”; sa darsi il tempo per riprendersi e per cambiare strategia; è flessibile e, insieme, perseverante.
  • Chi ha autostima, ha dimestichezza col giudizio di sé, sa modularlo quando si fa troppo severo o intransigente, ed è capace di assegnare all’opinione altrui il giusto valore, sapendo evitare il condizionamento del pregiudizio e dagli stereotipi sociali.
  • Chi ha una buona autostima procede a testa alta attraverso situazioni nuove o difficili, affronta le proprie fragilità senza drammatizzarle e, anzi, impara ad amare ciò che lo contraddistingue come essere umano unico e irripetibile, anziché insultarsi e incespicare ad ogni esitazione o cedimento.

 

Le tante caratteristiche positive dell’autostima la rendono un elemento centrale nell’acquisizione e nel mantenimento dell’equilibrio psicologico. Bassi livelli di autostima sono infatti correlati ai principali disturbi psicologici come la depressione, il panico e l’ansia, e si presentano di frequente associati a situazioni e vissuti di fallimento professionale o sentimentale.

Per William James, pioniere in quest’ambito, l’autostima è il frutto dell’integrazione di più elementi: ciò che vorremmo essere, ciò che siamo e ciò che il mondo esterno -in particolare i genitori e la famiglia- si aspettano che dovremmo essere e fare nella vita. Quando l’immagine di sé ideale viene attivamente frustrata o si scontra traumaticamente col reale, col sé reale fatto di limiti realistici e denso di una propria spinta realizzativa e col sistema delle aspettative esterne, l’autostima può risultare indebolita. Più l’idea di come si vorrebbe essere diverge da ciò che si è, più la valutazione della propria identità si abbassa, con conseguenze esistenziali di entità variabile.

Per comprendere l’importanza dell’autostima è importante sapere che l’immagine che comunichiamo al mondo esterno tende a essere convalidata e amplificata dalle percezioni degli altri. Perciò, qualcuno che trasmette un giudizio e negativo, incerto o svalutante su stesso e sulle proprie capacità e qualità, riceverà input congruenti con la sua convinzione negativa. Viceversa, chi veicola una buona opinione di sé e dimostra di puntare per primo su se stesso con fiducia e dterminazione, otterrà, tendenzialmente, dal contesto sociale conferme positive e maggiori chance.

Il grado di autostima di una persona non é un dato biologico o costituzionale ma il risultato delle modalità con cui l’individuo, sin dall’infanzia, interpreta, elabora e valuta l’efficacia delle sue azioni e delle sue decisioni in ambito affettivo, scolastico, sociale, professionale e sentimentale. Un approccio rigido e intransigente e attese irrealistiche nei confronti di se stessi e degli altri, maturati nei primi anni di vita – e ,comunque, entro l’adolescenza -, possono sfociare in un disturbo dell’autostima.

Ritiro sociale, dipendenza dal giudizio altrui, timore degli altri, diffidenza eccessiva, scarsa iniziativa e pessimismo sono i tratti più frequenti della persona con bassa autostima, accompagnati da atteggiamenti aggressivi, di condanna “marziale” nei confronti del mondo, spesso mascherati da verbose intelletualizzazioni o da inappellabili rifiuti verso persone, situazioni o cose che, in un modo o in un altro, esprimono gioia, convinzione, ottimismo e speranza.

Nella formazione di un primo nucleo dell’autostima può essere fondamentale il modo in cui i genitori hanno valorizzato, protetto, rassicurato il bambino convalidando i suoi successi e confortandolo nei fallimenti. I bambini cresciuti in un clima incoraggiante, in cui la “quantità dell’amore” ricevuto non sia funzione esclusiva della sottomissione alle aspettative familiari, partono avvantaggiati nella costruzione di un sé positivo e resiliente.

Un altro contributo importante che getta le basi per un livello adeguato di autostima in età adulta dipende dal contesto educativo, dal modo in cui insegnanti, professori o istruttori sportivi sanno promuovere le capacità del bambino e lo aiutano ad accettare le sue differenze dagli altri, sia quando ottiene prestazioni buone o eccellenti che quando, pur faticando, non raggiunge buoni risultati.

