Ott
18
Filed under (Argomenti vari) by Enrico Maria Secci on 18-10-2007


Poiché si parla spesso di "depressione" in modo vago e disinformato, sembrerebbe che questo disturbo affligga una fetta notevole della popolazione. Esistono forme di "depressione" fisiologiche e transitorie, chiamate depressioni reattive, che si sperimentano in comcomitanza a eventi traumativi, lutti, abbandoni. Ma in realtà, si può cominiciare a ipotizzare la presenza di un problema di matrice depressiva solo se almeno quattro dei seguenti sintomi si manifestano per un periodo di almeno quattro settimane e rappresentano un cambiamento nell’abituale funzionamento della persona.

 

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Ott
14
Filed under (Argomenti vari) by Enrico Maria Secci on 14-10-2007

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Ott
04
Filed under (Argomenti vari) by Enrico Maria Secci on 04-10-2007


 

Sorrido sempre quando qualcuno fa affermazioni del tipo "Io non credo alla PNL!". La Programmazione Neuro-Linguistica, contrariamente all’impressione che se ne trae dai cattivi formatori, non è mica una religione! O ancora, come scrive Lune: "La PNL non è scientifica". Certo che non lo è, né pretende di esserlo. Intanto, si tratta di un modello e non di una teoria o di un insieme di teorie. Se le teorie descrivono la realtà con l’intenzione di enunciare "verità" e svelare il "perché" delle cose, i modelli sono insiemi di osservazioni sulla realtà finalizzati a definire "come" funziona e a trovare strategie utili a cambiarla. Il successo planetario della PNL deriva dal fatto che una parte consistente delle tecniche che propone promuove effettivamente e rapidamente lo sviluppo di una migliore capacità comunicativa. Poi se la Programmazione Neuro Linguistica insegni cose "vere" o non "vere" è una questione irrilevante sia per i suoi creatori che per tutte le persone che si approcciano a questo metodo con atteggiamento realistico, intelligente e multidisciplinare.
Non sono certo tra i promotori della "nuova" PNL, quella dei corsi di empowerment che sfiorano il delirio collettivo, quella dei "cerchi dell’eccellenza", che somigliano più a goffi rituali stregoneschi che a metodologie di cambiamento. Credo che la Programmazione Neuro-Linguistica debba essere proposta con serietà e rigore, esclusivamente insieme ad altri modelli e, soprattutto, facendo continui richiami all’utilizzo cauto e rispettoso delle tecniche.

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Set
30
Filed under (Argomenti vari) by Enrico Maria Secci on 30-09-2007

L’amaro commento di Maibi al post sull’anoressia mi da lo spunto per questo post che spero contribuisca a fugare molti dubbi sull’efficacia delle psicoterapie e persuadere le persone che sentono di avene bisogno a cominciarne una, anche se deluse da esperienze precedenti.

Maibi scrive: "La constatazione più pesante è che dopo che leggi tanti libri sull’argomento e ti sei identificato per benino e hai detto: "si anche io, sono così".. dopo che hai versato calde lacrime su autoflagellazioni sul prima, il durante e il dopo (ossia realizzi la tua dipendenza e la tua solitudine sempre e comunque)… dopo che hai scoperto che è perchè tua mamma era così, il tuo passato è stato colà.. dopo mille caleidoscopiche fantasie su cosa dirti e non dirti ogni mattina e cosa progettare per il tuo radioso domani… resta sempre tutto esattamente come prima: il vuoto.
M.

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  F. è una dipendente affettiva. E’ ossessionata dall’idea di perdere G., il suo compagno. Chiede aiuto all’ennesimo psicoterapeuta, perché nessuno sa più cosa fare con la sua depressione. Al momento, sente di vivere "una vita non sua" -così dice-, una vita perennemente velata di lacrime e, a volte, allagata da temporali d’angoscia che la lasciano disperata e in balia dei farmaci.
G., che è molto preoccupato, la rimprovera di star male e ogni giorno la stimola al cambiamento. Contribuisce economicamente alla terapia, le "somministra" i farmaci con puntualità marziale. E’ evidente che G. non ha mai fatto nulla per andarsene, e non se ne andrà mai. Pesa più di un quintale, e non sembra accorgersene.
Provate a dire a F. che il problema, forse, è collegato a questa preoccupazione di perdere G. La maschera depressa si piegherà prima in una ragnatela di rughe interdette, invocando un’affaticata  ironia, e poi mimerà quella che dovrebbe essere un’espressione di gioia, ed esclamerà: "No! Io e lui! Siamo sempre stati felici! Sono IO il problema! Anzi, come farei senza di lui!".
G. annuirà con un grugnito riconscente e si agiterà rumorosamente sulla sedia, facendola scricchiolare di dolore.

