L’autostima è una delle dimensioni portanti della personalità, pur essendo una qualità variabile e spesso instabile nell’arco di vita di ogni individuo. L’autostima può essere definita come la capacità di apprezzare se stessi intrinsecamente, l’attitudine ad apprezzare il proprio valore sapendo tuttavia riconoscere mancanze e limiti personali in modo realistico e senza colpevolizzarsi eccessivamente: 

  • Chi ha autostima sa premiarsi quando riesce negli obiettivi della vita e sa riflettere sui propri errori quando “fallisce”; sa darsi il tempo per riprendersi e per cambiare strategia; è flessibile e, insieme, perseverante.
  • Chi ha autostima, ha dimestichezza col giudizio di sé, sa modularlo quando si fa troppo severo o intransigente, ed è capace di assegnare all’opinione altrui il giusto valore, sapendo evitare il condizionamento del pregiudizio e dagli stereotipi sociali.
  • Chi ha una buona autostima procede a testa alta attraverso situazioni nuove o difficili, affronta le proprie fragilità senza drammatizzarle e, anzi, impara ad amare ciò che lo contraddistingue come essere umano unico e irripetibile, anziché insultarsi e incespicare ad ogni esitazione o cedimento.

 

Le tante caratteristiche positive dell’autostima la rendono un elemento centrale nell’acquisizione e nel mantenimento dell’equilibrio psicologico. Bassi livelli di autostima sono infatti correlati ai principali disturbi psicologici come la depressione, il panico e l’ansia, e si presentano di frequente associati a situazioni e vissuti di fallimento professionale o sentimentale.

Per William James, pioniere in quest’ambito, l’autostima è il frutto dell’integrazione di più elementi: ciò che vorremmo essere, ciò che siamo e ciò che il mondo esterno -in particolare i genitori e la famiglia- si aspettano che dovremmo essere e fare nella vita. Quando l’immagine di sé ideale viene attivamente frustrata o si scontra traumaticamente col reale, col sé reale fatto di limiti realistici e denso di una propria spinta realizzativa e col sistema delle aspettative esterne, l’autostima può risultare indebolita. Più l’idea di come si vorrebbe essere diverge da ciò che si è, più la valutazione della propria identità si abbassa, con conseguenze esistenziali di entità variabile.

Per comprendere l’importanza dell’autostima è importante sapere che l’immagine che comunichiamo al mondo esterno tende a essere convalidata e amplificata dalle percezioni degli altri. Perciò, qualcuno che trasmette un giudizio e negativo, incerto o svalutante su stesso e sulle proprie capacità e qualità, riceverà input congruenti con la sua convinzione negativa. Viceversa, chi veicola una buona opinione di sé e dimostra di puntare per primo su se stesso con fiducia e dterminazione, otterrà, tendenzialmente, dal contesto sociale conferme positive e maggiori chance.

Il grado di autostima di una persona non é un dato biologico o costituzionale ma il risultato delle modalità con cui l’individuo, sin dall’infanzia, interpreta, elabora e valuta l’efficacia delle sue azioni e delle sue decisioni in ambito affettivo, scolastico, sociale, professionale e sentimentale. Un approccio rigido e intransigente e attese irrealistiche nei confronti di se stessi e degli altri, maturati nei primi anni di vita – e ,comunque, entro l’adolescenza -, possono sfociare in un disturbo dell’autostima.

Ritiro sociale, dipendenza dal giudizio altrui, timore degli altri, diffidenza eccessiva, scarsa iniziativa e pessimismo sono i tratti più frequenti della persona con bassa autostima, accompagnati da atteggiamenti aggressivi, di condanna “marziale” nei confronti del mondo, spesso mascherati da verbose intelletualizzazioni o da inappellabili rifiuti verso persone, situazioni o cose che, in un modo o in un altro, esprimono gioia, convinzione, ottimismo e speranza.

Nella formazione di un primo nucleo dell’autostima può essere fondamentale il modo in cui i genitori hanno valorizzato, protetto, rassicurato il bambino convalidando i suoi successi e confortandolo nei fallimenti. I bambini cresciuti in un clima incoraggiante, in cui la “quantità dell’amore” ricevuto non sia funzione esclusiva della sottomissione alle aspettative familiari, partono avvantaggiati nella costruzione di un sé positivo e resiliente.