L’autostima non è una qualità innata, né ereditaria: superata l’età dello sviluppo, è un lavoro che richiede impegno e consapevolezza e rispetto per se stessi; un lavoro che ci accompagna in ogni fase della vita, una responsabilità che si rinnova ad ogni sfida professionale e personale, e può evolversi positivamente o negativamente, a seconda di quanto apprendiamo a respingere i pensieri negativi, ad affrontare crisi transitorie e a cambiare ogni volta che è necessario, anziché persistere su ruoli, relazioni, situazioni, frustranti e inappaganti.

Lug
28
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 28-07-2014

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Il tradimento in amore è tra le principali cause della sofferenza di coppia ed è spesso motivo di separazioni dolorose. I valori della fedeltà e dell’appartenenza reciproca sono alla base dello sviluppo di una relazione sentimentale e possono essere considerati tra i più importanti fattori di solidità del rapporto, insieme all’impegno, alla complicità e alla passione. Così, quando uno dei partner stabilisce un altro legame di natura sessuale o affettiva fuori dalla coppia, evidenzia in realtà la crisi manifesta -o, più spesso silente -che precede l’incontro col “terzo incomodo”.

Sul piano psicologico e relazionale, il tradimento può essere interpretato come una compensazione di carenze percepite dall’individuo all’interno della relazione elettiva, come un maldestro tentativo di realizzare o di riguadagnare un senso di pienezza mai raggiunto o perduto col/con la partner.
Al di là del comune buon senso, che stigmatizza il traditore come un distruttore immorale e un eretico dell’Amore, bisogna osservare che, in molti casi, la ricerca di un’alterativa “segreta” alla coppia si costituisce come l’espressione di un sintomo, dove la “malattia” si è già radicata nell’abitudine, nella ritualità, nell’insofferenza e nella scontatezza in cui evolvono troppi amori.
Ci dimentichiamo che le relazioni sentimentali si evolvono in due fasi: quella dell’innamoramento e quella dell’amore, e che sono pochissime quelle che superano incolumi l’interfaccia innamoramento/amore, e che proseguono negli anni stabili e soddisfacenti.

Durante la fase di innamoramento, l’euforia dei partner rasenta la fusione, ed è una sensazione meravigliosa, corroborata da precise risposte neuropsicologiche, come il rilascio di ossitocina, che favoriscono quello stato di meravigliosa sospensione onirica, di appagamento assoluto, che contraddistingue l’inizio di ogni relazione sentimentale potenzialmente valida. Ma il tempo dell’innamoramento è realisticamente limitato ai primi due anni, o spesso è nell’ordine di un semestre, dopo di che la coppia si misura con la necessità di coltivare il rapporto, di condividere valori, progettualità e visioni del futuro per non sprofondare nella stanca e affannosa riproposizione degli schemi della prima fase. Quando la coppia “si blocca” nell’innamoramento o si cimenta nell’amore senza aver risolto con chiarezza ed efficacia le questioni riguardanti il futuro, i rapporti con gli amici e le famiglie d’origine, la sessualità, i soldi e le proprietà, la gestione dei figli, del tempo e del lavoro, il tradimento diventa molto probabile.

Nel tradimento, gli uomini e le donne sembrano distinguersi. Le donne tendono a fantasticare, il loro è nella gran parte dei casi un trasporto sentimentale, l’idea di una fuga romantica. Gli uomini, invece, rispondono all’insoddisfazione di coppia prevalentemente attraverso la sessualità; si dimostrano più propensi delle partner al tradimento fisico che di rado corrisponde, nella percezione maschile, a un tradimento emotivo. Poi, ci sono uomini che tradiscono con la “testa” e non fanno sesso ma coltivano arabeschi amorosi, bianchi, con amiche o conoscenti e, viceversa, donne che tradiscono col sesso, in una infinità di sfumature possibili.

Tradimenti equivalenti. Dunque,  si può parlare di almeno due tipologie di tradimenti: il tradimento romantico e il tradimento erotico. Sono equivalenti, anche se può essere difficile riconoscerlo, e intervengono quando la coppia ha perso il suo fascino o è diventata, su uno o più livelli, noiosa, procedurale, normativa, nervosa, limitante o direttamente repressiva.
Il vissuto del “tradito” e del “traditore” non a caso coincidono: colpa, vergogna, rabbia, sentimenti di offesa e di trascuratezza, di abbandono e di deprivazione emotiva. Sempre puntati, l’uno contro l’altro come le rivoltelle di un duello iniziato molto tempo prima.