La dipendenza affettiva è un problema sfuggito per anni alla psicopatologia, perché è sempre molto facile confondere la causa con l’effetto. Infatti, come si fa a sapere se una persona è gravemente depressa e quindi sviluppa un attaccamento morboso verso il partner (o verso un altro individuo per lei significativo), oppure è depressa perché ha attivato uno schema di attaccamento che non riesce a rompere? Questo dubbio ha aperto varchi sempre più profondi nelle certezze della psichiatria, secondo cui la dipendenza affettiva è una conseguenza di un "difetto" del cervello, un mero effetto collaterare di disturbi più seri come depressione, ansia, attacchi di panico, ecc. Eppure i casi come quelli di F., che sono numerosi e fortemente resistenti alla farmacoterapia e a molte forme di psicoterapia, applicare l’etichetta di "depressione" non risolverà il problema. Anzi, lo aggraverà. Come farà la povera F. a lasciare il povero G., dato che è depressa? Non può, non ne ha le forze. E, d’altro canto, come farà G. a occuparsi dei propri problemi finché F. sta così male? Non può! Deve continuare a starle accanto. E più G. farà l’infermiere di F., più F. sarà incapace di riconoscere i propri sentimenti per lui, e più diverrà dipendente dalla cure del partner, ecc.  

Non importa se, approfondendo il caso, emergerà che F. ha sposato G. per ripiego a una storia d’amore andata male, come fuga da una famiglia soffocante e per gratitudine. Gratitudine verso un uomo che la amasse ancora dopo il precedente "fallimento", un uomo che alleviava la disperazione e, senza naturalmente saperlo, si sostituiva al senso di drammatica inadeguatezza della compagna scelta. Non importa se si scoprirà quasi subito che G. è stato ripetutamente tradito. E che l’attività sessuale tra i due è pressoché inesistente da anni, complice la "malattia" di lei. Agli avvicinamenti di G. si contrappone sempre un mal di testa, una crisi di pianto, uno stanco e molle concedersi, che poi finisce per congelare ogni intenzione d’orgasmo.

dipendenti affettivi sono quelle persone che pur trovandosi in relazioni fortemente problematiche e insoddisfacenti, non riescono a romperle, e che, nei casi più gravi, non ci provano nemmeno, così sviluppano patologie collaterali (ansia, pseudo-depressione, panico, ecc.). Per via di queste patologie -autentiche, non certo simulate- queste persone approdano alla psicoterapia, di solito dopo aver strenuamente rimandato, convincendosi di poter guarire da sole. E’ molto raro che avvenga il contrario, cioè che il paziente chieda aiuto perché sente di dipendere affettivamente da qualcuno e attribuisce il proprio malessere a questo. Nessun paziente mi ha mai detto "Mi aiuti! Ho una dipendenza affettiva!".  Mi è invece accaduto molto spesso che mariti o mogli portassero i propri partner gravemente depressi in terapia, con atteggiamento accudente e preoccupato, li depositassero letteralmente in studio e sembrassero chiedermi: "Ecco, il giocattolo è rotto. La prego, lo aggiusti!" . La dipendenza affettiva è un duetto inconsapevole e complice, che finisce per fare sempre due vittime. Una è il paziente esplicito, quello che fa la psicoterarapia. L’altro, che in terapia non viene, è il paziente implicito, che latita, ma che sviluppa pur sempre dei sintomi, sintomi curiosamente di tipo dipendente come l’abuso di alcol o cannabis, o, più spesso, l’abuso di cibo o di lavoro.
Il lavoro è spesso doppiamente difficile perché ai primi tentativi del paziente di svincolarsi dalla dipendenza affettiva corrisponde da parte del partner un’intensa attività di sabotaggio del cambiamento. "Ecco, è perché sei depressa che vuoi lasciarmi! Sei malata… ti aiuterò io a guarire! Quella terapia non ti sta servendo a nulla!". Quando l’aperto sabotaggio dell’acquisizione d’autonomia non funziona, il partner passa a una forma di ostracismo più sottile: si ammala anche lui per cercare di impedire che la compagna o il compagno lo abbandoni.

Alcuni sintomi delle dipendenza affettive e relazionali:

- Svalutazione dei sentimenti
- Profondo senso di colpa e/o rancore e rabbia
- Paura di perdere l’amore
- Paura dell’abbandono, della separazione
- Paura della solitudine e della distanza
- Terrore di mostrarsi per quello che si è
- Timore di essere segregati
- Timore di essere annullati.

E’ tipica nelle dipendenze affettive la ricerca di una’assenza totale di confini tra i partner; ogni differenza viene considerata una minaccia e osteggiata al punto che la coppia si chiude in un’unità pesante, quasi monolitica, in un ristretto nucleo di frequentazioni, quasi sempre con altre coppie o i familiari di uno dei partners. Il più piccolo tetativo di autonomia viene considerato come un’offesa e da luogo a un aumento di controllo sul partner: dal controllo della rubrica e dei messagi sul cellulare a veri e propri pedinamenti, sino alla violenza fisica.

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Leggi gli altri articoli…
Ammalati d’amore- Le dipendenze affettive

PARTE PRIMA

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Set
18
Filed under (Argomenti vari) by Enrico Maria Secci on 18-09-2007

 

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