Lug
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Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 28-07-2014

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Il tradimento in amore è tra le principali cause della sofferenza di coppia ed è spesso motivo di separazioni dolorose. I valori della fedeltà e dell’appartenenza reciproca sono alla base dello sviluppo di una relazione sentimentale e possono essere considerati tra i più importanti fattori di solidità del rapporto, insieme all’impegno, alla complicità e alla passione. Così, quando uno dei partner stabilisce un altro legame di natura sessuale o affettiva fuori dalla coppia, evidenzia in realtà la crisi manifesta -o, più spesso silente -che precede l’incontro col “terzo incomodo”.

Sul piano psicologico e relazionale, il tradimento può essere interpretato come una compensazione di carenze percepite dall’individuo all’interno della relazione elettiva, come un maldestro tentativo di realizzare o di riguadagnare un senso di pienezza mai raggiunto o perduto col/con la partner.
Al di là del comune buon senso, che stigmatizza il traditore come un distruttore immorale e un eretico dell’Amore, bisogna osservare che, in molti casi, la ricerca di un’alterativa “segreta” alla coppia si costituisce come l’espressione di un sintomo, dove la “malattia” si è già radicata nell’abitudine, nella ritualità, nell’insofferenza e nella scontatezza in cui evolvono troppi amori.
Ci dimentichiamo che le relazioni sentimentali si evolvono in due fasi: quella dell’innamoramento e quella dell’amore, e che sono pochissime quelle che superano incolumi l’interfaccia innamoramento/amore, e che proseguono negli anni stabili e soddisfacenti.

Durante la fase di innamoramento, l’euforia dei partner rasenta la fusione, ed è una sensazione meravigliosa, corroborata da precise risposte neuropsicologiche, come il rilascio di ossitocina, che favoriscono quello stato di meravigliosa sospensione onirica, di appagamento assoluto, che contraddistingue l’inizio di ogni relazione sentimentale potenzialmente valida. Ma il tempo dell’innamoramento è realisticamente limitato ai primi due anni, o spesso è nell’ordine di un semestre, dopo di che la coppia si misura con la necessità di coltivare il rapporto, di condividere valori, progettualità e visioni del futuro per non sprofondare nella stanca e affannosa riproposizione degli schemi della prima fase. Quando la coppia “si blocca” nell’innamoramento o si cimenta nell’amore senza aver risolto con chiarezza ed efficacia le questioni riguardanti il futuro, i rapporti con gli amici e le famiglie d’origine, la sessualità, i soldi e le proprietà, la gestione dei figli, del tempo e del lavoro, il tradimento diventa molto probabile.

Nel tradimento, gli uomini e le donne sembrano distinguersi. Le donne tendono a fantasticare, il loro è nella gran parte dei casi un trasporto sentimentale, l’idea di una fuga romantica. Gli uomini, invece, rispondono all’insoddisfazione di coppia prevalentemente attraverso la sessualità; si dimostrano più propensi delle partner al tradimento fisico che di rado corrisponde, nella percezione maschile, a un tradimento emotivo. Poi, ci sono uomini che tradiscono con la “testa” e non fanno sesso ma coltivano arabeschi amorosi, bianchi, con amiche o conoscenti e, viceversa, donne che tradiscono col sesso, in una infinità di sfumature possibili.

Tradimenti equivalenti. Dunque,  si può parlare di almeno due tipologie di tradimenti: il tradimento romantico e il tradimento erotico. Sono equivalenti, anche se può essere difficile riconoscerlo, e intervengono quando la coppia ha perso il suo fascino o è diventata, su uno o più livelli, noiosa, procedurale, normativa, nervosa, limitante o direttamente repressiva.
Il vissuto del “tradito” e del “traditore” non a caso coincidono: colpa, vergogna, rabbia, sentimenti di offesa e di trascuratezza, di abbandono e di deprivazione emotiva. Sempre puntati, l’uno contro l’altro come le rivoltelle di un duello iniziato molto tempo prima.

Nella conflittualità della coppia infedele, il tradimento sessuale assume sempre i contorni peggiori, rispetto al tradimento sentimentale, e diventa imperdonabile nella misura in cui i partner lo designano come un fatto individuale e non come sintomo della coppia.
In realtà, dove c’è il tradimento l’amore è ferito, quando il tradimento avviene, l’amore è in discussione. Che sia un fatto “di cuore” o di “sesso”, il tradimento è un argomento di cui, prima di tutto, è opportuno parlare tra sé e sé, anziché di rovesciarlo sulla o sul partner, se davvero si vuole preservare il legame.

Lug
02
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 02-07-2014

Il Disturbo Narcisistico di Personalità stava per essere cancellato dal DSM, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali. Se non fosse per l’accesa protesta dei clinici di tutto il mondo nella fase di redazione della quinta edizione della “bibbia della psichiatria”, l’eliminazione del narcisismo dai disturbi di personalità avrebbe significato una sorta di “indulto” scientifico del tutto ingiustificato.

