Giu
23
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 23-06-2014

 

Ecco una rassegna semestrale di questo blog di psicologia e psicoterapia.

Per chi è già passato di qua, per i 1665 ospiti fissi della pagina facebook di Blog Therapy e per chi in questi giorni arriverà su queste pagine.

Ho scelto i 12 post più rappresentativi di questo semestre per presentare Blog Therapy ai nuovi utenti e, soprattutto, per rendere più agevole l’accesso a contenuti che altrimenti passerebbero sottotraccia ingoiati dai motori di ricerca. Sì, perché non sono esattamente un esperto di indicizzazioni e dipendo in tutto e per tutto dall’utenza spontanea e del contributo di chi spende un “Mi piace” sulla pagina o torna di suo a visitare il sito.

Dunque, ecco Blog Therapy, psicologia e psicoterapia. Da gennaio, ho scritto di cyber-bullismo, di dipendenze affettive, di depressione; d’ amore e di solitudini; di film e di libri. Ma l’archivio ospita oltre 800 articoli.

Benvenuti! … e buona lettura.

 

Gennaio

*** Cyber-bullismo: violenze e scandali nei social net-work

*** “Splendore” di Margaret Mazzantini: una lezione d’amore

Febbraio

*** Storie d’amore: elaborare il distacco

*** La narcisista manipolatrice: quando il carnefice è una “lei”

Marzo

*** Psicoterapia: come aiutare qualcuno a lasciarsi aiutare

*** “Allacciate le cinture” di Ferzan Opzetek: la vita è un viaggio …

Aprile

*** Io te e WhatsApp. La nevrosi della coppia tecnologica

*** Psicologia: tre tipi di solitudine

Maggio

*** “Io ci sono” di Lucia Annibali – La mia storia di NON amore

*** La famiglia dipendente e il disagio dei figli

Giugno

*** Quel mite assassino della porta accanto

*** Chat e solitudine

Mag
09
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 09-05-2014


In psicologia il termine resilienza indica la capacità dell’individuo di superare e di trarre forza da eventi stressanti e traumatici. E’ un’espressione della duttilità della psiche e del dinamismo della personalità che spiega come molti individui trasformino situazioni oggettivamente sfavorevoli in occasioni di cambiamento vantaggiose per la propria evoluzione verso la piena realizzazione di sé e la felicità. Il concetto di resilienza è mediato dalla scienza dei materiali, per la quale un materiale ad alta resilienza è un grado di adattarsi a pesanti sollecitazioni mantenendo la sua forma originaria. Analogamente, ci sono persone che rispetto a situazioni avverse dimostrano un’levata soglia di tolleranza alla frustrazione e adottano strategie per ricavarne un vantaggio e persone non resilienti o scarsamente resilienti che si lasciano schiacciare dalle difficoltà partendo dall’idea di non poter cambiare e irrigidendosi su sistemi di convinzioni negative che le atterrano nell’insoddisfazione o in forme più o meno gravi di disagio psicologico.

La resilienza è associata alla perseveranza, alla creatività, all’empatia e al pensiero positivo e si basa sul presupposto che tutto serva. Tutto serve, tutto contiene un messaggio prezioso, tutto rappresenta una possibilità evolutiva anche se nell’emergenza della sofferenza è difficile individuarla. Gli individui resilienti si pongono rispetto alla realtà in modo attivo: la inventano, la costruiscono, la adattano a sé e, tra i molteplici significati degli eventi, selezionano sempre quello più positivo.

La resilienza non è una caratterista genetica, ma un’opportunità che tutti gli esseri umani possono cogliere lavorando su l’unica variabile che possono veramente controllare: il proprio pensiero. Il resiliente usa tutti i colori della tavolozza del proprio cervello. Il non resiliente, si limita al grigio e al nero. E sono entrambi nel “giusto”, ma i primi saranno persone serene ed equilibrate, i secondi, alteri guardiani del proprio ergastolo mentale da loro stessi inflitto.

