Set
12
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 12-09-2014

Video sempre più hard scaricati a notte fonda, da soli e di nascosto dalla propria partner. Video sempre più lunghi, sempre più estremi e più costosi e più eccitanti, talmente eccitanti da svilire all’improvviso la sessualità reale.
La pornodipendenza è fatta di ore piccole e di sotterfugi, di vergogna e di menzogna, di ossessioni e di compulsioni che, dopo un inizio graduale e asintomatico, possono travolgere intere esistenze.

I pornodipendenti sono uomini e donne, single o sposati, che abusano della pornografia, soprattutto di quella offerta di Internet, sino a compromettere significativamente la propria vita di relazione, i rapporti sociali e la propria posizione professionale. La visione di filmati hard è associata alla masturbazione compulsiva, che diventa la sola possibilità di interrompere (illusoriamente) la prigionia dal porno.

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Ago
18

L’autostima è una delle dimensioni portanti della personalità, pur essendo una qualità variabile e spesso instabile nell’arco di vita di ogni individuo. L’autostima può essere definita come la capacità di apprezzare se stessi intrinsecamente, l’attitudine ad apprezzare il proprio valore sapendo tuttavia riconoscere mancanze e limiti personali in modo realistico e senza colpevolizzarsi eccessivamente: 

  • Chi ha autostima sa premiarsi quando riesce negli obiettivi della vita e sa riflettere sui propri errori quando “fallisce”; sa darsi il tempo per riprendersi e per cambiare strategia; è flessibile e, insieme, perseverante.
  • Chi ha autostima, ha dimestichezza col giudizio di sé, sa modularlo quando si fa troppo severo o intransigente, ed è capace di assegnare all’opinione altrui il giusto valore, sapendo evitare il condizionamento del pregiudizio e dagli stereotipi sociali.
  • Chi ha una buona autostima procede a testa alta attraverso situazioni nuove o difficili, affronta le proprie fragilità senza drammatizzarle e, anzi, impara ad amare ciò che lo contraddistingue come essere umano unico e irripetibile, anziché insultarsi e incespicare ad ogni esitazione o cedimento.

 

Le tante caratteristiche positive dell’autostima la rendono un elemento centrale nell’acquisizione e nel mantenimento dell’equilibrio psicologico. Bassi livelli di autostima sono infatti correlati ai principali disturbi psicologici come la depressione, il panico e l’ansia, e si presentano di frequente associati a situazioni e vissuti di fallimento professionale o sentimentale.

Per William James, pioniere in quest’ambito, l’autostima è il frutto dell’integrazione di più elementi: ciò che vorremmo essere, ciò che siamo e ciò che il mondo esterno -in particolare i genitori e la famiglia- si aspettano che dovremmo essere e fare nella vita. Quando l’immagine di sé ideale viene attivamente frustrata o si scontra traumaticamente col reale, col sé reale fatto di limiti realistici e denso di una propria spinta realizzativa e col sistema delle aspettative esterne, l’autostima può risultare indebolita. Più l’idea di come si vorrebbe essere diverge da ciò che si è, più la valutazione della propria identità si abbassa, con conseguenze esistenziali di entità variabile.

Per comprendere l’importanza dell’autostima è importante sapere che l’immagine che comunichiamo al mondo esterno tende a essere convalidata e amplificata dalle percezioni degli altri. Perciò, qualcuno che trasmette un giudizio e negativo, incerto o svalutante su stesso e sulle proprie capacità e qualità, riceverà input congruenti con la sua convinzione negativa. Viceversa, chi veicola una buona opinione di sé e dimostra di puntare per primo su se stesso con fiducia e dterminazione, otterrà, tendenzialmente, dal contesto sociale conferme positive e maggiori chance.

Il grado di autostima di una persona non é un dato biologico o costituzionale ma il risultato delle modalità con cui l’individuo, sin dall’infanzia, interpreta, elabora e valuta l’efficacia delle sue azioni e delle sue decisioni in ambito affettivo, scolastico, sociale, professionale e sentimentale. Un approccio rigido e intransigente e attese irrealistiche nei confronti di se stessi e degli altri, maturati nei primi anni di vita – e ,comunque, entro l’adolescenza -, possono sfociare in un disturbo dell’autostima.

Ritiro sociale, dipendenza dal giudizio altrui, timore degli altri, diffidenza eccessiva, scarsa iniziativa e pessimismo sono i tratti più frequenti della persona con bassa autostima, accompagnati da atteggiamenti aggressivi, di condanna “marziale” nei confronti del mondo, spesso mascherati da verbose intelletualizzazioni o da inappellabili rifiuti verso persone, situazioni o cose che, in un modo o in un altro, esprimono gioia, convinzione, ottimismo e speranza.

Nella formazione di un primo nucleo dell’autostima può essere fondamentale il modo in cui i genitori hanno valorizzato, protetto, rassicurato il bambino convalidando i suoi successi e confortandolo nei fallimenti. I bambini cresciuti in un clima incoraggiante, in cui la “quantità dell’amore” ricevuto non sia funzione esclusiva della sottomissione alle aspettative familiari, partono avvantaggiati nella costruzione di un sé positivo e resiliente.