Un altro contributo importante che getta le basi per un livello adeguato di autostima in età adulta dipende dal contesto educativo, dal modo in cui insegnanti, professori o istruttori sportivi sanno promuovere le capacità del bambino e lo aiutano ad accettare le sue differenze dagli altri, sia quando ottiene prestazioni buone o eccellenti che quando, pur faticando, non raggiunge buoni risultati.

L’autostima non è una qualità innata, né ereditaria: superata l’età dello sviluppo, è un lavoro che richiede impegno e consapevolezza e rispetto per se stessi; un lavoro che ci accompagna in ogni fase della vita, una responsabilità che si rinnova ad ogni sfida professionale e personale, e può evolversi positivamente o negativamente, a seconda di quanto apprendiamo a respingere i pensieri negativi, ad affrontare crisi transitorie e a cambiare ogni volta che è necessario, anziché persistere su ruoli, relazioni, situazioni, frustranti e inappaganti.

Lug
28
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 28-07-2014

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Il tradimento in amore è tra le principali cause della sofferenza di coppia ed è spesso motivo di separazioni dolorose. I valori della fedeltà e dell’appartenenza reciproca sono alla base dello sviluppo di una relazione sentimentale e possono essere considerati tra i più importanti fattori di solidità del rapporto, insieme all’impegno, alla complicità e alla passione. Così, quando uno dei partner stabilisce un altro legame di natura sessuale o affettiva fuori dalla coppia, evidenzia in realtà la crisi manifesta -o, più spesso silente -che precede l’incontro col “terzo incomodo”.

Sul piano psicologico e relazionale, il tradimento può essere interpretato come una compensazione di carenze percepite dall’individuo all’interno della relazione elettiva, come un maldestro tentativo di realizzare o di riguadagnare un senso di pienezza mai raggiunto o perduto col/con la partner.
Al di là del comune buon senso, che stigmatizza il traditore come un distruttore immorale e un eretico dell’Amore, bisogna osservare che, in molti casi, la ricerca di un’alterativa “segreta” alla coppia si costituisce come l’espressione di un sintomo, dove la “malattia” si è già radicata nell’abitudine, nella ritualità, nell’insofferenza e nella scontatezza in cui evolvono troppi amori.
Ci dimentichiamo che le relazioni sentimentali si evolvono in due fasi: quella dell’innamoramento e quella dell’amore, e che sono pochissime quelle che superano incolumi l’interfaccia innamoramento/amore, e che proseguono negli anni stabili e soddisfacenti.

Durante la fase di innamoramento, l’euforia dei partner rasenta la fusione, ed è una sensazione meravigliosa, corroborata da precise risposte neuropsicologiche, come il rilascio di ossitocina, che favoriscono quello stato di meravigliosa sospensione onirica, di appagamento assoluto, che contraddistingue l’inizio di ogni relazione sentimentale potenzialmente valida. Ma il tempo dell’innamoramento è realisticamente limitato ai primi due anni, o spesso è nell’ordine di un semestre, dopo di che la coppia si misura con la necessità di coltivare il rapporto, di condividere valori, progettualità e visioni del futuro per non sprofondare nella stanca e affannosa riproposizione degli schemi della prima fase. Quando la coppia “si blocca” nell’innamoramento o si cimenta nell’amore senza aver risolto con chiarezza ed efficacia le questioni riguardanti il futuro, i rapporti con gli amici e le famiglie d’origine, la sessualità, i soldi e le proprietà, la gestione dei figli, del tempo e del lavoro, il tradimento diventa molto probabile.

Nel tradimento, gli uomini e le donne sembrano distinguersi. Le donne tendono a fantasticare, il loro è nella gran parte dei casi un trasporto sentimentale, l’idea di una fuga romantica. Gli uomini, invece, rispondono all’insoddisfazione di coppia prevalentemente attraverso la sessualità; si dimostrano più propensi delle partner al tradimento fisico che di rado corrisponde, nella percezione maschile, a un tradimento emotivo. Poi, ci sono uomini che tradiscono con la “testa” e non fanno sesso ma coltivano arabeschi amorosi, bianchi, con amiche o conoscenti e, viceversa, donne che tradiscono col sesso, in una infinità di sfumature possibili.