Dagli anni ’80, la resilienza è diventato un concetto-chiave nella psicoterapia, nel coaching professionale e nella psicologia del lavoro: l’intervento psicologico, a prescindere dal contesto che lo richiede, si configura sempre di più come un insieme di strategie, di tattiche e di tecniche per apprendere, incoraggiare e incrementare la resilienza umana. Per sviluppare questo straordinario stile di pensiero occorre prima di tutto assumere per quanto possibile un atteggiamento aperto e non giudicante rispetto a se stessi, agli altri e al mondo. E’ il passo più difficile, dato che definizioni rigide della realtà rappresentano per molti una barriera contro la sua complessità e un tentativo di controllarla illusoriamente. Eliminare del tutto pregiudizi e convinzioni limitanti è però utopistico: si può al limite diventarne consapevoli e cercare di arricchire il proprio punto di vista di alternative diverse da quelle offerte dall’abituale approccio alle cose, quello che consideriamo spontaneo ma che è soltanto il frutto di una combinazione di esperienze e di apprendimenti, a volte inconsci, non sempre funzionali. A cosa serve giudicarsi sbagliati, tristi, sfortunati? A cosa serve pensare che un problema sia irrisolvibile? A cosa serve piangere sul latte versato? Qual è l’utilità del pensare che il mondo sia un luogo pieno di insidie? Si tratta di giudizi, di visioni della realtà certamente vere, ma non più di altre di segno opposto che però aprono la strada alla resilienza, alla soluzione strategica e creativa dei problemi e alla costruzione di un equilibrio nuovo.

La resilienza psicologica non è semplice “pensiero positivo”, consiste nell’accompagnare il pensiero positivo all’azione con perseveranza, anche nelle situazione più complicate. Si può definire resiliente chi apprende dalle difficoltà senza la pretesa di risolvere subito i problemi e chi ha un’elevata soglia di resistenza alle frustrazioni. Soggetti scarsamente resilienti, invece, sono caratterizzati da un certo grado di rigidità e, una volta strutturatouno schema della realtà, rifiutano di variarlo anche quando risulta impedire equilibrio e realizzazione personale. Bassa resilienza è correlata ad elevati livelli di conflittualità interpersonale e sofferenza psicologica, oltre che a scarsa capacità di realizzare le proprie attitudini.

***

Una storia famosa sulla resilienza

Per capire meglio cosa sia la resilienza, si pensi alla storia di un ragazzo molto sfortunato: figlio di una ragazza madre che lo dà in adozione viene costretto a frequentare l’università prima ancora di aver compreso cosa volesse fare nella vita. Gli studi, costosissimi, vanno a rotoli gettando quasi sul lastrico la sua famiglia. Disorientato, ma perseverante, il ragazzo resta la Campus. Si arrangia raccogliendo lattine nel parco in cambio di pochi dollari e dormendo ospite nelle stanze dei colleghi e a volte per strada. Una situazione terribile. Nel grigiore e nell’apatia per la vita universitaria, il ragazzo trovava la bellezza soltanto nei manifesti e nelle scritte appesi nei corridoi provenienti dal corso di calligrafia ospitato in quella Università. Così, sulla scia di un’intuizione, decide di frequentare le lezioni di calligrafia e si appassia ai diversi tipi di carattere, all’arte di disegnarli, comporli e separarli a mano così da ottenere sempre un risultato perfetto. Certo, quella scelta non aveva nulla a che fare col suo ambito di studi, ma era la sola cosa che sentisse di fare in quel momento confuso della sua esistenza.

Quel ragazzo era Steve Jobs, fondatore di Apple, che è a tutti gli effetti uno dei più fulgidi esempi viventi di resilienza umana. Come ha spiegato Jobs, senza quell’”incidentale” corso di calligrafia non avrebbe mai creato più avanti i caratteri che oggi usiamo tutti, bellissimi e funzionali, e che derivano dal primo Machintosh. Senza la resilienza, Jobs si sarebbe forse piegato davanti all’evidenza dei fallimenti universitari e all’apparente incapacità di trovare un senso compiuto al proprio percorso di allora … come succede a molti. Raccontando la sua interessante vicenda agli studenti del Reed College, Jobs spiega la sua resilienza come la “capacità di unire i punti”, ovvero di mettere insieme all’interno di un disegno compiuto tutte le esperienze esistenziali, anche quelle più difficili o drammatiche e dice:

“ Se non avessi abbandonato gli studi, se non fossi incappato in quel corso di calligrafia, i computer oggi non avrebbero quella splendida tipografia che ora possiedono. Certamente non era possibile all’epoca ‘unire i puntini’ e avere un quadro di cosa sarebbe successo, ma tutto diventò molto chiaro guardandosi alle spalle dieci anni dopo.