Nella conflittualità della coppia infedele, il tradimento sessuale assume sempre i contorni peggiori, rispetto al tradimento sentimentale, e diventa imperdonabile nella misura in cui i partner lo designano come un fatto individuale e non come sintomo della coppia.
In realtà, dove c’è il tradimento l’amore è ferito, quando il tradimento avviene, l’amore è in discussione. Che sia un fatto “di cuore” o di “sesso”, il tradimento è un argomento di cui, prima di tutto, è opportuno parlare tra sé e sé, anziché di rovesciarlo sulla o sul partner, se davvero si vuole preservare il legame.

Lug
10
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 10-07-2014

All’opinione pubblica già asfissiata dall’ovvio imperante, permeata di luoghi comuni, di stereotipi sociali e di insensibilità culturale non mancavano di certo le sedicenti “Sentinelle in Piedi”.

Le abbiamo viste esibirsi nel gioco delle belle statuine proprio ieri, al Bastione di Cagliari, ceree, esigue e sparute, con l’intento superfluo e anacronistico di vegliare -cito testualmente dal sito- sulla “libertà d’espressione e per la tutela della famiglia naturale fondata sull’unione tra uomo e donna”.

La coreografia del manifesto al qualunquismo e al conformismo spinto, già portato in scena in altre piazze italiane (con una partecipazione infinitesimale), prevede che le “vedette” del benpensare si dispongano in file parallele e stiano ritte in piedi con un libro in mano.

L’intento sarebbe quello di protestare contro le unioni omosessuali e le adozioni gay, stigmatizzate come la peste bubbonica, la nemesi dell’evoluzione culturale, e, udite udite, la pandemia che distruggerà l’uomo e la società tutta.

L’esito è quello di un rituale tetro e sconfortante, così sconfortante da strappare un sorriso, come succede solo quando l’assurdo incontra il ridicolo.

Ma che cosa leggono le “Sentinelle in piedi?” Sono un curioso per professione e non posso fare a meno di chiedermi che cosa leggano le sentinelle in piedi, quale sia la “cultura” che impugnano a sostegno della loro grottesca rivendicazione. Me lo domando, dato che una parte consistente e fondamentale dei libri di scienza e d’arte, è, a memoria d’uomo, opera di intellettuali omosessuali, persone che di certo non hanno depredato l’umanità ma la hanno enormemente arricchita, anche in tempi in cui la società ne decretava d’ufficio la segregazione, l’esilio o la morte (vedi la storia di Alan Turing, inventore dell’informatica).

Allora, che cosa sono i libri branditi in silenziosa protesta da questi inquietanti manichini morali? Lo vorrei sapere. E poi, vorrei sapere che cosa dovremmo fare, secondo questo “movimento”, del contributo che le persone omosessuali danno da sempre alla società col loro lavoro, con le loro tasse, con la loro stessa esistenza? Dovremmo continuare a negarne i diritti? Dovremmo pensare ai gay come vassalli, come contribuenti sottomessi alla causa “sacra” e “naturale” della famiglia basata sull’unione eterosessuale?

Non è dato conoscere con precisione il pensiero delle “Sentinelle in Piedi”, tolti gli slogan, di livello cabalistico, che presentano sul loro sito web, perché in realtà tacciono. E questo silenzio, che potrebbe sembrare pacifico, implica invece supponenza e disprezzo, negazione del confronto, volontà di simmetria, integralismo morale.

Come dire: “Non c’é altra verità, oltre alla nostra”, “Noi vigiliamo su un dato di fatto”, “Non c’è proprio nulla da aggiungere”.

Un messaggio così strafottente, di pura inciviltà, stona col “basso profilo” esibito da questa militanza omofoba e maldestra.

