Mag
09
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 09-05-2014


In psicologia il termine resilienza indica la capacità dell’individuo di superare e di trarre forza da eventi stressanti e traumatici. E’ un’espressione della duttilità della psiche e del dinamismo della personalità che spiega come molti individui trasformino situazioni oggettivamente sfavorevoli in occasioni di cambiamento vantaggiose per la propria evoluzione verso la piena realizzazione di sé e la felicità. Il concetto di resilienza è mediato dalla scienza dei materiali, per la quale un materiale ad alta resilienza è un grado di adattarsi a pesanti sollecitazioni mantenendo la sua forma originaria. Analogamente, ci sono persone che rispetto a situazioni avverse dimostrano un’levata soglia di tolleranza alla frustrazione e adottano strategie per ricavarne un vantaggio e persone non resilienti o scarsamente resilienti che si lasciano schiacciare dalle difficoltà partendo dall’idea di non poter cambiare e irrigidendosi su sistemi di convinzioni negative che le atterrano nell’insoddisfazione o in forme più o meno gravi di disagio psicologico.

La resilienza è associata alla perseveranza, alla creatività, all’empatia e al pensiero positivo e si basa sul presupposto che tutto serva. Tutto serve, tutto contiene un messaggio prezioso, tutto rappresenta una possibilità evolutiva anche se nell’emergenza della sofferenza è difficile individuarla. Gli individui resilienti si pongono rispetto alla realtà in modo attivo: la inventano, la costruiscono, la adattano a sé e, tra i molteplici significati degli eventi, selezionano sempre quello più positivo.

La resilienza non è una caratterista genetica, ma un’opportunità che tutti gli esseri umani possono cogliere lavorando su l’unica variabile che possono veramente controllare: il proprio pensiero. Il resiliente usa tutti i colori della tavolozza del proprio cervello. Il non resiliente, si limita al grigio e al nero. E sono entrambi nel “giusto”, ma i primi saranno persone serene ed equilibrate, i secondi, alteri guardiani del proprio ergastolo mentale da loro stessi inflitto.

Dagli anni ’80, la resilienza è diventato un concetto-chiave nella psicoterapia, nel coaching professionale e nella psicologia del lavoro: l’intervento psicologico, a prescindere dal contesto che lo richiede, si configura sempre di più come un insieme di strategie, di tattiche e di tecniche per apprendere, incoraggiare e incrementare la resilienza umana. Per sviluppare questo straordinario stile di pensiero occorre prima di tutto assumere per quanto possibile un atteggiamento aperto e non giudicante rispetto a se stessi, agli altri e al mondo. E’ il passo più difficile, dato che definizioni rigide della realtà rappresentano per molti una barriera contro la sua complessità e un tentativo di controllarla illusoriamente. Eliminare del tutto pregiudizi e convinzioni limitanti è però utopistico: si può al limite diventarne consapevoli e cercare di arricchire il proprio punto di vista di alternative diverse da quelle offerte dall’abituale approccio alle cose, quello che consideriamo spontaneo ma che è soltanto il frutto di una combinazione di esperienze e di apprendimenti, a volte inconsci, non sempre funzionali. A cosa serve giudicarsi sbagliati, tristi, sfortunati? A cosa serve pensare che un problema sia irrisolvibile? A cosa serve piangere sul latte versato? Qual è l’utilità del pensare che il mondo sia un luogo pieno di insidie? Si tratta di giudizi, di visioni della realtà certamente vere, ma non più di altre di segno opposto che però aprono la strada alla resilienza, alla soluzione strategica e creativa dei problemi e alla costruzione di un equilibrio nuovo.

La resilienza psicologica non è semplice “pensiero positivo”, consiste nell’accompagnare il pensiero positivo all’azione con perseveranza, anche nelle situazione più complicate. Si può definire resiliente chi apprende dalle difficoltà senza la pretesa di risolvere subito i problemi e chi ha un’elevata soglia di resistenza alle frustrazioni. Soggetti scarsamente resilienti, invece, sono caratterizzati da un certo grado di rigidità e, una volta strutturatouno schema della realtà, rifiutano di variarlo anche quando risulta impedire equilibrio e realizzazione personale. Bassa resilienza è correlata ad elevati livelli di conflittualità interpersonale e sofferenza psicologica, oltre che a scarsa capacità di realizzare le proprie attitudini.

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Una storia famosa sulla resilienza

Per capire meglio cosa sia la resilienza, si pensi alla storia di un ragazzo molto sfortunato: figlio di una ragazza madre che lo dà in adozione viene costretto a frequentare l’università prima ancora di aver compreso cosa volesse fare nella vita. Gli studi, costosissimi, vanno a rotoli gettando quasi sul lastrico la sua famiglia. Disorientato, ma perseverante, il ragazzo resta la Campus. Si arrangia raccogliendo lattine nel parco in cambio di pochi dollari e dormendo ospite nelle stanze dei colleghi e a volte per strada. Una situazione terribile. Nel grigiore e nell’apatia per la vita universitaria, il ragazzo trovava la bellezza soltanto nei manifesti e nelle scritte appesi nei corridoi provenienti dal corso di calligrafia ospitato in quella Università. Così, sulla scia di un’intuizione, decide di frequentare le lezioni di calligrafia e si appassia ai diversi tipi di carattere, all’arte di disegnarli, comporli e separarli a mano così da ottenere sempre un risultato perfetto. Certo, quella scelta non aveva nulla a che fare col suo ambito di studi, ma era la sola cosa che sentisse di fare in quel momento confuso della sua esistenza.