Non potete sperare di unire i puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia che, nel futuro, i puntini che ora vi appaiono senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro. Dovete credere in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro karma, la vostra vita, il vostro destino, chiamatelo come volete  … questo approccio non mi ha mai lasciato a terra e ha fatto la differenza nella mia vita.”

Non possiamo scegliere tutto e a volte ci capitano situazioni in cui ci sentiamo imprigionati. La resilienza, se attivata, è una risorsa miracolosa perché fa leva sull’unico aspetto della realtà su cui possiamo acquisire molta libertà: il pensiero. Henry Ford diceva: “Non importa che pensiate di saper fare o non saper fare qualcosa, comunque avete ragione”. In questo senso, per stimolare la resilienza occorre selezionare i pensieri e buttare via tutti quelli che non servono o che lasciano un problema immutato o lo peggiorano.

 

Apr
18
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 18-04-2014

La solitudine è all’apparenza un concetto semplice, una condizione data dalla mancanza di compagnia o, più in generale, dalla privazione della socialità. Solo è chi non conosce persone di riferimento, chi non ha amici e chi non saprebbe su chi contare in un momento di necessità. Quando si pensa alla solitudine ci si riferisce istintivamente alla sua dimensione oggettiva, ovvero alla reale assenza di legami significativi. Così, per esempio, è comune riferirsi a qualcuno che non abbia un partner come a una persona sola, espressione che tradisce una certa commiserazione.

La solitudine è abitualmente associata alla tristezza e alla paura, è percepita come l’indesiderabile e sfortunato destino di qualche conoscente e di molti sconosciuti che orbitano sperduti oltre la linea traslucida e rassicurante della normalità. Nel suo significato più concreto, è un sentimento che attribuiamo agli altri ma è anche il fantasma da cui sfuggiamo e ci difendiamo riparandoci nelle relazioni sociali, talvolta senza riflettere sulla qualità dei nostri rapporti.

I “soli” e i “non-soli”. Lo stigma sociale apposto sulla solitudine è tale da indurre molte persone a scelte amicali o sentimentali poco o per nulla appaganti, pur di assicurarsi un posto nella schiera dei “non-soli”. Il timore, a volte inconsapevole, di restare isolati, ovvero di passare del tempo in esclusiva compagnia di se stessi, può paradossalmente precipitare intere esistenze in un limbo affollatissimo di succedanei interpersonali, di pseudo-amici e di pseudo-amori, con la sola scaramantica funzione di evitare la vituperata solitudine.

In questo modo, per risolvere il problema della solitudine oggettiva si crea e si alimenta un altro problema: la solitudine soggettiva. Si è soggettivamente soli quando, pur stando in mezzo alla gente, agli amici o col partner si avverte un senso pervasivo di insoddisfazione, si sperimenta un’inquietudine strana, prossima alle lacrime; quando il nostro mondo sociale inizia ad apparire come un collage malamente appiccicato sul piano continuo dell’insofferenza, della noia e della finzione, quando la routine e la quotidianità si susseguono senza gioia.

La solitudine soggettiva. La solitudine soggettiva è una landa più cupa e desolata dell’isolamento che prova chi, suo malgrado, abbia perso i suoi affetti nel corso della vita, come accade nel caso di lutti o, transitoriamente, si verifica tra gli emigrati o i profughi. Questi ultimi subiscono una circostanza e, anche se con molta fatica, possono adattarvisi e poi muoversi alla ricerca di chi possa modificare la loro condizione. Chi è soggettivamente solo, invece, é parte attiva e responsabile di un intrico di non detti, di rapporti di facciata e di cammouflage sentimentali di cui, tra corsi e ricorsi, finisce per sentirsi ostaggio e in cui continua a identificare gli unici riferimenti affettivi possibili.

Mausolei virtuali. Un riflesso abbagliante della solitudine soggettiva è l’abuso dei social-network e delle chat, dove si instaurano veri e propri cimiteri relazionali, con un loculo virtuale e una foto per ciascuno; strumenti il cui utilizzo può diventare inversamente proporzionale all’autenticità della persona e dei suoi legami. Chi si sente soggettivamente solo, spesso se ne vergogna e nutre un senso di colpa nei confronti di quelli che ha assurto ad amici o verso il partner. Tende di conseguenza a protrarre la finzione e a promanare, anche via facebook, un’immagine di sé conforme al sistema in cui in realtà si percepisce alieno, stanco e incompreso. Nulla è più straniante che simulare partecipazione, dimostrare stima e fingere una qualche risonanza emotiva con quelli che, alla fine, ignorano la nostra solitudine sostanziale.