Il diritto di negare un diritto. Le “Sentinelle in piedi” affermano di “vegliare” sulla libertà di opinione e di pensiero, invece vigilano sul “diritto” di alienare i diritti di altri che non somigliano loro. Vegliano per proteggere e diffondere l’ignoranza, l’arroganza, il qualunquismo conformista e irrealistico da cui altri Paesi si sono già liberati , legiferando con fermezza e con soddisfazione.

Vegliano, ma in realtà dormono di un sonno così profondo che li fa sembrare zombie venuti da un al di là inquisitorio, persecutorio e discriminatorio.  Evidentemente, i lumi della ragione e della scoperta scientifica, oltre che del buon senso, non li hanno raggiunti , né risvegliati.

Come psicoterapeuta e come essere umano, mi batto ogni giorno in prima persona con le conseguenze psicopatologiche e psichiatriche di un’educazione affettiva e sessuale ignorante, sessuofoba e intransigente, mi confronto con la sofferenza causata dall’inumanità, dalla irrazionale imposizione aprioristica di quei “valori” propugnati in modo tautologico dalle “Sentinelle in piedi” e non solo. Convivo con molti modelli di famiglia, e so che la loro salute non dipende dal sesso dei genitori. Ogni giorno, sperimento i limiti, a volte gravissimi, della cosiddetta “famiglia tradizionale”, che sono pronto a comprendere e formato ad aiutare, nella consapevolezza che non sia l’unico mondo possibile.

Per questo, sento di esprimere il mio parere e di rivendicare a mia volta il mio diritto alla libertà di espressione e di parola, ma parlando, argomentando, mettendoci la faccia.

Ritto in piedi, col mio blog in mano.

A Cagliari erano 110,  circa un pugno di mosche. Ma, si sa, le mosche proliferano in fretta, soprattutto nella materia deteriore della tautologia e dell’ignoranza. Occhio dunque, state tutti in piedi con un libro in mano. Potrebbe servire a scacciare le mosche, ma, almeno voi, leggetelo. 

Enrico Maria Secci, Blog Therapy

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Apr
18
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 18-04-2014

La solitudine è all’apparenza un concetto semplice, una condizione data dalla mancanza di compagnia o, più in generale, dalla privazione della socialità. Solo è chi non conosce persone di riferimento, chi non ha amici e chi non saprebbe su chi contare in un momento di necessità. Quando si pensa alla solitudine ci si riferisce istintivamente alla sua dimensione oggettiva, ovvero alla reale assenza di legami significativi. Così, per esempio, è comune riferirsi a qualcuno che non abbia un partner come a una persona sola, espressione che tradisce una certa commiserazione.

La solitudine è abitualmente associata alla tristezza e alla paura, è percepita come l’indesiderabile e sfortunato destino di qualche conoscente e di molti sconosciuti che orbitano sperduti oltre la linea traslucida e rassicurante della normalità. Nel suo significato più concreto, è un sentimento che attribuiamo agli altri ma è anche il fantasma da cui sfuggiamo e ci difendiamo riparandoci nelle relazioni sociali, talvolta senza riflettere sulla qualità dei nostri rapporti.

I “soli” e i “non-soli”. Lo stigma sociale apposto sulla solitudine è tale da indurre molte persone a scelte amicali o sentimentali poco o per nulla appaganti, pur di assicurarsi un posto nella schiera dei “non-soli”. Il timore, a volte inconsapevole, di restare isolati, ovvero di passare del tempo in esclusiva compagnia di se stessi, può paradossalmente precipitare intere esistenze in un limbo affollatissimo di succedanei interpersonali, di pseudo-amici e di pseudo-amori, con la sola scaramantica funzione di evitare la vituperata solitudine.

In questo modo, per risolvere il problema della solitudine oggettiva si crea e si alimenta un altro problema: la solitudine soggettiva. Si è soggettivamente soli quando, pur stando in mezzo alla gente, agli amici o col partner si avverte un senso pervasivo di insoddisfazione, si sperimenta un’inquietudine strana, prossima alle lacrime; quando il nostro mondo sociale inizia ad apparire come un collage malamente appiccicato sul piano continuo dell’insofferenza, della noia e della finzione, quando la routine e la quotidianità si susseguono senza gioia.

