Lug
02
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 02-07-2014

Il Disturbo Narcisistico di Personalità stava per essere cancellato dal DSM, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali. Se non fosse per l’accesa protesta dei clinici di tutto il mondo nella fase di redazione della quinta edizione della “bibbia della psichiatria”, l’eliminazione del narcisismo dai disturbi di personalità avrebbe significato una sorta di “indulto” scientifico del tutto ingiustificato.

L’omissione di una categoria così importante e critica come il narcisismo patologico dal DSM-V avrebbe indubbiamente complicato sia la diagnosi che il trattamento psicoterapeutico, ma soprattutto avrebbe compromesso la possibilità fondamentale di comunicare tra professionisti su un disturbo che la maggioranza degli psicoterapeuti incontra nella pratica quotidiana sia direttamente nei pazienti narcisisti che, indirettamente, nelle conseguenze delle loro azioni su altre persone, che si ammalano nella relazione col narcisista e chiedono aiuto.

A pagina 775 del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, fresco di stampa nella versione italiana edita da Raffaello Cortina Editore, ecco i criteri diagnostici del narcisismo patologico, non troppo dissimili da quelli già documentati nella quarta edizione:

 

  1. Ha un senso grandioso di importanza (per es., esagera risultati e talenti, si aspetta di essere considerato/a superiore senza un’adeguata motivazione).
  2. È assorbito/a da fantasie di successo, potere, fascino, bellezza illimitati, o di amore ideale.
  3. Crede di essere “speciale”‘e unico/a e di poter essere capito/a solo da, o di dover frequentare, altre persone (o istituzioni) speciali o di classe sociale elevata.
  4. Richiede eccessiva ammirazione.
  5. Ha un senso di diritto (cioè l’irragionevole aspettativa di speciali trattamenti di favore o di soddisfazione immediata delle proprie aspettative).
  6. Sfrutta i rapporti interpersonali (cioè approfitta delle altre persone per i propri scopi).
  7. Manca di empatia: è incapace di riconoscere o di identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri.
  8. È spesso invidioso/a degli altri, crede che gli altri lo/a invidino.
  9. Mostra comportamenti o atteggiamenti arroganti e presuntosi.

 

Nel complesso, gli indicatori diagnostici si aggregano in un pattern pervasivo di grandiosità, che costituisce l’elemento-chiave del profilo del narcisista patologico.

Il Manuale stima un’incidenza percentuale del disturbo sino al 6,2% nei campioni considerati rappresentativi della popolazione dall’indagine statistica e riporta un’incidenza orientativa del 50-75% di maschi nel campione generale di diagnosi di narcisismo patologico.

Il DSM mette in evidenza le contraddizioni vissute dal narcisista: la grandiosità fa da contraltare all’estrema vulnerabilità, al senso di inadeguatezza, all’incapacità sociale e affettiva della persona, che vive spesso sospesa tra istanti di auto-esaltazione e periodi di solitudine profonda.

Un ulteriore elemento diagnostico è infatti l’abuso di sostanze: tabacco, alcol e cocaina, in particolare, possono costituire nel Disturbo Narcisistico di Personalità un tentativo di auto-terapia finalizzato ad alleviare, illusoriamente, l’inquietudine e l’insoddisfazione costanti, caratteristiche della patologia.

Il profilo è riassunto in tre pagine e risponde al criterio categoriale adottato storicamente dal manuale più consultato dai professionisti di area psichiatrica e psicoterapeutica. Si tratta evidentemente di un criterio pragmatico ma fortemente limitante. Molto lontano dalla realtà, dove il clinico si confronta con sfumature e vere e proprie varianti del narcisismo, che risultano inclusive dei criteri diagnostici solo in parte e sono invece riconducibili a uno spettro narcisistico ampio, molto più articolato e complesso di quanto emerga dalla scarna definizione del Manuale.

Recentemente Otto Kernberg, tra i più eminenti psicoanalisti viventi, ha messo in dubbio la validità dell’approccio categoriale affermato dal DSM in favore di una visione dimensionale, una visione certamente più realistica e orientata al cambiamento, più che alla diagnosi.