Un terza solitudine. Ma esiste una terza accezione della solitudine, quella di chi non respinge né camuffa la propria identità e integrità e vive per un certo periodo la propria vita tra sé e sé, e si concede il lusso di intrattenersi quasi esclusivamente con la propria presenza del suo essere umano. C’é chi coltiva la propria individualità, familiarizza con le contraddizioni interiori, fa a pugni con la paura di restare da solo, sfida il tabù dell’isolamento sociale. Impara a dire di no e a dire “grazie”, a dare e ricevere incondizionatamente e a riconoscersi un valore senza elemosinare e senza conformarsi ai rituali appresi, che impongono di avere ad ogni costo amici, mariti, mogli, figli, quali che siano, purché li si abbia.

Questa solitudine terza rispetto alla solitudine oggettiva e a quella soggettiva, può rappresentare un momento catartico, produrre un’auto-consapevolezza in grado di attivare nuovi meccanismi relazionali e di realizzare, selettivamente, una vita sociale finalmente appagante.

Una condizione che soddisfa questa diversa, in qualche modo eretica, visione di se stessi nel mondo é quella di fare ordine e pulizia, saper lasciare chi, seppure involontariamente, ci vincola e ci deprime e impegnarsi a sciogliere la catena di credenze negative e di sensi di colpa che, molto spesso, affollano l’universo dei “non-soli”.

Apr
07
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 07-04-2014

La noia è un’emozione caratterizzata da un senso di vuoto e di inutilità spesso associato all’immobilità e alla procrastinazione. Se fosse un colore, la noia sarebbe il grigio. L’annoiato sperimenta uno stato di sospensione psicologica che limita la sua percezione di se stesso, degli altri e del mondo a un vissuto di insoddisfazione permanente. Ai suoi occhi, le cose, le persone e il tempo si avvicendano prive di senso e si velano di tristezza. Le altre emozioni orbitano intorno alla noia come attutite, ferme, senza spinta vitale. L’idea centrale dell’annoiato é il “non aver nulla da fare” e, allo stesso tempo, la pesante certezza che fare qualcosa sarà troppo faticoso e per altro troppo deludente per giustificare lo sforzo di attivarsi in una qualche direzione.

Un’emozione-sentinella. Il sentimento di noia emerge probabilmente quando il contesto di vita e le relazioni di una persona smettono di rispondere ai suoi bisogni emotivi e ripetono rigidamente routines che, in precedenza, risultavano invece soddisfacenti. In questo senso, la noia può essere considerata un’emozione-sentinella che ci allerta sulla necessità di operare un cambiamento nelle modalità con cui ci rapportiamo alle cose. Ma non sempre l’annoiato coglie questo importante allarme psicologico e tende a riempire l’inquietudine rifugiandosi nella ripetitività del quotidiano e utilizzando di continuo fonti di gratificazione esterna: tv, social-network, videogiochi, cibo, sigarette, alcol, hashish sostanze in genere. E facilmente, ciò che serviva ad alleviare la frustrazione, aggraverà la noia e richiederà dosi compulsive delle stesse “distrazioni”, sino alla paralisi emotiva della dipendenza.

La “noia” in psicoterapia. Non a caso, la noia é un tema ricorrente in psicoterapia e, in certi casi, si palesa una volta che sintomi fobici, ipocondriaci, depressivi, disordini alimentari o dipendenze si alleviano significativamente o scompaiono. Può accadere che, interrotta la catena della psicopatologia, la persona “scopra” di non sapere che fare di se stessa una volta dismesso “l’abito del paziente” e debba così fronteggiare per un periodo una sensazione di inadeguatezza e di vuoto molto vicino alla “noia originaria”. La grigia inquietudine che segue all’entusiasmo per la riduzione o l’annullamento della sofferenza psicologica necessita sempre di una riflessione mirata alla rottura di schemi di interazioni precedenti al problema: scarsa autostima, sottomissione a modelli familiari rigidi e intransigenti, timore di fallire e di restare da soli.