La solitudine soggettiva. La solitudine soggettiva è una landa più cupa e desolata dell’isolamento che prova chi, suo malgrado, abbia perso i suoi affetti nel corso della vita, come accade nel caso di lutti o, transitoriamente, si verifica tra gli emigrati o i profughi. Questi ultimi subiscono una circostanza e, anche se con molta fatica, possono adattarvisi e poi muoversi alla ricerca di chi possa modificare la loro condizione. Chi è soggettivamente solo, invece, é parte attiva e responsabile di un intrico di non detti, di rapporti di facciata e di cammouflage sentimentali di cui, tra corsi e ricorsi, finisce per sentirsi ostaggio e in cui continua a identificare gli unici riferimenti affettivi possibili.

Mausolei virtuali. Un riflesso abbagliante della solitudine soggettiva è l’abuso dei social-network e delle chat, dove si instaurano veri e propri cimiteri relazionali, con un loculo virtuale e una foto per ciascuno; strumenti il cui utilizzo può diventare inversamente proporzionale all’autenticità della persona e dei suoi legami. Chi si sente soggettivamente solo, spesso se ne vergogna e nutre un senso di colpa nei confronti di quelli che ha assurto ad amici o verso il partner. Tende di conseguenza a protrarre la finzione e a promanare, anche via facebook, un’immagine di sé conforme al sistema in cui in realtà si percepisce alieno, stanco e incompreso. Nulla è più straniante che simulare partecipazione, dimostrare stima e fingere una qualche risonanza emotiva con quelli che, alla fine, ignorano la nostra solitudine sostanziale.

Un terza solitudine. Ma esiste una terza accezione della solitudine, quella di chi non respinge né camuffa la propria identità e integrità e vive per un certo periodo la propria vita tra sé e sé, e si concede il lusso di intrattenersi quasi esclusivamente con la propria presenza del suo essere umano. C’é chi coltiva la propria individualità, familiarizza con le contraddizioni interiori, fa a pugni con la paura di restare da solo, sfida il tabù dell’isolamento sociale. Impara a dire di no e a dire “grazie”, a dare e ricevere incondizionatamente e a riconoscersi un valore senza elemosinare e senza conformarsi ai rituali appresi, che impongono di avere ad ogni costo amici, mariti, mogli, figli, quali che siano, purché li si abbia.

Questa solitudine terza rispetto alla solitudine oggettiva e a quella soggettiva, può rappresentare un momento catartico, produrre un’auto-consapevolezza in grado di attivare nuovi meccanismi relazionali e di realizzare, selettivamente, una vita sociale finalmente appagante.

Una condizione che soddisfa questa diversa, in qualche modo eretica, visione di se stessi nel mondo é quella di fare ordine e pulizia, saper lasciare chi, seppure involontariamente, ci vincola e ci deprime e impegnarsi a sciogliere la catena di credenze negative e di sensi di colpa che, molto spesso, affollano l’universo dei “non-soli”.

Mar
27
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 27-03-2014

Per diventare psicoterapeuti occorrono dai 9 ai 10 anni, una gestazione lunghissima, ammesso che si rimanga ‘in corso’ nel lungo e accidentato iter che porta alla certificazione che abilita all’esercizio della psicoterapia. Oltre alla laurea in psicologia quinquennale, bisogna svolgere un primo tirocinio di 12 mesi presso una struttura pubblica o accreditata, sottoporsi a 4 prove per superare l’esame di Stato e conquistare così il titolo di ‘psicologo’.

Bruchi e farfalle. Ma non basta, perché lo psicologo che vuole diventare psicoterapeuta é solo a metà percorso, un po’ come un bruco nello stadio evolutivo intermedio di ‘pupa’ che ambisce ad essere farfalla. Proprio così: cinque anni più il tirocinio, più l’esame di Stato sono solo un assaggio dell’addestramento previsto per chi voglia intraprendere questa professione a proprio rischio e pericolo. Un aspirante psicoterapeuta deve affrontare 4 o 5 anni di scuola di specializzazione universitaria o equiparata dal Ministero dell’Università e della Ricerca con esami, tesine annuali, tesi finale, centinaia di ore di tirocini non retribuiti e altrettante ore di supervisione individuale e/o in gruppo con un terapeuta esperto (il didatta). Tutte le spese relative alla formazione sono a carico dello specializzando, più lonere dei libri e delle trasferte e, quando non sono inclusi nella retta della Scuola, i costi della psicoterapia individuale e della supervisione.