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Mag
05
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 05-05-2014

Che la relazione di coppia possa trasformarsi in una dipendenza può stupire gli idealisti o indignare i cinici dell’amore, ma è un’evidenza ampiamente documentata dalla psicologia moderna e comunque ben nota da secoli. Scrittori e artisti di ogni luogo e di ogni epoca hanno saputo rappresentare la sofferenza amorosa e le sue conseguenze distruttive nelle loro opere e spesso con la propria biografia. La mitologia greca è ricca di amori tragici e impossibili: la ninfa Eco pazza d’amore per Narciso innamorato di se stesso, Calipso inutilmente dedita ad Ulisse, Dafne che per sfuggire alla bramosia di Apollo prega il padre, dio fluviale e della Terra, di trasformarla in albero. Intere correnti letterarie, il romanticismo e il decadentismo per esempio, hanno raccontato all’umanità in modo inequivocabile quanto innamorarsi e amare possano mutare in ossessione e dipendenza. Goehte suggestionò mezza Europa con il romanzo “I dolori del giovane Werther” (1774), che narra del suicidio del protagonista per amore dell’ambigua Lotte legata a un altro uomo. L’epidemia di suicidi “amorosi” seguita al successo del libro fu tale che molti Paesi misero al bando l’opera. Anche la cinematografia offre infinite testimonianze del mal d’amore, precedendo di almeno un decennio psicologi e psicoterapeuti. Uno dei film più toccanti sul tema è senza dubbio “Adele H.” di François Truffaut (1975), che, ispirandosi ai diari postumi della figlia del poeta Victor Hugo, ricostruisce la drammatica spirale della dipendenza affettiva spinta agli estremi della follia di Adele per un ufficiale inglese che la rifiuta nonostante i suoi convulsi tentativi di conquistarne l’amore.

Con la psicoanalisi e la diffusione delle psicoterapie il problema della dipendenza affettiva è stato affrontato in modo sistematico grazie all’osservazione diretta e alla terapia di casi reali. Inizialmente, la psicologia ha trattato il mal d’amore come un problema individuale, cercando soprattutto nella storia evolutiva dei soggetti dipendenti tracce di traumi emozionali subiti nell’infanzia nel rapporto con i genitori o con altri membri significativi della famiglia d’origine. L’analisi e la terapia della dipendenza amorosa si sono concentrate spesso più sul passato che sul presente, sull’individuo anziché sulla relazione. Questo approccio ha indotto in molti a ritenere che chi vive una dipendenza affettiva abbia un problema intrinseco come un deficit nella strutturale della personalità. Ma un’ipotesi simile può spiegare soltanto una minoranza di casi, quelli in cui la persona ha effettivamente un background di esperienze familiari traumatiche e di figure genitoriali inadeguate. Sono invece numerosi, probabilmente in maggioranza, gli individui che pur partendo da un passato effettivamente doloroso sviluppano in età adulta relazioni equilibrate e soddisfacenti. Queste persone dimostrano che il passato è passato e, in quanto tale, non è necessariamente e rigidamente fondativo il presente. Il colpo più duro all’ipotesi del “trauma originario” proviene dallo studio dei tanti casi di persone che capitolano nella dipendenza affettiva nonostante provengano da famiglie “normali” e non hanno avuto sostanziali difficoltà di natura relazionale o affettiva sino all’esordio della relazione amorosa patologica. Ciò porta a ritenere che la dipendenza amorosa non sia, in una logica causale, il frutto di difficoltà passate ma una sindrome del “qui ed ora”, un problema che vede coinvolte due individui che, più o meno consapevolmente, la co-costruiscono in una catena di azioni e reazioni disfunzionali teoricamente infinita. Assumendo un punto di vista relazionale, spostare l’attenzione sul passato dell’individuo per trovare soluzioni nel presente non solo risulta un’operazione faticosa e complessa, ma anche controproducente perché ostacola una lettura relazionale coerente del problema per come è nel presente in cui si manifesta.

Alla base della dipendenza affettiva e dei suoi sintomi c’è la coppia, la coppia e il suo sistema di aspettative, di credenze e di valori. Spesso la rappresentazione che i membri della coppia hanno di se stessi e dell’amore stride talmente con la realtà della loro interazione da costituire un conflitto di cui la dipendenza verso o col partner rappresenta un tentativo di soluzione.