Tradimenti equivalenti. Dunque,  si può parlare di almeno due tipologie di tradimenti: il tradimento romantico e il tradimento erotico. Sono equivalenti, anche se può essere difficile riconoscerlo, e intervengono quando la coppia ha perso il suo fascino o è diventata, su uno o più livelli, noiosa, procedurale, normativa, nervosa, limitante o direttamente repressiva.
Il vissuto del “tradito” e del “traditore” non a caso coincidono: colpa, vergogna, rabbia, sentimenti di offesa e di trascuratezza, di abbandono e di deprivazione emotiva. Sempre puntati, l’uno contro l’altro come le rivoltelle di un duello iniziato molto tempo prima.

Nella conflittualità della coppia infedele, il tradimento sessuale assume sempre i contorni peggiori, rispetto al tradimento sentimentale, e diventa imperdonabile nella misura in cui i partner lo designano come un fatto individuale e non come sintomo della coppia.
In realtà, dove c’è il tradimento l’amore è ferito, quando il tradimento avviene, l’amore è in discussione. Che sia un fatto “di cuore” o di “sesso”, il tradimento è un argomento di cui, prima di tutto, è opportuno parlare tra sé e sé, anziché di rovesciarlo sulla o sul partner, se davvero si vuole preservare il legame.

Lug
07

“Serendipità” è il fenomeno per cui si scopre qualcosa di prezioso e di risolutivo mentre si cerca qualcos’altro o l’imbattersi in ciò di cui si aveva bisogno in un luogo o in una circostanza in cui non ci si aspettava di trovarlo. Il termine, che ha compiuto 260 anni, si deve all’inglese Horace Walpole, un intellettuale che scoprì la serendipità ispirandosi alla fiaba persiana dei Principi di Serendipo. La storia racconta di tre principi che intraprendono un viaggio pieno di insidie e di enigmi, ogni volta risolti grazie a eventi imprevedibili che, interpretati con arguzia e intuizione, salveranno i protagonisti dalla prigionia e dalla morte.

La serendipità può essere ingenuamente confusa con la fortuna, il “caso” o la provvidenza, invece individua un concetto molto diverso, un concetto che condensa in sé quelle capacità della mente umana che sono alla base del benessere e dell’equilibrio psicologico: la fiducia, la determinazione, la creatività e la resilienza. Sono ricchezze insite nel nostro patrimonio di essere umani che, a volte, nello sviluppo dell’identità subiscono un blocco tale da indurci a smettere di attingere alle straordinarie che ci offrono in favore di schemi psicologici e di visioni del mondo rigide e caotiche.

Nel campo delle invenzioni tecnologiche e delle scoperte scientifiche, la serendipità ha cambiato il mondo. Per fare solo qualche esempio, la mela di Newton ha permesso la scoperta delle leggi gravitazionali, la scoperta delle Americhe e della penicillina, l’invenzione della cottura a microonde e, in tempi recenti, l’individuazione dei neuroni specchio, fondamentali nella comprensione dell’empatia umana e dei processi di apprendimento evoluti. Ogni volta, l’intuizione è arrivata mentre gli scienziati indagavano su qualcos’altro con passione, intelligenza e persistenza.

Dunque, la serendipità non è da considerare una qualità miracolosa ma un’attitudine positiva verso il cambiamento caratterizzata da un atteggiamento esplorativo e aperto nei confronti di tutto quello che accade dentro e fuori di noi. La serendipità spiega perché alcuni individui riescono a trasformare in risorse difficoltà che per altri si strutturano in condizioni negative, stagnanti e apparentemente irrisolvibili. Attraverso la fiducia, la determinazione, la creatività e la resilienza psicologica possiamo creare le condizioni necessarie e sufficienti per “scoprire” opzioni e possibilità già presenti e disponibili nella mente e nel mondo che altrimenti non sapremmo riconoscere neppure se ci inciampassimo sopra.

In psicoterapia, la serendipità si rivela alla persona con un alone quasi magico: da un certo punto in poi sperimenta con sorpresa l’esperienza del viandante smarrito nel deserto che scopre un’oasi rigogliosa lungo un cammino a tratti scoraggiante e all’apparenza tortuoso. Ma, sempre, il cambiamento del mondo non è altro che il cambiamento della persona che lo osserva, che interagisce con le difficoltà all’interno di un nuovo quadro di riferimento e che si muove su una mappa inedita di quel mondo.