Tasse, casse e oneri. Terminato il calvario dello studio e dell’esborso a quattro zeri arriva il diploma e l’annotazione all’Albo e si è teoricamente pronti per intraprendere la professione. Già, teoricamente, perché, vuoi per un difetto accademico della formazione, vuoi per lingenuità dellapprendista terapeuta che dopo tanta fatica si aspetterebbe di lavorare (forse non a torto, direi), si presentano sin da subito nuovi ostacoli: collocarsi nel mondo del lavoro, aprire uno studio, accogliere i pazienti con effettiva professionalità e mettere a frutto lapprendimento conseguito.

In tutto questo, è importante ricordare che le incombenze fiscali, il commercialista, la quota annuale all’Ordine degli Psicologi e alla “cassa previdenziale” Enpap (balzata di recente all’onore delle cronaca per la sua proverbiale inefficienza) partono automaticamente dall’iscrizione all’Albo degli Psicologi, ben quattro anni prima del completamento della fatidica specializzazione.

Tanto basta, e ho solo raccontato qualcosa – ci sarebbe molto altro -, per comprendere la complessità a tratti perversa e scoraggiante di un sistema formativo spietato. Credo che sia fondamentale diffondere la consapevolezza sociale che gli psicoterapeuti siano professionisti sanitari altamente specializzati e gente molto motivata per aver scelto un percorso così incerto e accidentato. Inoltre, è importante che gli studenti in psicologia e gli specializzandi in psicoterapia sappiano da subito e in modo esatto che cosa li aspetta. Perché è facile sognare di “essere Freud”, meno intuitivo – anche a causa del “sistema” avaro di insegnamenti davvero pratici – comprendere che c’è un grande lavoro da fare prima della specializzazione: scrivere, pubblicare, assumersi la responsabilità dei primi pazienti e promuovere la propria attività senza adagiarsi nellillusione che il diploma trasformerà psicologi disoccupati in terapeuti affermati.

Mar
24
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 24-03-2014

Il fascino dell’aforisma è insito nella sua etimologia. Aforisma deriva dal greco aphorismós e vuol dire “definire l’orizzonte”, da apó (delimitare, confinare) e da horízein (orizzonte). “Definire l’orizzonte” è, già in sé, un’espressione meravigliosa e ricca di significati.

L’aforisma colpisce, indigna, brucia, accarezza, coccola, ironizza, spaventa, sorprende. Fedele alla sua radice linguistica, delimita e ridefinisce l’universo umano con la sola pretesa di esplorarlo e di tradurlo in termini nuovi, in modo da prospettare orizzonti creativi e contro-intuitivi per favorire la consapevolezza e il cambiamento positivo.

Da sempre, il tema centrale degli aforismi è l’uomo, l’uomo inteso come essere umano in tutte le sue parti e compreso nella sua essenza psicologica, emotiva ed esistenziale. Quindi, non è un caso che la più antica raccolta di aforismi, che risale al 400 avanti Cristo, sia l’opera del medico più celebrato di tutti i tempi: Ippocrate. Anche se le proposizioni di Ippocrate si concentravano soprattutto sulla diagnostica e prognostica medica condensate in forme aforistiche, alcuni suoi pensieri sono rimasti nella storia come moniti imprescindibili nella cura e nella terapia, tanto da costituirsi come una prima, robustissima radice, dell’utilizzo psicoterapeutico degli aforismi.

L’arte di delimitare orizzonti. In tempi moderni, l’aforisma è “una breve massima che esprime una norma di vita o una sentenza filosofica […]” (Zingarelli, 2008). Ma questa sintetica definizione contiene pochissima sostanza, se si pensa che almeno dal ‘500 i pensatori più sofisticati e gli scrittori più significativi si sono cimentati nell’arte di “delimitare l’orizzonte” e che le loro parole ancora riecheggiano, citate o proposte in un effluvio pressoché costante di “Mi piace” su Facebook.