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Prossimo workshop “Le dipendenze affettive -Psicoterapia Strategica Integrata, modelli, casi clinici e tecniche di intervento” a Roma, 18 maggio 2014, h. 10.00 – 19.00 presso la Scuola di Psicoterapia Strategica Integrata SCUPSIS. Per informazioni e  prenotazioni: segreteria@scupsis.org o telefono 06 5190102.

 

Apr
28
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 28-04-2014


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Mar
31
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 31-03-2014

Dipendenti affettivi si nasce o si diventa? C’è qualcosa di originariamente “rotto” nella psiche di chi si “ammala d’amore”? Esistono cause specifiche, certe e univoche, che possano spiegare il perché della dipendenza affettiva?

Domande come queste tormentano chi ad un certo punto riconosce che il dolore per la relazione amorosa che vive ha superato quel limite di sopportazione oltre cui difficilmente può considerarsi ancora “normale”. Un vissuto comune dei dipendenti affettivi è colpevolizzarsi dell’infelicità della coppia e identificarsi nel ruolo del malato incapace di amare e di farsi amare dal partner che, viceversa, viene idealizzato e quasi compianto per essere rimasto coinvolto in un legame così frustrante. Una visione rigida e mono-direzionale del rapporto, che prevede un membro della coppia “sano” e uno disfunzionale non descrive una realtà ma esprime un sintomo agito da entrambe le parti. Infatti, in una prospettiva relazionale, la dipendenza affettiva si sviluppa, si alimenta e si consolida di necessità nell’interazione tra due persone e, come tale, non può essere ascritta al singolo individuo, né può essere compresa senza considerare la rete fittissima di attribuzioni, di scambi e di atteggiamenti che innesca la patologia.

Non si nasce dipendenti affettivi. Siamo tutti, potenzialmente, dipendenti affettivi, perché i meccanismi della “malattia dell’amore” sono duali, attengono all’interazione e dipendono dalla relazione. Anche chi non ha mai sofferto di depressione, attacchi di panico, ansia o ossessioni potrebbe precipitare nel gorgo dell’ambivalenza amorosa, del conflitto, del tradimento, del ricatto affettivo e della gelosia patologica, sino a non riconoscersi più e ad apparire di colpo trasfigurato anche agli occhi degli amici più cari. Allora, può sembrare che ci siano in giro degli untori che ammorbano il prossimo e li trascinino a strattonate nell’inferno dell’amore nero. Ma anche questa é una lettura parziale e individuale, è una semplificazione terribile, come direbbe Paul Watzlawick, uno dei padri della psicoterapia strategica. Ridurre un fatto relazionale a uno stigma sull’individuo complica i problemi e allontana dalle soluzioni. Per quanto possa apparire assurdo, anche i cosiddetti “narcisisti patologici” sono dipendenti affettivi, e diventano perversi in base ai rinforzi che ricevono nella relazione. La relazione é, dunque, la matrice del problema e, allo stesso tempo, é il luogo in cui guardare per trovare le soluzioni.

Alcuni “fattori predisponenti”. Se è vero che non nasciamo geneticamente predisposti ai drammi d’amore, nella pratica psicoterapeutica sempre più Autori evidenziano la correlazione tra specifici “traumi affettivi” nel ciclo di vita dall’età infantile sino all’età adulta e la “caduta” nella dipendenza affettiva.

  • Relazioni conflittuali tra i genitori o eccessiva rigidità del sistema familiare d’origine
  • Esperienze d’abuso infantile
  • Separazione e divorzio
  • Precoce “genitorializzazione” o “adultizzazione” del bambino
  • Elevato conformismo sociale
  • Utilizzo di sostanze
  • Dimorfismo corporeo
  • Senso di auto-stima disfunzionale (troppo elevato o troppo basso)

Tali “fattori predisponenti” impongono una riflessione: riguardano allo stesso modo “vittime” e “carnefici”, ovvero si ripresentano con significativa costanza sia nella storia delle une che nel percorso degli altri. Infatti i “carnefici” narcisisti hanno con le loro vittime molti più punti in comune di quanto non appaia, ovvero hanno vissuto nel corso del proprio sviluppo psico-affettivo situazioni predisponenti alla dipendenza affettiva reagendo in modo diametralmente opposto.

Questa considerazione sostiene ancor di più l’idea che la relazione che si instaura tra due persone funziona nella “malattia dell’amore” come un amplificatore e un acceleratore delle loro rispettive fragilità, fino alla reciproca consunzione psicologica.

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