Per spiegare la psicoterapia è facile usare la metafora del viaggio, infatti non a caso si parla di “percorsi” di psicoterapia. Come i principi di Serendipo, psicoterapeuta e paziente si inoltrano in un’avventura unica e irripetibile caratterizzata sin dall’inizio dall’incertezza e dalla indecidibilità del viaggio. E, come nella fiaba persiana, si sfugge insieme e per davvero dalla perdita di libertà o dalla morte per andare incontro a una vita diversa e migliore.

Per Al Siebert, l’autore americano de “Il vantaggio della Resilienza” (2009), la serendipità è un potente antidoto contro il dolore, la disperazione e il vittimismo, una capacità della mente che può essere acquisita e accresciuta grazie all’utilizzo consapevole dei meccanismi che regolano e orientano la nostra attenzione. Quando sensazioni e pensieri negativi, conflitti e traumi intrappolano la nostra mente, la serendipità diventa impossibile. E, a volte, diventiamo esperti del nostro deserto, arriviamo a conoscerne la meteorologia aspra e arida, la profondità e l’estensione disperata delle sue sabbie; arriviamo a volere contare, granello per granello i minerali che lo compongono e indugiamo troppo a lungo nella sconsolante analisi geologica della sua formazione, senza mai guardare né sperare di raggiungere quelle oasi che si paleserebbero ai nostri occhi se solo provassimo a considerarne l’esistenza.

 

Mag
09
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 09-05-2014


In psicologia il termine resilienza indica la capacità dell’individuo di superare e di trarre forza da eventi stressanti e traumatici. E’ un’espressione della duttilità della psiche e del dinamismo della personalità che spiega come molti individui trasformino situazioni oggettivamente sfavorevoli in occasioni di cambiamento vantaggiose per la propria evoluzione verso la piena realizzazione di sé e la felicità. Il concetto di resilienza è mediato dalla scienza dei materiali, per la quale un materiale ad alta resilienza è un grado di adattarsi a pesanti sollecitazioni mantenendo la sua forma originaria. Analogamente, ci sono persone che rispetto a situazioni avverse dimostrano un’levata soglia di tolleranza alla frustrazione e adottano strategie per ricavarne un vantaggio e persone non resilienti o scarsamente resilienti che si lasciano schiacciare dalle difficoltà partendo dall’idea di non poter cambiare e irrigidendosi su sistemi di convinzioni negative che le atterrano nell’insoddisfazione o in forme più o meno gravi di disagio psicologico.

La resilienza è associata alla perseveranza, alla creatività, all’empatia e al pensiero positivo e si basa sul presupposto che tutto serva. Tutto serve, tutto contiene un messaggio prezioso, tutto rappresenta una possibilità evolutiva anche se nell’emergenza della sofferenza è difficile individuarla. Gli individui resilienti si pongono rispetto alla realtà in modo attivo: la inventano, la costruiscono, la adattano a sé e, tra i molteplici significati degli eventi, selezionano sempre quello più positivo.

La resilienza non è una caratterista genetica, ma un’opportunità che tutti gli esseri umani possono cogliere lavorando su l’unica variabile che possono veramente controllare: il proprio pensiero. Il resiliente usa tutti i colori della tavolozza del proprio cervello. Il non resiliente, si limita al grigio e al nero. E sono entrambi nel “giusto”, ma i primi saranno persone serene ed equilibrate, i secondi, alteri guardiani del proprio ergastolo mentale da loro stessi inflitto.

Dagli anni ’80, la resilienza è diventato un concetto-chiave nella psicoterapia, nel coaching professionale e nella psicologia del lavoro: l’intervento psicologico, a prescindere dal contesto che lo richiede, si configura sempre di più come un insieme di strategie, di tattiche e di tecniche per apprendere, incoraggiare e incrementare la resilienza umana. Per sviluppare questo straordinario stile di pensiero occorre prima di tutto assumere per quanto possibile un atteggiamento aperto e non giudicante rispetto a se stessi, agli altri e al mondo. E’ il passo più difficile, dato che definizioni rigide della realtà rappresentano per molti una barriera contro la sua complessità e un tentativo di controllarla illusoriamente. Eliminare del tutto pregiudizi e convinzioni limitanti è però utopistico: si può al limite diventarne consapevoli e cercare di arricchire il proprio punto di vista di alternative diverse da quelle offerte dall’abituale approccio alle cose, quello che consideriamo spontaneo ma che è soltanto il frutto di una combinazione di esperienze e di apprendimenti, a volte inconsci, non sempre funzionali. A cosa serve giudicarsi sbagliati, tristi, sfortunati? A cosa serve pensare che un problema sia irrisolvibile? A cosa serve piangere sul latte versato? Qual è l’utilità del pensare che il mondo sia un luogo pieno di insidie? Si tratta di giudizi, di visioni della realtà certamente vere, ma non più di altre di segno opposto che però aprono la strada alla resilienza, alla soluzione strategica e creativa dei problemi e alla costruzione di un equilibrio nuovo.

