Giu
24
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 24-06-2017


******* Nel 1954 un genio assoluto dei nostri tempi si suicidò mordendo una mela imbevuta d’arsenico.

Alan Turing, matematico e crittografo inglese, è riconosciuto oggi come l’inventore e il precursore dell’informatica e dell’intelligenza artificiale. Ma è anche ricordato perché giocò un ruolo decisivo nella sconfitta dei nazisti ideando una macchina capace di decodificare le comunicazioni militari segrete tedesche e, per questo, può essere definito un eroe.
Senza Turing l’orrore della svastica e dei lager sarebbero proseguiti mietendo altri milioni di vittime o forse non sarebbero mai finiti.

Eppure morì, svergognato e umiliato perché omosessuale. Continua con la lettura »

Lug
10
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 10-07-2014

All’opinione pubblica già asfissiata dall’ovvio imperante, permeata di luoghi comuni, di stereotipi sociali e di insensibilità culturale non mancavano di certo le sedicenti “Sentinelle in Piedi”.

Le abbiamo viste esibirsi nel gioco delle belle statuine proprio ieri, al Bastione di Cagliari, ceree, esigue e sparute, con l’intento superfluo e anacronistico di vegliare -cito testualmente dal sito- sulla “libertà d’espressione e per la tutela della famiglia naturale fondata sull’unione tra uomo e donna”.

La coreografia del manifesto al qualunquismo e al conformismo spinto, già portato in scena in altre piazze italiane (con una partecipazione infinitesimale), prevede che le “vedette” del benpensare si dispongano in file parallele e stiano ritte in piedi con un libro in mano.

L’intento sarebbe quello di protestare contro le unioni omosessuali e le adozioni gay, stigmatizzate come la peste bubbonica, la nemesi dell’evoluzione culturale, e, udite udite, la pandemia che distruggerà l’uomo e la società tutta.

L’esito è quello di un rituale tetro e sconfortante, così sconfortante da strappare un sorriso, come succede solo quando l’assurdo incontra il ridicolo.

Ma che cosa leggono le “Sentinelle in piedi?” Sono un curioso per professione e non posso fare a meno di chiedermi che cosa leggano le sentinelle in piedi, quale sia la “cultura” che impugnano a sostegno della loro grottesca rivendicazione. Me lo domando, dato che una parte consistente e fondamentale dei libri di scienza e d’arte, è, a memoria d’uomo, opera di intellettuali omosessuali, persone che di certo non hanno depredato l’umanità ma la hanno enormemente arricchita, anche in tempi in cui la società ne decretava d’ufficio la segregazione, l’esilio o la morte (vedi la storia di Alan Turing, inventore dell’informatica).

Allora, che cosa sono i libri branditi in silenziosa protesta da questi inquietanti manichini morali? Lo vorrei sapere. E poi, vorrei sapere che cosa dovremmo fare, secondo questo “movimento”, del contributo che le persone omosessuali danno da sempre alla società col loro lavoro, con le loro tasse, con la loro stessa esistenza? Dovremmo continuare a negarne i diritti? Dovremmo pensare ai gay come vassalli, come contribuenti sottomessi alla causa “sacra” e “naturale” della famiglia basata sull’unione eterosessuale?

Non è dato conoscere con precisione il pensiero delle “Sentinelle in Piedi”, tolti gli slogan, di livello cabalistico, che presentano sul loro sito web, perché in realtà tacciono. E questo silenzio, che potrebbe sembrare pacifico, implica invece supponenza e disprezzo, negazione del confronto, volontà di simmetria, integralismo morale.

Come dire: “Non c’é altra verità, oltre alla nostra”, “Noi vigiliamo su un dato di fatto”, “Non c’è proprio nulla da aggiungere”.

Un messaggio così strafottente, di pura inciviltà, stona col “basso profilo” esibito da questa militanza omofoba e maldestra.