L’omissione di una categoria così importante e critica come il narcisismo patologico dal DSM-V avrebbe indubbiamente complicato sia la diagnosi che il trattamento psicoterapeutico, ma soprattutto avrebbe compromesso la possibilità fondamentale di comunicare tra professionisti su un disturbo che la maggioranza degli psicoterapeuti incontra nella pratica quotidiana sia direttamente nei pazienti narcisisti che, indirettamente, nelle conseguenze delle loro azioni su altre persone, che si ammalano nella relazione col narcisista e chiedono aiuto.

A pagina 775 del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, fresco di stampa nella versione italiana edita da Raffaello Cortina Editore, ecco i criteri diagnostici del narcisismo patologico, non troppo dissimili da quelli già documentati nella quarta edizione:

 

  1. Ha un senso grandioso di importanza (per es., esagera risultati e talenti, si aspetta di essere considerato/a superiore senza un’adeguata motivazione).
  2. È assorbito/a da fantasie di successo, potere, fascino, bellezza illimitati, o di amore ideale.
  3. Crede di essere “speciale”‘e unico/a e di poter essere capito/a solo da, o di dover frequentare, altre persone (o istituzioni) speciali o di classe sociale elevata.
  4. Richiede eccessiva ammirazione.
  5. Ha un senso di diritto (cioè l’irragionevole aspettativa di speciali trattamenti di favore o di soddisfazione immediata delle proprie aspettative).
  6. Sfrutta i rapporti interpersonali (cioè approfitta delle altre persone per i propri scopi).
  7. Manca di empatia: è incapace di riconoscere o di identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri.
  8. È spesso invidioso/a degli altri, crede che gli altri lo/a invidino.
  9. Mostra comportamenti o atteggiamenti arroganti e presuntosi.

 

Nel complesso, gli indicatori diagnostici si aggregano in un pattern pervasivo di grandiosità, che costituisce l’elemento-chiave del profilo del narcisista patologico.

Il Manuale stima un’incidenza percentuale del disturbo sino al 6,2% nei campioni considerati rappresentativi della popolazione dall’indagine statistica e riporta un’incidenza orientativa del 50-75% di maschi nel campione generale di diagnosi di narcisismo patologico.

Il DSM mette in evidenza le contraddizioni vissute dal narcisista: la grandiosità fa da contraltare all’estrema vulnerabilità, al senso di inadeguatezza, all’incapacità sociale e affettiva della persona, che vive spesso sospesa tra istanti di auto-esaltazione e periodi di solitudine profonda.

Un ulteriore elemento diagnostico è infatti l’abuso di sostanze: tabacco, alcol e cocaina, in particolare, possono costituire nel Disturbo Narcisistico di Personalità un tentativo di auto-terapia finalizzato ad alleviare, illusoriamente, l’inquietudine e l’insoddisfazione costanti, caratteristiche della patologia.

Il profilo è riassunto in tre pagine e risponde al criterio categoriale adottato storicamente dal manuale più consultato dai professionisti di area psichiatrica e psicoterapeutica. Si tratta evidentemente di un criterio pragmatico ma fortemente limitante. Molto lontano dalla realtà, dove il clinico si confronta con sfumature e vere e proprie varianti del narcisismo, che risultano inclusive dei criteri diagnostici solo in parte e sono invece riconducibili a uno spettro narcisistico ampio, molto più articolato e complesso di quanto emerga dalla scarna definizione del Manuale.

Recentemente Otto Kernberg, tra i più eminenti psicoanalisti viventi, ha messo in dubbio la validità dell’approccio categoriale affermato dal DSM in favore di una visione dimensionale, una visione certamente più realistica e orientata al cambiamento, più che alla diagnosi.

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Giu
23
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 23-06-2014

 

Ecco una rassegna semestrale di questo blog di psicologia e psicoterapia.

Per chi è già passato di qua, per i 1665 ospiti fissi della pagina facebook di Blog Therapy e per chi in questi giorni arriverà su queste pagine.

Ho scelto i 12 post più rappresentativi di questo semestre per presentare Blog Therapy ai nuovi utenti e, soprattutto, per rendere più agevole l’accesso a contenuti che altrimenti passerebbero sottotraccia ingoiati dai motori di ricerca. Sì, perché non sono esattamente un esperto di indicizzazioni e dipendo in tutto e per tutto dall’utenza spontanea e del contributo di chi spende un “Mi piace” sulla pagina o torna di suo a visitare il sito.

Dunque, ecco Blog Therapy, psicologia e psicoterapia. Da gennaio, ho scritto di cyber-bullismo, di dipendenze affettive, di depressione; d’ amore e di solitudini; di film e di libri. Ma l’archivio ospita oltre 800 articoli.

Benvenuti! … e buona lettura.

