Giu
30
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 30-06-2014

“Io non ti amo più” è la frase che chiude un rapporto di coppia e avvia il dolore della separazione e del lutto. E’ un’affermazione lacerante da dire e brutale da ricevere, ed è definitiva perché segna il cambiamento della relazione, qualunque sia la sua successiva evoluzione. Infatti, “Io non ti amo più”, non è un fulmine a ciel sereno e non è mai un fatto individuale, ma rappresenta spesso la conseguenza di problemi ripetuti e mai risolti dalla coppia. Ciò nonostante, una dichiarazione così perentoria scatena in chi la riceve un profondo senso di ingiustizia e l’angoscia del tradimento.

I più tipici meccanismi legati all’interruzione di un rapporto sono la negazione e la ricerca di una causa esterna. Con la negazione si cerca di ignorare l’affermazione del partner e di riconquistarlo, facendo come se l’espressione dei suoi sentimenti sia stata solo il frutto di una confusione temporanea. Con la ricerca di una causa esterna, spesso, si avviano una serie di indagini e veri e propri interrogatori nel tentativo di individuare ed eliminare una motivazione esterna, possibilmente univoca e spesso incarnata in un/una antagonista. Entrambe le reazioni non fanno che aggravare la situazione. Infatti, nel caso della negazione il partner si sentirà ignorato e vivrà ogni cambiamento agito in buona fede dall’altro come ulteriori prove dell’inadeguatezza del rapporto ad appagare i propri bisogni. Nel caso della ricerca di cause esterne, vivrà con rabbia e come una manipolazione la continua ricerca di spiegazioni.

“Io non ti amo più” è una frase enigmistica. Presa alla lettera, vuol dire “Lasciamoci”, ma molto spesso cela l’esigenza di un cambiamento, il bisogno di una diversa intimità o una richiesta d’aiuto che il partner non è in grado di formulare altrimenti. Tutte motivazioni che richiederebbero una sosta immediata, una pausa temporanea e ben definita che permetta alle parti in causa di riesaminare soggettivamente l’assetto della relazione e le rispettive responsabilità nella crisi. Invece, gran parte delle coppie ingaggiano un massacrante inseguimento che si traduce in un aumento esponenziale della conflittualità e nello sviluppo di sintomi depressivi che colpiscono almeno uno dei due e complicano ulteriormente la ricerca di soluzioni alla crisi.

L’amore non è sentimento univoco e rigidamente definibile, ma un’esperienza profondamente soggettiva. Perciò non sapremo mai se l’altra persona ci ama nello stesso modo in cui la amiamo e, anzi, dare per scontato che la nostra definizione d’amore sia la stessa del/la partner è uno dei presupposti implicito che incrina progressivamente il rapporto di coppia.

Ci si può dire “Ti amo” ogni giorno intendendo cose diversissime. Per una persona dichiarare l’amore può rappresentare una promessa di vita e l’espressione di valori profondi; per un’altra “Ti amo” può essere semplicemente la frase giusta al momento giusto, qualcosa che descrive in modo appropriato l’emozione attuale e niente di più. Molto di rado una coppia si impegna nel lavoro di esplicitazione del significato di una frase così importante: quali valori implica? Quali aspettative contiene?

Kerneberg (1986) ha sostenuto che la relazione amorosa dipende dal grado di impegno, di intimità e di passione di ogni membro della coppia. Quando il modo di intendere l’impegno, l’intimità e la passione tra i partner diverge, il rapporto risulta insoddisfacente e la percezione d’amore reciproco si affievolisce. Raramente i partner sono concordi e contemporanei nell’identificare l’esistenza del problema. La situazione più frequente è che uno solo dei componenti la coppia manifesti disagio o sofferenza e, in qualche modo, si assuma l’incarico di esprimere un problema che è di entrambi. Ed è a questo punto che viene pronunciata la frase “Io non ti amo più” che, col suo carico di inquietudine e di forte ambiguità getta nello sconforto, confonde e imbriglia anziché fare chiarezza su quanto effettivamente stia accadendo nella coppia. In base alle riflessioni di Kernberg, “Io non ti amo più” può avere tre accezioni (clicca su ogni link per leggere l’articolo relativo):

1) “Io non ti amo” più come disimpegno
2) “Io non ti amo più” come problema sessuale
3) “Io non ti amo più” come divergenza di valori

 

 