Noia e solitudine. Personalmente, collego la noia al terrore di restare da soli. L’annoiato si uniforma a un ambito psicologico e relazionale non proprio, a persone e situazioni che, anche solo indirettamente, stridono con la sua natura, pur di evitare la solitudine e l’isolamento, nella convinzione che ogni tentativo di espressione di sé nella famiglia, nella coppia o nella società di riferimento lo renderebbe alieno, diverso e abbandonato. Voglio dire che ci si annoia pur di non sfidare e modificare attivamente convinzioni prese dall’esterno, dunque non nostre, ma di madri e di padri, di amici, di conoscenti coerenti con valori che non ci appartengono; voglio dire che ci si annoia quando non si presta attenzione ai propri bisogni emotivi ma si soggiace alla loro costante frustrazione e si evita di rompere quegli schemi che ci soverchiano e ci ammalano mentre ci fanno compagnia.

Cambiare. Prima di combattere la noia occorre comprenderla e comprendersi. Cosa si fa mentre ci si intrattiene con la noia? In che modo cerchiano di placarla? Chi o cosa, aggrava o allevia questo sentimento impreciso e fluttuante? E chi o cosa, potrebbe produrre una variazione, anche lieve, nel piano grigio e continuo della noia?

Cambiare. Cambiare é la parola-chiave. Intraprendere un’attività sportiva, cambiare deliberatamente il percorso che ci reca a lavoro, variare l’alimentazione, modificare, partendo dalle abitudini più semplici, il ciclo annoiato della giornata-tipo. Ma, soprattutto, può essere d’aiuto sperimentare un ascolto più autentico e più empatico di se stessi e riscoprire, avvalorandolo, il bisogno di libertà che, per alterne vicende, abbiamo soppresso tra le pieghe della routine familiare, degli amici o della coppia, illudendoci così di sentirci meno soli.

Ott
18
Filed under (Argomenti vari) by Enrico Maria Secci on 18-10-2007


Poiché si parla spesso di "depressione" in modo vago e disinformato, sembrerebbe che questo disturbo affligga una fetta notevole della popolazione. Esistono forme di "depressione" fisiologiche e transitorie, chiamate depressioni reattive, che si sperimentano in comcomitanza a eventi traumativi, lutti, abbandoni. Ma in realtà, si può cominiciare a ipotizzare la presenza di un problema di matrice depressiva solo se almeno quattro dei seguenti sintomi si manifestano per un periodo di almeno quattro settimane e rappresentano un cambiamento nell’abituale funzionamento della persona.

 

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Ott
08


 

Concludo l’articolo sulle dipendenze affettive descrivendo gli ultimi due schemi dei quattro scoperti col le persone con cui ho lavorato o che seguitano un percorso di psicoterapia breve con me. L’interesse generato dai post su questo argomento mi stimola ad approfondire il tema: presto on-line articoli sulle dipendenze affettive tra genitori e figli.

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  F. è una dipendente affettiva. E’ ossessionata dall’idea di perdere G., il suo compagno. Chiede aiuto all’ennesimo psicoterapeuta, perché nessuno sa più cosa fare con la sua depressione. Al momento, sente di vivere "una vita non sua" -così dice-, una vita perennemente velata di lacrime e, a volte, allagata da temporali d’angoscia che la lasciano disperata e in balia dei farmaci.
G., che è molto preoccupato, la rimprovera di star male e ogni giorno la stimola al cambiamento. Contribuisce economicamente alla terapia, le "somministra" i farmaci con puntualità marziale. E’ evidente che G. non ha mai fatto nulla per andarsene, e non se ne andrà mai. Pesa più di un quintale, e non sembra accorgersene.
Provate a dire a F. che il problema, forse, è collegato a questa preoccupazione di perdere G. La maschera depressa si piegherà prima in una ragnatela di rughe interdette, invocando un’affaticata  ironia, e poi mimerà quella che dovrebbe essere un’espressione di gioia, ed esclamerà: "No! Io e lui! Siamo sempre stati felici! Sono IO il problema! Anzi, come farei senza di lui!".
G. annuirà con un grugnito riconscente e si agiterà rumorosamente sulla sedia, facendola scricchiolare di dolore.