La resilienza psicologica non è semplice “pensiero positivo”, consiste nell’accompagnare il pensiero positivo all’azione con perseveranza, anche nelle situazione più complicate. Si può definire resiliente chi apprende dalle difficoltà senza la pretesa di risolvere subito i problemi e chi ha un’elevata soglia di resistenza alle frustrazioni. Soggetti scarsamente resilienti, invece, sono caratterizzati da un certo grado di rigidità e, una volta strutturatouno schema della realtà, rifiutano di variarlo anche quando risulta impedire equilibrio e realizzazione personale. Bassa resilienza è correlata ad elevati livelli di conflittualità interpersonale e sofferenza psicologica, oltre che a scarsa capacità di realizzare le proprie attitudini.

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Una storia famosa sulla resilienza

Per capire meglio cosa sia la resilienza, si pensi alla storia di un ragazzo molto sfortunato: figlio di una ragazza madre che lo dà in adozione viene costretto a frequentare l’università prima ancora di aver compreso cosa volesse fare nella vita. Gli studi, costosissimi, vanno a rotoli gettando quasi sul lastrico la sua famiglia. Disorientato, ma perseverante, il ragazzo resta la Campus. Si arrangia raccogliendo lattine nel parco in cambio di pochi dollari e dormendo ospite nelle stanze dei colleghi e a volte per strada. Una situazione terribile. Nel grigiore e nell’apatia per la vita universitaria, il ragazzo trovava la bellezza soltanto nei manifesti e nelle scritte appesi nei corridoi provenienti dal corso di calligrafia ospitato in quella Università. Così, sulla scia di un’intuizione, decide di frequentare le lezioni di calligrafia e si appassia ai diversi tipi di carattere, all’arte di disegnarli, comporli e separarli a mano così da ottenere sempre un risultato perfetto. Certo, quella scelta non aveva nulla a che fare col suo ambito di studi, ma era la sola cosa che sentisse di fare in quel momento confuso della sua esistenza.

Quel ragazzo era Steve Jobs, fondatore di Apple, che è a tutti gli effetti uno dei più fulgidi esempi viventi di resilienza umana. Come ha spiegato Jobs, senza quell’”incidentale” corso di calligrafia non avrebbe mai creato più avanti i caratteri che oggi usiamo tutti, bellissimi e funzionali, e che derivano dal primo Machintosh. Senza la resilienza, Jobs si sarebbe forse piegato davanti all’evidenza dei fallimenti universitari e all’apparente incapacità di trovare un senso compiuto al proprio percorso di allora … come succede a molti. Raccontando la sua interessante vicenda agli studenti del Reed College, Jobs spiega la sua resilienza come la “capacità di unire i punti”, ovvero di mettere insieme all’interno di un disegno compiuto tutte le esperienze esistenziali, anche quelle più difficili o drammatiche e dice:

“ Se non avessi abbandonato gli studi, se non fossi incappato in quel corso di calligrafia, i computer oggi non avrebbero quella splendida tipografia che ora possiedono. Certamente non era possibile all’epoca ‘unire i puntini’ e avere un quadro di cosa sarebbe successo, ma tutto diventò molto chiaro guardandosi alle spalle dieci anni dopo.

Non potete sperare di unire i puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia che, nel futuro, i puntini che ora vi appaiono senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro. Dovete credere in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro karma, la vostra vita, il vostro destino, chiamatelo come volete  … questo approccio non mi ha mai lasciato a terra e ha fatto la differenza nella mia vita.”