Un altro contributo importante che getta le basi per un livello adeguato di autostima in età adulta dipende dal contesto educativo, dal modo in cui insegnanti, professori o istruttori sportivi sanno promuovere le capacità del bambino e lo aiutano ad accettare le sue differenze dagli altri, sia quando ottiene prestazioni buone o eccellenti che quando, pur faticando, non raggiunge buoni risultati.

L’autostima non è una qualità innata, né ereditaria: superata l’età dello sviluppo, è un lavoro che richiede impegno e consapevolezza e rispetto per se stessi; un lavoro che ci accompagna in ogni fase della vita, una responsabilità che si rinnova ad ogni sfida professionale e personale, e può evolversi positivamente o negativamente, a seconda di quanto apprendiamo a respingere i pensieri negativi, ad affrontare crisi transitorie e a cambiare ogni volta che è necessario, anziché persistere su ruoli, relazioni, situazioni, frustranti e inappaganti.

Mar
30
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 30-03-2014

L’amore non è, come comunemente si crede, il frutto di una casualità, né si palesa per per “diritto di nascita”. 

L’amore è il frutto di una duplice ricerca:
quella dentro noi stessi e quella al di fuori da noi,
che consiste nell’esplorazione del mondo e delle persone
che non appartengono al nostro passato.

(Enrico Maria Secci)

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Mar
27
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 27-03-2014

Per diventare psicoterapeuti occorrono dai 9 ai 10 anni, una gestazione lunghissima, ammesso che si rimanga ‘in corso’ nel lungo e accidentato iter che porta alla certificazione che abilita all’esercizio della psicoterapia. Oltre alla laurea in psicologia quinquennale, bisogna svolgere un primo tirocinio di 12 mesi presso una struttura pubblica o accreditata, sottoporsi a 4 prove per superare l’esame di Stato e conquistare così il titolo di ‘psicologo’.

Bruchi e farfalle. Ma non basta, perché lo psicologo che vuole diventare psicoterapeuta é solo a metà percorso, un po’ come un bruco nello stadio evolutivo intermedio di ‘pupa’ che ambisce ad essere farfalla. Proprio così: cinque anni più il tirocinio, più l’esame di Stato sono solo un assaggio dell’addestramento previsto per chi voglia intraprendere questa professione a proprio rischio e pericolo. Un aspirante psicoterapeuta deve affrontare 4 o 5 anni di scuola di specializzazione universitaria o equiparata dal Ministero dell’Università e della Ricerca con esami, tesine annuali, tesi finale, centinaia di ore di tirocini non retribuiti e altrettante ore di supervisione individuale e/o in gruppo con un terapeuta esperto (il didatta). Tutte le spese relative alla formazione sono a carico dello specializzando, più lonere dei libri e delle trasferte e, quando non sono inclusi nella retta della Scuola, i costi della psicoterapia individuale e della supervisione.

Tasse, casse e oneri. Terminato il calvario dello studio e dell’esborso a quattro zeri arriva il diploma e l’annotazione all’Albo e si è teoricamente pronti per intraprendere la professione. Già, teoricamente, perché, vuoi per un difetto accademico della formazione, vuoi per lingenuità dellapprendista terapeuta che dopo tanta fatica si aspetterebbe di lavorare (forse non a torto, direi), si presentano sin da subito nuovi ostacoli: collocarsi nel mondo del lavoro, aprire uno studio, accogliere i pazienti con effettiva professionalità e mettere a frutto lapprendimento conseguito.

In tutto questo, è importante ricordare che le incombenze fiscali, il commercialista, la quota annuale all’Ordine degli Psicologi e alla “cassa previdenziale” Enpap (balzata di recente all’onore delle cronaca per la sua proverbiale inefficienza) partono automaticamente dall’iscrizione all’Albo degli Psicologi, ben quattro anni prima del completamento della fatidica specializzazione.

Tanto basta, e ho solo raccontato qualcosa – ci sarebbe molto altro -, per comprendere la complessità a tratti perversa e scoraggiante di un sistema formativo spietato. Credo che sia fondamentale diffondere la consapevolezza sociale che gli psicoterapeuti siano professionisti sanitari altamente specializzati e gente molto motivata per aver scelto un percorso così incerto e accidentato. Inoltre, è importante che gli studenti in psicologia e gli specializzandi in psicoterapia sappiano da subito e in modo esatto che cosa li aspetta. Perché è facile sognare di “essere Freud”, meno intuitivo – anche a causa del “sistema” avaro di insegnamenti davvero pratici – comprendere che c’è un grande lavoro da fare prima della specializzazione: scrivere, pubblicare, assumersi la responsabilità dei primi pazienti e promuovere la propria attività senza adagiarsi nellillusione che il diploma trasformerà psicologi disoccupati in terapeuti affermati.