Mag
05
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 05-05-2014

Che la relazione di coppia possa trasformarsi in una dipendenza può stupire gli idealisti o indignare i cinici dell’amore, ma è un’evidenza ampiamente documentata dalla psicologia moderna e comunque ben nota da secoli. Scrittori e artisti di ogni luogo e di ogni epoca hanno saputo rappresentare la sofferenza amorosa e le sue conseguenze distruttive nelle loro opere e spesso con la propria biografia. La mitologia greca è ricca di amori tragici e impossibili: la ninfa Eco pazza d’amore per Narciso innamorato di se stesso, Calipso inutilmente dedita ad Ulisse, Dafne che per sfuggire alla bramosia di Apollo prega il padre, dio fluviale e della Terra, di trasformarla in albero. Intere correnti letterarie, il romanticismo e il decadentismo per esempio, hanno raccontato all’umanità in modo inequivocabile quanto innamorarsi e amare possano mutare in ossessione e dipendenza. Goehte suggestionò mezza Europa con il romanzo “I dolori del giovane Werther” (1774), che narra del suicidio del protagonista per amore dell’ambigua Lotte legata a un altro uomo. L’epidemia di suicidi “amorosi” seguita al successo del libro fu tale che molti Paesi misero al bando l’opera. Anche la cinematografia offre infinite testimonianze del mal d’amore, precedendo di almeno un decennio psicologi e psicoterapeuti. Uno dei film più toccanti sul tema è senza dubbio “Adele H.” di François Truffaut (1975), che, ispirandosi ai diari postumi della figlia del poeta Victor Hugo, ricostruisce la drammatica spirale della dipendenza affettiva spinta agli estremi della follia di Adele per un ufficiale inglese che la rifiuta nonostante i suoi convulsi tentativi di conquistarne l’amore.

Con la psicoanalisi e la diffusione delle psicoterapie il problema della dipendenza affettiva è stato affrontato in modo sistematico grazie all’osservazione diretta e alla terapia di casi reali. Inizialmente, la psicologia ha trattato il mal d’amore come un problema individuale, cercando soprattutto nella storia evolutiva dei soggetti dipendenti tracce di traumi emozionali subiti nell’infanzia nel rapporto con i genitori o con altri membri significativi della famiglia d’origine. L’analisi e la terapia della dipendenza amorosa si sono concentrate spesso più sul passato che sul presente, sull’individuo anziché sulla relazione. Questo approccio ha indotto in molti a ritenere che chi vive una dipendenza affettiva abbia un problema intrinseco come un deficit nella strutturale della personalità. Ma un’ipotesi simile può spiegare soltanto una minoranza di casi, quelli in cui la persona ha effettivamente un background di esperienze familiari traumatiche e di figure genitoriali inadeguate. Sono invece numerosi, probabilmente in maggioranza, gli individui che pur partendo da un passato effettivamente doloroso sviluppano in età adulta relazioni equilibrate e soddisfacenti. Queste persone dimostrano che il passato è passato e, in quanto tale, non è necessariamente e rigidamente fondativo il presente. Il colpo più duro all’ipotesi del “trauma originario” proviene dallo studio dei tanti casi di persone che capitolano nella dipendenza affettiva nonostante provengano da famiglie “normali” e non hanno avuto sostanziali difficoltà di natura relazionale o affettiva sino all’esordio della relazione amorosa patologica. Ciò porta a ritenere che la dipendenza amorosa non sia, in una logica causale, il frutto di difficoltà passate ma una sindrome del “qui ed ora”, un problema che vede coinvolte due individui che, più o meno consapevolmente, la co-costruiscono in una catena di azioni e reazioni disfunzionali teoricamente infinita. Assumendo un punto di vista relazionale, spostare l’attenzione sul passato dell’individuo per trovare soluzioni nel presente non solo risulta un’operazione faticosa e complessa, ma anche controproducente perché ostacola una lettura relazionale coerente del problema per come è nel presente in cui si manifesta.

Alla base della dipendenza affettiva e dei suoi sintomi c’è la coppia, la coppia e il suo sistema di aspettative, di credenze e di valori. Spesso la rappresentazione che i membri della coppia hanno di se stessi e dell’amore stride talmente con la realtà della loro interazione da costituire un conflitto di cui la dipendenza verso o col partner rappresenta un tentativo di soluzione.

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Prossimo workshop “Le dipendenze affettive -Psicoterapia Strategica Integrata, modelli, casi clinici e tecniche di intervento” a Roma, 18 maggio 2014, h. 10.00 – 19.00 presso la Scuola di Psicoterapia Strategica Integrata SCUPSIS. Per informazioni e  prenotazioni: segreteria@scupsis.org o telefono 06 5190102.