 

Gennaio

*** Cyber-bullismo: violenze e scandali nei social net-work

*** “Splendore” di Margaret Mazzantini: una lezione d’amore

Febbraio

*** Storie d’amore: elaborare il distacco

*** La narcisista manipolatrice: quando il carnefice è una “lei”

Marzo

*** Psicoterapia: come aiutare qualcuno a lasciarsi aiutare

*** “Allacciate le cinture” di Ferzan Opzetek: la vita è un viaggio …

Aprile

*** Io te e WhatsApp. La nevrosi della coppia tecnologica

*** Psicologia: tre tipi di solitudine

Maggio

*** “Io ci sono” di Lucia Annibali – La mia storia di NON amore

*** La famiglia dipendente e il disagio dei figli

Giugno

*** Quel mite assassino della porta accanto

*** Chat e solitudine

Mar
31
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 31-03-2014

Dipendenti affettivi si nasce o si diventa? C’è qualcosa di originariamente “rotto” nella psiche di chi si “ammala d’amore”? Esistono cause specifiche, certe e univoche, che possano spiegare il perché della dipendenza affettiva?

Domande come queste tormentano chi ad un certo punto riconosce che il dolore per la relazione amorosa che vive ha superato quel limite di sopportazione oltre cui difficilmente può considerarsi ancora “normale”. Un vissuto comune dei dipendenti affettivi è colpevolizzarsi dell’infelicità della coppia e identificarsi nel ruolo del malato incapace di amare e di farsi amare dal partner che, viceversa, viene idealizzato e quasi compianto per essere rimasto coinvolto in un legame così frustrante. Una visione rigida e mono-direzionale del rapporto, che prevede un membro della coppia “sano” e uno disfunzionale non descrive una realtà ma esprime un sintomo agito da entrambe le parti. Infatti, in una prospettiva relazionale, la dipendenza affettiva si sviluppa, si alimenta e si consolida di necessità nell’interazione tra due persone e, come tale, non può essere ascritta al singolo individuo, né può essere compresa senza considerare la rete fittissima di attribuzioni, di scambi e di atteggiamenti che innesca la patologia.

Non si nasce dipendenti affettivi. Siamo tutti, potenzialmente, dipendenti affettivi, perché i meccanismi della “malattia dell’amore” sono duali, attengono all’interazione e dipendono dalla relazione. Anche chi non ha mai sofferto di depressione, attacchi di panico, ansia o ossessioni potrebbe precipitare nel gorgo dell’ambivalenza amorosa, del conflitto, del tradimento, del ricatto affettivo e della gelosia patologica, sino a non riconoscersi più e ad apparire di colpo trasfigurato anche agli occhi degli amici più cari. Allora, può sembrare che ci siano in giro degli untori che ammorbano il prossimo e li trascinino a strattonate nell’inferno dell’amore nero. Ma anche questa é una lettura parziale e individuale, è una semplificazione terribile, come direbbe Paul Watzlawick, uno dei padri della psicoterapia strategica. Ridurre un fatto relazionale a uno stigma sull’individuo complica i problemi e allontana dalle soluzioni. Per quanto possa apparire assurdo, anche i cosiddetti “narcisisti patologici” sono dipendenti affettivi, e diventano perversi in base ai rinforzi che ricevono nella relazione. La relazione é, dunque, la matrice del problema e, allo stesso tempo, é il luogo in cui guardare per trovare le soluzioni.

Alcuni “fattori predisponenti”. Se è vero che non nasciamo geneticamente predisposti ai drammi d’amore, nella pratica psicoterapeutica sempre più Autori evidenziano la correlazione tra specifici “traumi affettivi” nel ciclo di vita dall’età infantile sino all’età adulta e la “caduta” nella dipendenza affettiva.

  • Relazioni conflittuali tra i genitori o eccessiva rigidità del sistema familiare d’origine
  • Esperienze d’abuso infantile
  • Separazione e divorzio
  • Precoce “genitorializzazione” o “adultizzazione” del bambino
  • Elevato conformismo sociale
  • Utilizzo di sostanze
  • Dimorfismo corporeo
  • Senso di auto-stima disfunzionale (troppo elevato o troppo basso)

Tali “fattori predisponenti” impongono una riflessione: riguardano allo stesso modo “vittime” e “carnefici”, ovvero si ripresentano con significativa costanza sia nella storia delle une che nel percorso degli altri. Infatti i “carnefici” narcisisti hanno con le loro vittime molti più punti in comune di quanto non appaia, ovvero hanno vissuto nel corso del proprio sviluppo psico-affettivo situazioni predisponenti alla dipendenza affettiva reagendo in modo diametralmente opposto.

Questa considerazione sostiene ancor di più l’idea che la relazione che si instaura tra due persone funziona nella “malattia dell’amore” come un amplificatore e un acceleratore delle loro rispettive fragilità, fino alla reciproca consunzione psicologica.

Leggi altri articoli di BlogTherapy  sulla Dipendenza Affettiva. clicca qui.***