Il diritto di negare un diritto. Le “Sentinelle in piedi” affermano di “vegliare” sulla libertà di opinione e di pensiero, invece vigilano sul “diritto” di alienare i diritti di altri che non somigliano loro. Vegliano per proteggere e diffondere l’ignoranza, l’arroganza, il qualunquismo conformista e irrealistico da cui altri Paesi si sono già liberati , legiferando con fermezza e con soddisfazione.

Vegliano, ma in realtà dormono di un sonno così profondo che li fa sembrare zombie venuti da un al di là inquisitorio, persecutorio e discriminatorio.  Evidentemente, i lumi della ragione e della scoperta scientifica, oltre che del buon senso, non li hanno raggiunti , né risvegliati.

Come psicoterapeuta e come essere umano, mi batto ogni giorno in prima persona con le conseguenze psicopatologiche e psichiatriche di un’educazione affettiva e sessuale ignorante, sessuofoba e intransigente, mi confronto con la sofferenza causata dall’inumanità, dalla irrazionale imposizione aprioristica di quei “valori” propugnati in modo tautologico dalle “Sentinelle in piedi” e non solo. Convivo con molti modelli di famiglia, e so che la loro salute non dipende dal sesso dei genitori. Ogni giorno, sperimento i limiti, a volte gravissimi, della cosiddetta “famiglia tradizionale”, che sono pronto a comprendere e formato ad aiutare, nella consapevolezza che non sia l’unico mondo possibile.

Per questo, sento di esprimere il mio parere e di rivendicare a mia volta il mio diritto alla libertà di espressione e di parola, ma parlando, argomentando, mettendoci la faccia.

Ritto in piedi, col mio blog in mano.

A Cagliari erano 110,  circa un pugno di mosche. Ma, si sa, le mosche proliferano in fretta, soprattutto nella materia deteriore della tautologia e dell’ignoranza. Occhio dunque, state tutti in piedi con un libro in mano. Potrebbe servire a scacciare le mosche, ma, almeno voi, leggetelo. 

Enrico Maria Secci, Blog Therapy

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Mag
17
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 17-05-2014

“Caro papà,

lo so, mi vedi spesso triste e scontroso, dici che passo troppo tempo chiuso nella mia camera, che non ho orari e capisco che tu sia deluso da me. Anche quando litighiamo a causa di tutte le regole che infrango – le uscite, le sigarette e qualche bevuta di troppo – so che hai ragione e ho pensato a lungo prima di scriverti questa lettera, perché penso che tu abbia il diritto di sapere la verità. E credimi, per me è difficile.

Ricordi quando mi sono fatto male in palestra e sono rientrato col braccio fasciato? Ecco, il braccio me lo aveva rotto il mio spacciatore, e quella puzza di cui ti lamenti sempre non è di sigarette, ma di crack. E’ una specie di cocaina sintetica. Ho cominciato con una pipa ogni tanto e adesso non posso fare a meno di fumarne più che posso, perché altrimenti patisco violente crisi di vomito e di diarrea.Il punto è che le pipe costano, così, ho cominciato a scassinare i distributori automatici e, con Geko – Giancarlo, il mio amico – compiamo piccoli scippi.

Purtroppo la droga è cara, così mi sono indebitato con lo spacciatore, che mi ha pestato e minacciato di morte se non avessi saldato il dovuto.Sono stato costretto a mettermi a trasportare illegalmente i rifiuti di un cantiere. Ti dicevo che andavo in discoteca, e tu ti incazzavi, ma quando facevo l’alba era solo perché stavo sotterrando un sacco di materiale tossico in mezzo alla campagna. Poi mi fumavo una “pipa” e tornavo a casa. Non sono sempre scontroso, papà, sono solo molto fatto, spesso, ed è per questo che non ho potuto dare gli esami all’università e ho dovuto contraffare il libretto per prendere tempo. So che la mamma potrebbe morirne, tutti quei 30 sono falsi e di esami ne ho dato solo uno e non c’è alcuna possibilità che mi laurei l’anno prossimo. Ma ora la laurea non mi preoccupa, e ti dico perché.