Quel ragazzo era Steve Jobs, fondatore di Apple, che è a tutti gli effetti uno dei più fulgidi esempi viventi di resilienza umana. Come ha spiegato Jobs, senza quell’”incidentale” corso di calligrafia non avrebbe mai creato più avanti i caratteri che oggi usiamo tutti, bellissimi e funzionali, e che derivano dal primo Machintosh. Senza la resilienza, Jobs si sarebbe forse piegato davanti all’evidenza dei fallimenti universitari e all’apparente incapacità di trovare un senso compiuto al proprio percorso di allora … come succede a molti. Raccontando la sua interessante vicenda agli studenti del Reed College, Jobs spiega la sua resilienza come la “capacità di unire i punti”, ovvero di mettere insieme all’interno di un disegno compiuto tutte le esperienze esistenziali, anche quelle più difficili o drammatiche e dice:

“ Se non avessi abbandonato gli studi, se non fossi incappato in quel corso di calligrafia, i computer oggi non avrebbero quella splendida tipografia che ora possiedono. Certamente non era possibile all’epoca ‘unire i puntini’ e avere un quadro di cosa sarebbe successo, ma tutto diventò molto chiaro guardandosi alle spalle dieci anni dopo.

Non potete sperare di unire i puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia che, nel futuro, i puntini che ora vi appaiono senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro. Dovete credere in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro karma, la vostra vita, il vostro destino, chiamatelo come volete  … questo approccio non mi ha mai lasciato a terra e ha fatto la differenza nella mia vita.”

Non possiamo scegliere tutto e a volte ci capitano situazioni in cui ci sentiamo imprigionati. La resilienza, se attivata, è una risorsa miracolosa perché fa leva sull’unico aspetto della realtà su cui possiamo acquisire molta libertà: il pensiero. Henry Ford diceva: “Non importa che pensiate di saper fare o non saper fare qualcosa, comunque avete ragione”. In questo senso, per stimolare la resilienza occorre selezionare i pensieri e buttare via tutti quelli che non servono o che lasciano un problema immutato o lo peggiorano.

 

Apr
09
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 09-04-2014

Ogni terapeuta sa profondamente che ogni persona é distinta da un’altra e che, al di là del problema presentato e dei sintomi, il percorso psicoterapeuteutico si configurerà come un processo originale e irripetibile, minuziosamente confezionato per il singolo individuo. La casistica clinica é dunque immensa e non generalizzabile. Da questo presupposto muovono i modelli e i protocolli di trattamento, le categorie diagnostiche e le tipologie che, interpretate rigidamente, possono fuorviare chi si accosta alla psicologia del cambiamento o alimentare pregiudizi e tabù sulla psicoterapia.

Una psicoterapia efficace ed efficiente tiene conto delle differenze tra le persone e si concentra su ogni specifica storia e su ogni vissuto ma, allo stesso tempo, costruisce cornici generali di riferimento, mappe che tracciano linee generali entro cui focalizzare con precisione le fasi, le tattiche e le strategie di intervento. Per questo, credo abbia senso parlare di psicoterapia degli artisti.

Gli artisti – attori, scrittori, pittori, registi e chi svolge una professione creativa-, si approcciano alla terapia con particolare ambivalenza, presentano un sistema percettivo ed emotivo intricato, contro-intuitivo, complesso e suggestivo come le loro creazioni. L’artista può porsi rispetto alla terapia e al terapeuta in una iniziale posizione di antitesi in quanto, secondo uno stereotipo diffuso, niente sarebbe più lontano dall’arte delle metodologie psicologiche. Così, la psicoterapia con l’artista parte dalla necessità di coinvolgerlo in un processo creativo e generativo incentrato sull’utilizzo di un linguaggio analogico, immaginativo e ipnotico, e sull’abilità dello psicologo di “dimostrarsi all’altezza” del ruolo.

Una persona speciale. In qualche modo, percependo se stesso come speciale, chi svolge un’intesa e riconosciuta attività artistica porta in terapia il vissuto dell’incompreso e, più o meno consciamente, ripropone questo presupposto nel corso delle sedute. Implicitamente, comunica allo psicoterapeuta il bisogno non di essere ri-conosciuto per le proprie doti, ma di essere conosciuto, conosciuto in un modo nuovo, sorprendente e autentico. Allo stesso tempo, tra detti e non detti, l’artista può temere che la psicoterapia possa ridurre la sua attitudine creativa, intellettualizzarla e depotenziarla.

Arte e sofferenza interiore. E’ diffusa la credenza che l’arte intrattenga una qualche relazione con la sofferenza psichica ed è vero che molti geni indiscussi abbiano combattuto per una vita con la depressione, la psicosi, l’ossessione, il panico e le fobie. Tuttavia, è altrettanto vero, sebbene meno evidente, che l’arte è stata ed è per molti l’espressione catartica di un equilibrio ritrovato, anche attraverso la psicoterapia. La terapia con gli artisti deve tenere conto anche della paura che “guarire” possa determinare un calo creativo. Si tratta di un lavoro delicato ed emozionante: la scoperta di poter creare bellezza senza stare male va metabolizzata pian piano. Un passo alla volta, l’artista ha bisogno di de-identificarsi dalla sua personalità creativa, tenerla integra e cominciare a dialogare con la persona che è, affrontando il timore che, posata la corona del proprio talento, possa sentirsi un bambino nudo e sperduto.

Negli anni ho lavorato in psicoterapia con molti artisti e ho avuto il privilegio di partecipare alla loro evoluzione personale e constatare quanto la liberazione da ciò che alcuni di loro vivevano come uno stigma, il tributo della depressione, dell’ossessione e dell’infelicità all’Arte, fosse soltanto un limite all’espressione più autentica, ricca, e consapevole e gioiosa del loro Sé speciale.