 

Apr
18
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 18-04-2014

La solitudine è all’apparenza un concetto semplice, una condizione data dalla mancanza di compagnia o, più in generale, dalla privazione della socialità. Solo è chi non conosce persone di riferimento, chi non ha amici e chi non saprebbe su chi contare in un momento di necessità. Quando si pensa alla solitudine ci si riferisce istintivamente alla sua dimensione oggettiva, ovvero alla reale assenza di legami significativi. Così, per esempio, è comune riferirsi a qualcuno che non abbia un partner come a una persona sola, espressione che tradisce una certa commiserazione.

La solitudine è abitualmente associata alla tristezza e alla paura, è percepita come l’indesiderabile e sfortunato destino di qualche conoscente e di molti sconosciuti che orbitano sperduti oltre la linea traslucida e rassicurante della normalità. Nel suo significato più concreto, è un sentimento che attribuiamo agli altri ma è anche il fantasma da cui sfuggiamo e ci difendiamo riparandoci nelle relazioni sociali, talvolta senza riflettere sulla qualità dei nostri rapporti.

I “soli” e i “non-soli”. Lo stigma sociale apposto sulla solitudine è tale da indurre molte persone a scelte amicali o sentimentali poco o per nulla appaganti, pur di assicurarsi un posto nella schiera dei “non-soli”. Il timore, a volte inconsapevole, di restare isolati, ovvero di passare del tempo in esclusiva compagnia di se stessi, può paradossalmente precipitare intere esistenze in un limbo affollatissimo di succedanei interpersonali, di pseudo-amici e di pseudo-amori, con la sola scaramantica funzione di evitare la vituperata solitudine.

In questo modo, per risolvere il problema della solitudine oggettiva si crea e si alimenta un altro problema: la solitudine soggettiva. Si è soggettivamente soli quando, pur stando in mezzo alla gente, agli amici o col partner si avverte un senso pervasivo di insoddisfazione, si sperimenta un’inquietudine strana, prossima alle lacrime; quando il nostro mondo sociale inizia ad apparire come un collage malamente appiccicato sul piano continuo dell’insofferenza, della noia e della finzione, quando la routine e la quotidianità si susseguono senza gioia.

La solitudine soggettiva. La solitudine soggettiva è una landa più cupa e desolata dell’isolamento che prova chi, suo malgrado, abbia perso i suoi affetti nel corso della vita, come accade nel caso di lutti o, transitoriamente, si verifica tra gli emigrati o i profughi. Questi ultimi subiscono una circostanza e, anche se con molta fatica, possono adattarvisi e poi muoversi alla ricerca di chi possa modificare la loro condizione. Chi è soggettivamente solo, invece, é parte attiva e responsabile di un intrico di non detti, di rapporti di facciata e di cammouflage sentimentali di cui, tra corsi e ricorsi, finisce per sentirsi ostaggio e in cui continua a identificare gli unici riferimenti affettivi possibili.

Mausolei virtuali. Un riflesso abbagliante della solitudine soggettiva è l’abuso dei social-network e delle chat, dove si instaurano veri e propri cimiteri relazionali, con un loculo virtuale e una foto per ciascuno; strumenti il cui utilizzo può diventare inversamente proporzionale all’autenticità della persona e dei suoi legami. Chi si sente soggettivamente solo, spesso se ne vergogna e nutre un senso di colpa nei confronti di quelli che ha assurto ad amici o verso il partner. Tende di conseguenza a protrarre la finzione e a promanare, anche via facebook, un’immagine di sé conforme al sistema in cui in realtà si percepisce alieno, stanco e incompreso. Nulla è più straniante che simulare partecipazione, dimostrare stima e fingere una qualche risonanza emotiva con quelli che, alla fine, ignorano la nostra solitudine sostanziale.

Un terza solitudine. Ma esiste una terza accezione della solitudine, quella di chi non respinge né camuffa la propria identità e integrità e vive per un certo periodo la propria vita tra sé e sé, e si concede il lusso di intrattenersi quasi esclusivamente con la propria presenza del suo essere umano. C’é chi coltiva la propria individualità, familiarizza con le contraddizioni interiori, fa a pugni con la paura di restare da solo, sfida il tabù dell’isolamento sociale. Impara a dire di no e a dire “grazie”, a dare e ricevere incondizionatamente e a riconoscersi un valore senza elemosinare e senza conformarsi ai rituali appresi, che impongono di avere ad ogni costo amici, mariti, mogli, figli, quali che siano, purché li si abbia.

Questa solitudine terza rispetto alla solitudine oggettiva e a quella soggettiva, può rappresentare un momento catartico, produrre un’auto-consapevolezza in grado di attivare nuovi meccanismi relazionali e di realizzare, selettivamente, una vita sociale finalmente appagante.