La dipendenza affettiva è un problema sfuggito per anni alla psicopatologia, perché è sempre molto facile confondere la causa con l’effetto. Infatti, come si fa a sapere se una persona è gravemente depressa e quindi sviluppa un attaccamento morboso verso il partner (o verso un altro individuo per lei significativo), oppure è depressa perché ha attivato uno schema di attaccamento che non riesce a rompere? Questo dubbio ha aperto varchi sempre più profondi nelle certezze della psichiatria, secondo cui la dipendenza affettiva è una conseguenza di un "difetto" del cervello, un mero effetto collaterare di disturbi più seri come depressione, ansia, attacchi di panico, ecc. Eppure i casi come quelli di F., che sono numerosi e fortemente resistenti alla farmacoterapia e a molte forme di psicoterapia, applicare l’etichetta di "depressione" non risolverà il problema. Anzi, lo aggraverà. Come farà la povera F. a lasciare il povero G., dato che è depressa? Non può, non ne ha le forze. E, d’altro canto, come farà G. a occuparsi dei propri problemi finché F. sta così male? Non può! Deve continuare a starle accanto. E più G. farà l’infermiere di F., più F. sarà incapace di riconoscere i propri sentimenti per lui, e più diverrà dipendente dalla cure del partner, ecc.  

Non importa se, approfondendo il caso, emergerà che F. ha sposato G. per ripiego a una storia d’amore andata male, come fuga da una famiglia soffocante e per gratitudine. Gratitudine verso un uomo che la amasse ancora dopo il precedente "fallimento", un uomo che alleviava la disperazione e, senza naturalmente saperlo, si sostituiva al senso di drammatica inadeguatezza della compagna scelta. Non importa se si scoprirà quasi subito che G. è stato ripetutamente tradito. E che l’attività sessuale tra i due è pressoché inesistente da anni, complice la "malattia" di lei. Agli avvicinamenti di G. si contrappone sempre un mal di testa, una crisi di pianto, uno stanco e molle concedersi, che poi finisce per congelare ogni intenzione d’orgasmo.

dipendenti affettivi sono quelle persone che pur trovandosi in relazioni fortemente problematiche e insoddisfacenti, non riescono a romperle, e che, nei casi più gravi, non ci provano nemmeno, così sviluppano patologie collaterali (ansia, pseudo-depressione, panico, ecc.). Per via di queste patologie -autentiche, non certo simulate- queste persone approdano alla psicoterapia, di solito dopo aver strenuamente rimandato, convincendosi di poter guarire da sole. E’ molto raro che avvenga il contrario, cioè che il paziente chieda aiuto perché sente di dipendere affettivamente da qualcuno e attribuisce il proprio malessere a questo. Nessun paziente mi ha mai detto "Mi aiuti! Ho una dipendenza affettiva!".  Mi è invece accaduto molto spesso che mariti o mogli portassero i propri partner gravemente depressi in terapia, con atteggiamento accudente e preoccupato, li depositassero letteralmente in studio e sembrassero chiedermi: "Ecco, il giocattolo è rotto. La prego, lo aggiusti!" . La dipendenza affettiva è un duetto inconsapevole e complice, che finisce per fare sempre due vittime. Una è il paziente esplicito, quello che fa la psicoterarapia. L’altro, che in terapia non viene, è il paziente implicito, che latita, ma che sviluppa pur sempre dei sintomi, sintomi curiosamente di tipo dipendente come l’abuso di alcol o cannabis, o, più spesso, l’abuso di cibo o di lavoro.
Il lavoro è spesso doppiamente difficile perché ai primi tentativi del paziente di svincolarsi dalla dipendenza affettiva corrisponde da parte del partner un’intensa attività di sabotaggio del cambiamento. "Ecco, è perché sei depressa che vuoi lasciarmi! Sei malata… ti aiuterò io a guarire! Quella terapia non ti sta servendo a nulla!". Quando l’aperto sabotaggio dell’acquisizione d’autonomia non funziona, il partner passa a una forma di ostracismo più sottile: si ammala anche lui per cercare di impedire che la compagna o il compagno lo abbandoni.

Alcuni sintomi delle dipendenza affettive e relazionali:

- Svalutazione dei sentimenti
- Profondo senso di colpa e/o rancore e rabbia
- Paura di perdere l’amore
- Paura dell’abbandono, della separazione
- Paura della solitudine e della distanza
- Terrore di mostrarsi per quello che si è
- Timore di essere segregati
- Timore di essere annullati.