Una tecnica comunicativa rivoluzionaria. Le massime di Le Rochefoucauld e di Novalis, tra il ‘700 e l’800, lo Zibaldone di Giacomo Leopardi e, procedendo a grandissimi passi, l’acme aforistico di Nietzsche 
nel “Crepuscolo degli Idoli” con le loro illuminazioni, i loro frammenti, le loro sentenze e quelle provocazioni caustiche e paradossali tipiche dell’aforista geniale hanno fondato e consolidato più che un genere letterario una tecnica di comunicazione innovativa ed efficacissima.

Tre ondate di aforismi. La prima ondata di aforismi abbastanza potente da raggiungere una parte significativa della popolazione e incidere davvero sul senso sociale, etico e morale di tanti, è arrivata nel ‘900 come un’alluvione nel deserto. Per esempio, con la precisione balistica dei suoi pensieri, Oscar Wilde ha prodotto un cambiamento fondamentale nella “moralità” inglese ed europea.

Una seconda ondata di aforismi, si è propagata con l’editoria di massa grazie alla quale il grande pubblico ha potuto apprezzare il pensiero, altrimenti elitario, di figure come Karl Krauss e Leo Longanesi, Kahlil Gibran e Franz Kafka, Alessandro Morandotti, Alda Merini e Cesare Pavese.
La terza ondata aforistica è quella dei nostri giorni: l’aforisma subissa i social-network, li invade a livello alluvionale. Ciò che prima si apprendeva sfogliando un libro e, prima ancora costituiva il segreto poetico di una élite, oggi è appannaggio dell’internauta più distratto. E ben venga.

Con gli occhi di oggi, l’imperatore Marco Aurelio -tra il 120 e il 180 avanti Cristo- potrebbe essere visto come un vero e proprio antesignano di Twitter. Le sue riflessioni sull’uomo e sul senso dell’esistenza umana oggi potrebbero diventare magnifici e magnetici Tweet.

L’inarrestabile diffusione dello stile aforistico si spiega, almeno in parte, con la sua apparente semplicità, con la genuinità che attribuiamo alle frasi brevi, alle parole elementari. Perché in un mondo di slogan e di claim pubblicitari che depersonalizzano e sterilizzano, che massificano e standardizzano, si ha sempre più bisogno di un antidoto, di una formula intelligente, di un concentrato emozionale che ispiri equilibrio, emozioni buone, soluzioni emotive.

I “virus buoni”. Un concetto che Leopardi, Saint-Exupéry o D’Annunzio, e altri aforisti celebri avrebbero amato infinitamente è quello della “viralità” di un contenuto culturale. Perché loro sono stati e sono “viralissimi” (o vitalissimi?) al di là delle loro intenzioni e, probabilmente, senza neppure essersi mai interrogarti sul perché i loro pensieri potessero affascinare e penetrare così a fondo il pensiero altrui, sino a modificarlo.

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Ott
21
Filed under (Argomenti vari) by Enrico Maria Secci on 21-10-2007


 

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Ott
16

Oltre quattromila accessi nel primo mese di attività, decine di e-mail di richiesta d’aiuto o di informazioni, diverse richieste di consulenza individuale in studio… Tutto ben oltre le aspettative inziali. Continuerò a scrivere i post di informazione e ad aggiornare il blog. Mi raccomando, usate lo spazio dei commenti anche per chiedere approfondimenti o articoli su temi specifici!

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Ott
16
Filed under (Argomenti vari) by Enrico Maria Secci on 16-10-2007

La psicoterapia ha molti detrattori e chi si impegna in un percorso di cambiamento deve prepararsi all’idea che tra i più efficienti, insistenti e feroci nemici della sua guarigione saranno proprio parenti ed amici stretti. Proprio le persone più vicine al paziente, quelle che in presa diretta vivono i suoi problemi e i suoi sintomi non di rado -inconsapevolmente, s’intende- si trasformano nei più tenaci alleati del Problema. Già in terza seduta abbozzano commenti come "Ma la terapia ti serve?" quando non affermano con veemenza "La terapia non ti serve a nulla! Dillo al Dottore!", oppure attaccano frontalmente il paziente non appena sembra star meglio: "Ma cosa credi? Ora che fai la terapia sai tutto tu?".

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