Una condizione che soddisfa questa diversa, in qualche modo eretica, visione di se stessi nel mondo é quella di fare ordine e pulizia, saper lasciare chi, seppure involontariamente, ci vincola e ci deprime e impegnarsi a sciogliere la catena di credenze negative e di sensi di colpa che, molto spesso, affollano l’universo dei “non-soli”.

Apr
14
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 14-04-2014

Con l’avvento della messaggistica gratuita il nostro modo di comunicare, già soggetto a continui mutamenti tecnologici,  ha subito un altro giro di vite.
I messaggi di testo, corti o lunghi, ormai sono più utilizzati delle telefonate e di facebook e, ovviamente, delle email.

Più comodi, non solo in quanto gratuiti, ma perché più rapidi e immediati, i messaggini stanno conoscendo il tripudio grazie a WhatsApp, l’applicazione per smartphone che consente anche lo scambio di foto e video e, soprattutto, permette di controllare l’uso che gli altri utenti fanno del programma, di vedere se sono online o quando si sono connessi per l’ultima volta e se ci stanno scrivendo. Queste caratteristiche fanno dell’icona verde con fumetto e cornetta l’applicazione di messaggistica più utilizzata negli scambi interpersonali a distanza e anche più la risorsa smartphone più abusata e vituperata in ambito sentimentale.

Croce e delizia. Non è raro che WhatsApp, golosa delizia per amici e conoscenti, per gli innamorati e per gli amanti diventi facilmente croce, motivo di inquietudine, di sospetto o e luogo dell’attesa, oppure arena del conflitto di coppia o boudoir per trattative erotiche più o meno clandestine. I messaggi scritti, si sa, possono essere facilmente travisati e già questo può alterare equilibri interpersonali fragili, ma con WhatsApp e le sue notifiche in tempo reale delle attività dei nostri contatti la possibilità di travisamenti e incomprensioni è enormemente aumentata.

Due esempi. Metti che il tuo fidanzato ti accompagna a casa presto perché é stanco e vuole andare a dormire e poi vedi sulla diabolica applicazione che é rimasto connesso sino alle due del mattino. Oppure, mandi un messaggio a qualcuno e vedi che non risponde nonostante continui ad aprire WhatsApp. Che succede? Perché ti sta ignorando? Sta parlando con altre persone e non con te?

Fulmini e saette. A cena fuori, serata romantica, lei lascia il tavolo e va alla toilette. Lui apre l’icona verde sull’iPhone e la trova online. Lei torna dal bagno, lui comincia a notare il telefono di lei fastidiosamente girato sul tavolo, così che non si veda il display, e silenziato. Parte una bagarre fatta di insinuazioni, quando non di osservazioni inquisitorie. E tutto per una App.

Quando due si lascianApp. Per non parlare del cataclisma quando due si lasciano e usano WhatsApp. A meno che non si “blocchino” a vicenda e di comune accordo, il traffico sull’applicazione può ostacolare significativamente l’elaborazione del distacco. L’altro é là, a portata di smartphone, coi suoi “stati” e le sue foto, le sue presenze e le sue assenze a ogni ora del giorno e della notte. Per molti, la tentazione di perlustrare, a volte ossessivamente, il profilo dell’ex diventa motivo di ruminazione e occasione costante per mantenere un contatto a base di faccine e di segnalazioni di livello cabalistico attraverso i propri “stati” e le proprie immagini condivise.

Due pesi, due misure. Per quelli che hanno conosciuto il telefono analogico, quello fisso, magari senza scatto alla risposta, l’impatto di WathsApp sulle relazioni può sembrare una questione oziosa. Ma per i cosiddetti nativi digitali subire il blocco del profilo o constatare che l’altro non ti risponde o non ti cerca quando é online può assumere le proporzioni di una chiusura traumatica e produrre reazioni molto intese.

Non si deve banalizzare l’impatto emotivo di strumenti come WhatsApp perché la penetrazione della tecnologia nelle dinamiche interpersonali impone di riflettere sulla realtà di tante relazioni complicate, se non addirittura compromesse, dalla condotta online dei partner.

L’idea che il partner in carne ed ossa sia anche un avatar connesso nei modi e nelle declinazioni più diverse a una folla virtuale può innescare un conflitto di lealtà che, nelle coppie giovani, disfunzionali o in crisi, funziona da denotatore. Recriminazioni, incomprensioni, silenzi plumbei e litigi intorno a WhatsApp o all’utilizzo di social-network sono forse, nella veloce società di Internet, i segnali di altre, e non virtuali, difficoltà di coppia.