E’ tipica nelle dipendenze affettive la ricerca di una’assenza totale di confini tra i partner; ogni differenza viene considerata una minaccia e osteggiata al punto che la coppia si chiude in un’unità pesante, quasi monolitica, in un ristretto nucleo di frequentazioni, quasi sempre con altre coppie o i familiari di uno dei partners. Il più piccolo tetativo di autonomia viene considerato come un’offesa e da luogo a un aumento di controllo sul partner: dal controllo della rubrica e dei messagi sul cellulare a veri e propri pedinamenti, sino alla violenza fisica.

[Se questo post ti interssa, lascia un commento e chiedi che venga pubblicato il resto dell'articolo. Grazie!]

Leggi gli altri articoli…
Ammalati d’amore- Le dipendenze affettive

PARTE PRIMA

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Set
20
Filed under (Argomenti vari) by Enrico Maria Secci on 20-09-2007

L’ansia e gli attacchi di panico sono probabilmente i problemi psicologi più diffusi e in ascesa costate, soprattutto tra i i giovani. Riconoscere con accuratezza i primi sintomi può essere di primaria importanza per evitare che, nel tempo, si strutturi una patologia. Infatti, richiedere protamente una consulenza nelle prime fasi di sviluppo del problema può accelerare enormemente il processo terapeutico.

I Sintomi Principali
Ansia e preoccupazione eccessive, che si manifestano quasi ogni giorno per almeno 2 mesi
La persona ha difficoltà nel controllare la preoccupazione. Tendenza al ritiro sociale, oppure a chiedere aiuto a familiare e amici, sino a delegare anche piccole attività quotidiane.

L’ansia e la preoccupazione sono associate con 3 o più tra i seguenti sintomi:

1. irrequietezza, o sensazione di tensione;
2. facile affaticabilità;
3. irritabilità;
4. tensione muscolare;
5. alterazione del sonno;

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Set
18
Filed under (Argomenti vari) by Enrico Maria Secci on 18-09-2007

 

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Set
18
Filed under (Argomenti vari) by Enrico Maria Secci on 18-09-2007


Tra gli psicoterapeuti è sempre più diffusa la consapevolezza che la sofferenza della mente funziona come un sistema d’allarme a protezione dell’equilibrio psichico. Per quanto possa apparire strano ai non addetti ai lavori, ansia, attacchi di panico e depressioni – solo per citare i più diffusi problemi delle persone che chiedo aiuto a uno specialista-, contengono un messaggio di vitale importanza per il paziente che ne soffre. Molto spesso questo messaggio è: "Devi Cambiare!", "La tua vita può andare meglio di così!".
Riuscire ad ascoltare e a decodificare i messaggi nascosti nel malessere psicologico è un mezzo estremamente effiace per guarire. Una volta compreso il significato del problema è possibile individuare alterantive di comportamento, di pensiero e d’azione, e riorganizzare rapidamente la propria vita.

Eppure, sono in molti a cercare di "spegnere l’allarme antincendio, anche se la casa brucia". La richiesta dei pazienti è spesso quella di eliminare il problema, non di risolverlo. Sarebbe proprio come dire che si vuole disattivare un fondamentale sistema di sopravvivenza, perché sta facendo bene il proprio lavoro.

E’ così che P. voleva debellare la depressione, ma al contempo lasciare inalterato il rapporto asfissiante col marito. S. desiderava smettere coi continui e spossanti attacchi di panico, ma anche continuare a soddisfare le richieste sproporzionate e regressive dei genitori, che non accettavano di avere una figlia ormai adulta. M. voleva liberarsi della bulimia, eppure mantenere l’abitudine a svalutarsi e a farsi svalutare dai ragazzi…

P., S. e M. hanno dovuto rinunciare lavorare duramente su di sè. S. ora è una professionista affermata e indipendente, e vive col suo compagno. I genitori non l’hanno presa bene all’inizio, ma ora va meglio.
M. ha ritrovato i propri confini e il proprio valore. I chili di troppo non sono più un problema, per questo adesso le diete cominciano a funzionare.
Solo P. non ha completato il suo percorso, perché una volta "spento l’incendio" ha preferito rimanere nella casa cadente e annerita dal fumo, piuttosto che raccogliere le proprie forze e ricominciare un’altra vita con un altro uomo.