Scusa se la mano mi trema e forse non leggi bene, ma i dottori mi hanno spiegato che a causa dell’amianto e di tutta la merda che ho trasportato le mie condizioni potrebbero precipitare imprevedibilmente da un momento all’altro.

Per fortuna, adesso sto ritrovando un equilibrio mistico grazie al Guru Pitka, che mi ha accolto nella sua setta spirituale e già dopo il rito iniziatico di mezzanotte mi sento meglio. Il sapore del sangue di capra non è male con le ostie consacrate e dicono che curi i tumori e molte altre malattie, purché si abbia abbastanza fede.

Pitka è molto generoso con noi e professa il sesso libero con le adepte del suo harem. Forse ho messo in cinta Lidia, la sua quarta moglie, ma non siamo sicuri che il bambino nasca sieronegativo, per questo dovremmo compiere un rituale speciale. Il Guru ha bisogno di 10.000 euro e vorrei tanto che tu, papà, mi aiutassi a trovarli per il bene del nascituro.

Ok, so che tutte queste notizie ti hanno turbato, so che avresti voluto un figlio speciale, bravo all’università, responsabile, onesto, sano. E io, papà, lo sono davvero. Il fatto è che tu non vuoi vederlo come sono, perché non sarò mai esattamente come avresti voluto che fossi. Lo dico perché ho bisogno che tu sappia che sono omosessuale, papà, e so che la cosa ti fa paura.

In realtà, gli esami li ho dati e mi laureerò a giugno, puntuale e in corso, non ho mai trasportato amianto ma solo pizze e non per comprarmi la droga, perché non ne faccio uso, godo di ottima salute e la setta del Guru Pitka non esiste.

In realtà, Geko è il mio compagno, ci siamo conosciuti all’università e stiamo insieme da quattro anni, e siamo innamorati e felici. Non scassiniamo, né scippiamo, ovviamente: siamo due ragazzi normali in un mondo non sempre facile, e vorrei che tu non facessi più parte di quel mondo e mi amassi sino in fondo per quello che sono perché, alla fine, sono un figlio buono, un figlio che ti vuole bene. Volevo dirti questo ma non sapevo come fare a farti, a farvi capire. Troppa paura dei drammi, tuoi e di mamma. Volevo provare a mostrarti che i drammi, le cose per cui indignarsi, disperarsi, preoccuparsi e vergognarsi sono altre.

 Con amore, tuo figlio.”

Ho scritto questa lettera “paradossale” ispirandomi al famoso libro di Robert Cialdini, “Le armi della persuasione” (2010, Giunti Editore), che, con un esempio analogo ma di tema diverso, spiega come a volte possa servire ricorrere a tecniche di comunicazione estreme per dire le cose più semplici e fare in modo che l’altro le consideri in una prospettiva diversa, una prospettiva che non consideri esclusivamente il proprio punto di vista ma includa anche tutto ciò che è “altro” da sé. Anche quando, come nel caso di questa lettera, l’altro è il proprio figlio.

Se fossi padre non vorrei mai ricevere una lettera così, e non certo per lo stratagemma che contiene ma perché dimostra che non c’è stato ascolto, non è avvenuto quel passaggio di valori di libertà e di amore incondizionato che sono la sfida, difficilissima, di ogni genitore e, in senso più ampio, di ogni persona in rapporto all’altra, quando l’altra persona – per un retaggio di presupposti e distorsioni sociali – vive la costrizione di sentirsi “diversa”. Penserei, però, che sia meglio una lettera così che niente, meglio questo che l’esclusione, l’impossibilità di riconoscersi, di capire, di sapere, di condividere …  C’è sempre uno spazio, la possibilità di cambiare, di dialogare, di aggiungere all’amore ciò che è mancato. Ne sono certo.

Oggi ricorre la Giornata Internazionale contro l’Omofobia.

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