Non possiamo scegliere tutto e a volte ci capitano situazioni in cui ci sentiamo imprigionati. La resilienza, se attivata, è una risorsa miracolosa perché fa leva sull’unico aspetto della realtà su cui possiamo acquisire molta libertà: il pensiero. Henry Ford diceva: “Non importa che pensiate di saper fare o non saper fare qualcosa, comunque avete ragione”. In questo senso, per stimolare la resilienza occorre selezionare i pensieri e buttare via tutti quelli che non servono o che lasciano un problema immutato o lo peggiorano.

 

Mag
05
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 05-05-2014

Che la relazione di coppia possa trasformarsi in una dipendenza può stupire gli idealisti o indignare i cinici dell’amore, ma è un’evidenza ampiamente documentata dalla psicologia moderna e comunque ben nota da secoli. Scrittori e artisti di ogni luogo e di ogni epoca hanno saputo rappresentare la sofferenza amorosa e le sue conseguenze distruttive nelle loro opere e spesso con la propria biografia. La mitologia greca è ricca di amori tragici e impossibili: la ninfa Eco pazza d’amore per Narciso innamorato di se stesso, Calipso inutilmente dedita ad Ulisse, Dafne che per sfuggire alla bramosia di Apollo prega il padre, dio fluviale e della Terra, di trasformarla in albero. Intere correnti letterarie, il romanticismo e il decadentismo per esempio, hanno raccontato all’umanità in modo inequivocabile quanto innamorarsi e amare possano mutare in ossessione e dipendenza. Goehte suggestionò mezza Europa con il romanzo “I dolori del giovane Werther” (1774), che narra del suicidio del protagonista per amore dell’ambigua Lotte legata a un altro uomo. L’epidemia di suicidi “amorosi” seguita al successo del libro fu tale che molti Paesi misero al bando l’opera. Anche la cinematografia offre infinite testimonianze del mal d’amore, precedendo di almeno un decennio psicologi e psicoterapeuti. Uno dei film più toccanti sul tema è senza dubbio “Adele H.” di François Truffaut (1975), che, ispirandosi ai diari postumi della figlia del poeta Victor Hugo, ricostruisce la drammatica spirale della dipendenza affettiva spinta agli estremi della follia di Adele per un ufficiale inglese che la rifiuta nonostante i suoi convulsi tentativi di conquistarne l’amore.

Con la psicoanalisi e la diffusione delle psicoterapie il problema della dipendenza affettiva è stato affrontato in modo sistematico grazie all’osservazione diretta e alla terapia di casi reali. Inizialmente, la psicologia ha trattato il mal d’amore come un problema individuale, cercando soprattutto nella storia evolutiva dei soggetti dipendenti tracce di traumi emozionali subiti nell’infanzia nel rapporto con i genitori o con altri membri significativi della famiglia d’origine. L’analisi e la terapia della dipendenza amorosa si sono concentrate spesso più sul passato che sul presente, sull’individuo anziché sulla relazione. Questo approccio ha indotto in molti a ritenere che chi vive una dipendenza affettiva abbia un problema intrinseco come un deficit nella strutturale della personalità. Ma un’ipotesi simile può spiegare soltanto una minoranza di casi, quelli in cui la persona ha effettivamente un background di esperienze familiari traumatiche e di figure genitoriali inadeguate. Sono invece numerosi, probabilmente in maggioranza, gli individui che pur partendo da un passato effettivamente doloroso sviluppano in età adulta relazioni equilibrate e soddisfacenti. Queste persone dimostrano che il passato è passato e, in quanto tale, non è necessariamente e rigidamente fondativo il presente. Il colpo più duro all’ipotesi del “trauma originario” proviene dallo studio dei tanti casi di persone che capitolano nella dipendenza affettiva nonostante provengano da famiglie “normali” e non hanno avuto sostanziali difficoltà di natura relazionale o affettiva sino all’esordio della relazione amorosa patologica. Ciò porta a ritenere che la dipendenza amorosa non sia, in una logica causale, il frutto di difficoltà passate ma una sindrome del “qui ed ora”, un problema che vede coinvolte due individui che, più o meno consapevolmente, la co-costruiscono in una catena di azioni e reazioni disfunzionali teoricamente infinita. Assumendo un punto di vista relazionale, spostare l’attenzione sul passato dell’individuo per trovare soluzioni nel presente non solo risulta un’operazione faticosa e complessa, ma anche controproducente perché ostacola una lettura relazionale coerente del problema per come è nel presente in cui si manifesta.