 

 

Apr
07
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 07-04-2014

La noia è un’emozione caratterizzata da un senso di vuoto e di inutilità spesso associato all’immobilità e alla procrastinazione. Se fosse un colore, la noia sarebbe il grigio. L’annoiato sperimenta uno stato di sospensione psicologica che limita la sua percezione di se stesso, degli altri e del mondo a un vissuto di insoddisfazione permanente. Ai suoi occhi, le cose, le persone e il tempo si avvicendano prive di senso e si velano di tristezza. Le altre emozioni orbitano intorno alla noia come attutite, ferme, senza spinta vitale. L’idea centrale dell’annoiato é il “non aver nulla da fare” e, allo stesso tempo, la pesante certezza che fare qualcosa sarà troppo faticoso e per altro troppo deludente per giustificare lo sforzo di attivarsi in una qualche direzione.

Un’emozione-sentinella. Il sentimento di noia emerge probabilmente quando il contesto di vita e le relazioni di una persona smettono di rispondere ai suoi bisogni emotivi e ripetono rigidamente routines che, in precedenza, risultavano invece soddisfacenti. In questo senso, la noia può essere considerata un’emozione-sentinella che ci allerta sulla necessità di operare un cambiamento nelle modalità con cui ci rapportiamo alle cose. Ma non sempre l’annoiato coglie questo importante allarme psicologico e tende a riempire l’inquietudine rifugiandosi nella ripetitività del quotidiano e utilizzando di continuo fonti di gratificazione esterna: tv, social-network, videogiochi, cibo, sigarette, alcol, hashish sostanze in genere. E facilmente, ciò che serviva ad alleviare la frustrazione, aggraverà la noia e richiederà dosi compulsive delle stesse “distrazioni”, sino alla paralisi emotiva della dipendenza.

La “noia” in psicoterapia. Non a caso, la noia é un tema ricorrente in psicoterapia e, in certi casi, si palesa una volta che sintomi fobici, ipocondriaci, depressivi, disordini alimentari o dipendenze si alleviano significativamente o scompaiono. Può accadere che, interrotta la catena della psicopatologia, la persona “scopra” di non sapere che fare di se stessa una volta dismesso “l’abito del paziente” e debba così fronteggiare per un periodo una sensazione di inadeguatezza e di vuoto molto vicino alla “noia originaria”. La grigia inquietudine che segue all’entusiasmo per la riduzione o l’annullamento della sofferenza psicologica necessita sempre di una riflessione mirata alla rottura di schemi di interazioni precedenti al problema: scarsa autostima, sottomissione a modelli familiari rigidi e intransigenti, timore di fallire e di restare da soli.

Noia e solitudine. Personalmente, collego la noia al terrore di restare da soli. L’annoiato si uniforma a un ambito psicologico e relazionale non proprio, a persone e situazioni che, anche solo indirettamente, stridono con la sua natura, pur di evitare la solitudine e l’isolamento, nella convinzione che ogni tentativo di espressione di sé nella famiglia, nella coppia o nella società di riferimento lo renderebbe alieno, diverso e abbandonato. Voglio dire che ci si annoia pur di non sfidare e modificare attivamente convinzioni prese dall’esterno, dunque non nostre, ma di madri e di padri, di amici, di conoscenti coerenti con valori che non ci appartengono; voglio dire che ci si annoia quando non si presta attenzione ai propri bisogni emotivi ma si soggiace alla loro costante frustrazione e si evita di rompere quegli schemi che ci soverchiano e ci ammalano mentre ci fanno compagnia.

Cambiare. Prima di combattere la noia occorre comprenderla e comprendersi. Cosa si fa mentre ci si intrattiene con la noia? In che modo cerchiano di placarla? Chi o cosa, aggrava o allevia questo sentimento impreciso e fluttuante? E chi o cosa, potrebbe produrre una variazione, anche lieve, nel piano grigio e continuo della noia?

Cambiare. Cambiare é la parola-chiave. Intraprendere un’attività sportiva, cambiare deliberatamente il percorso che ci reca a lavoro, variare l’alimentazione, modificare, partendo dalle abitudini più semplici, il ciclo annoiato della giornata-tipo. Ma, soprattutto, può essere d’aiuto sperimentare un ascolto più autentico e più empatico di se stessi e riscoprire, avvalorandolo, il bisogno di libertà che, per alterne vicende, abbiamo soppresso tra le pieghe della routine familiare, degli amici o della coppia, illudendoci così di sentirci meno soli.