Alla base della dipendenza affettiva e dei suoi sintomi c’è la coppia, la coppia e il suo sistema di aspettative, di credenze e di valori. Spesso la rappresentazione che i membri della coppia hanno di se stessi e dell’amore stride talmente con la realtà della loro interazione da costituire un conflitto di cui la dipendenza verso o col partner rappresenta un tentativo di soluzione.

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Prossimo workshop “Le dipendenze affettive -Psicoterapia Strategica Integrata, modelli, casi clinici e tecniche di intervento” a Roma, 18 maggio 2014, h. 10.00 – 19.00 presso la Scuola di Psicoterapia Strategica Integrata SCUPSIS. Per informazioni e  prenotazioni: segreteria@scupsis.org o telefono 06 5190102.

 

Apr
28
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 28-04-2014

Continua da LA RABBIA PATOLOGIA (I parte)

La maschera della rabbia. Lo sguardo fisso e vitreo, le labbra strette o la bocca spalancata a disegnare un contorno quadrato, le sopracciglia ravvicinate che formano rughe verticali alla base della fronte, le mascelle rigide e impegnate in una sorta di morso. Questa è la maschera della rabbia, e si esprime attraverso la mimica umana in modo universale, cioè indipendente dalla cultura d’appartenenza, come ha scoperto Paul Ekman uno tra i più influenti psicologi della comunicazione. Una simile espressione compare ogni volta che ci arrabbiamo in virtù di un meccanismo inconscio e ancestrale. La “maschera della rabbia” abbruttisce il volto così da spaventare l’aggressore ed è servita a conservare la nostra specie finché le strutture sociali sono state primitive, mentre risulta per lo più inadeguata e disadattiva nell’attuale complessità emotiva e psicologica delle relazione umane. Infatti, chi si “arma” inconsapevolmente” di una simile difesa e mostra il volto violento e agguerrito produce nell’interlocutore un atteggiamento altrettanto aggressivo e un rifiuto comunicativo. Entrambe le conseguenze sono, nella maggior parte dei casi indesiderabili e dolorose perché impediscono una reale comprensione e la mediazione del conflitto.

Un esercizio sulla rabbia. Per comprendere quanto la rabbia patologica possa rovinare le nostre relazioni può essere utile il seguente esercizio. Vai davanti a uno specchio e chiudi gli occhi. Pensa intensamente a una persona o a una situazione che ti hanno fatto intensamente arrabbiare. Lascia che il tuo viso risponda all’emozione che stai evocando. Ora apri gli occhi e osserva attentamente l’espressione del tuo viso. Che sensazione ti trasmette? Prova a chiederti quali risposte può realisticamente suscitare nell’altro la tua “maschera della rabbia”? Ti sembra che rappresenti una reazione che facilita la risoluzione di conflitti o pensi che possa, inconsapevolmente, indisporre l’altro e impedirti di ragionare rendendo impossibile una soluzione al problema tra voi?
Ora richiudi gli occhi e concentrati sui muscoli del viso tesi e sull’emozione della rabbia. Prova a peggiorare volontariamente il senso di collera e, quindi, sforzati di corrugare ancora di più la faccia. Una volta raggiunto l’apice, distendi volontariamente l’espressione del tuo volto prestando attenzione a quali muscoli si “sciolgono” e alla sensazione che provi. Provi ancora la stessa rabbia? Probabilmente no. Prova a pensare alla persona o alla situazione che ti mettono in difficoltà ora che sperimenti un’emozione differente e noterai che, tenendo distesa la mimica facciale, riesci a pensare come maggiore lucidità, positività e fiducia al problema in questione.

Come domare la collera. Le briglie del cavallo imbizzarrito della collera sono la consapevolezza e la comunicazione empatica. La consapevolezza permette di riconoscere di essere soggetti a rabbia patologica e questo può essere un freno sufficiente. “Quando provo rabbia” probabilmente sto fraintendendo la situazione o le intenzioni dell’altro”, “Posso risultare veramente permaloso e offensivo e questo non è di certo un modo produttivo per affrontare i problemi”, “Io, in questo momento della mia vita fatico a mantenere la serenità e la lucidità necessarie per stare bene con me stesso e con gli altri” sono alcune delle possibile dighe che la consapevolezza può frapporre tra l’impulso dell’ira e una reazione più appropriata. L’epicentro di questa consapevolezza terapeutica consiste nella convinzione che la gran parte degli episodi di rabbia siano il frutto di percezioni errate, siano dati dalla tendenza a pensare che gli altri abbiano intenzioni negative e prevaricanti quando così non è. Allora, per domare la collera può essere utile provare, di volta in volta, a cambiare punto di vista su ciò che scatena reazioni aggressive e provare ad assumere la prospettiva dell’altra persona. In particolare, può servire chiedersi come possa sentirsi l’altra persona quando alziamo la voce, la insultiamo ed esibiamo la nostra “maschera della rabbia”; o ancora, può essere utile spostare l’attenzione sull’altro per interpretare ciò che prova realmente verso di noi. Sono esempi di empatia, ovvero della capacità di sintonizzarsi con le emozioni dell’altro e di ascoltarlo in modo autentico. Questa attitudine è carente in chi soffre di rabbia patologica ma può essere sviluppata.

La tecnica dei 10 secondi. “Conta sino a 10 prima di parlare” non è solo un luogo comune ma una strategia efficace nel controllo della rabbia. Forse 10 secondi sono pochi, meglio prendersi qualche minuto e, se necessario, allontanarsi fisicamente dalla situazione sino a che si avverte che la collera è placata. Un simile escamotage aiuta a rendersi conto di quanto la collera alteri la nostra percezione dei fatti e impedisca di agire in modo appropriato. Infatti, se impariamo a prenderci sistematicamente una pausa nel momento in cui avvertiamo la rabbia constateremo con facilità che recuperare il controllo è più facile di quanto non pensassimo e che così non dovremo più fare i conti con le conseguenze, a volte irreversibili, dei nostri insulti e delle nostre reazioni distruttive.

Apr
24
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 24-04-2014

Tra le emozioni umane, la rabbia è forse quella più arcaica ed è probabilmente una delle prime emozioni a presentarsi nello sviluppo degli individui. Si tratta di uno stato di attivazione dell’organismo in prossimità di una situazione o di una persona avvertiti come minacciosi o ostili ed èessenzialmente un meccanismo di difesa legato all’istinto di auto-conservazione dell’essere umano. Infatti, la rabbia è un’eredità dell’uomo primitivo perché ne ha garantito la sopravvivenza, tuttavia per l’uomo moderno costituisce una risposta in genere inadeguata alla complessità delle relazioni e dell’organizzazione sociale in cui è inserito.

 La “fabbrica” della rabbia. Non è un caso che la struttura anatomica responsabile della rabbia sia anche la parte più antica del nostro cervello, quella che abbiamo in comune con squali e alligatori. Questa struttura si chiama amigdala e ha le dimensioni di una nocciolina, eppure può scatenare emozioni in grado di sbaragliare il controllo delle aree cerebrali di formazione più recente, aree deputate al pensiero razionale e alla modulazione degli impulsi. Sin dalla più tenera infanzia, l’amigdala invia all’organismo informazioni di carattere emotivo legate alla presenza di minacce per la sopravvivenza e attiva risposte difensive rispetto a un pericolo percepito. L’amigdala è una struttura deputata a garantire una pronta reazione di attacco o di fuga utili a preservare l’incolumità dell’organismo perciò, tra altre emozioni “fabbrica” la rabbia ogni qualvolta “capta” all’esterno situazioni o persone potenzialmente dannosi. Il problema è che, senza una opportuna e calibrata mediazione delle parti del cervello più evolute (la corteccia pre-frontale), l’amigdala può comportarsi come un antifurto malfunzionante e dare luogo a reazioni distruttive e inappropriate, a  esplosioni deflagranti dell’irrazionalità che fanno  erroneamente apparire ostili o cattive circostanze e persone vicine, tramutandole in bersagli da distruggere.

Le conseguenze della rabbia. La rabbia incontrollata può devastare relazioni personali e professionali, impedire l’affermazione di se stessi, influire sulle nostre scelte e inibire quelle “buone per noi” mentre ci sprofonda nell’abisso della solitudine e dell’insoddisfazione. Ciò avviene perché, quando non è opportunamente riconosciuta e contenuta come una disfunzione, come una reazione abnorme, la rabbia diventa totalizzante: annebbia il senso di realtà e altera la nostra capacità di distinguere gli amici dai nemici e mina le fondamenta della nostra identità. Inoltre, poiché il meccanismo della rabbia è transitorio come un’onda anomala ed è simile a una brutta sbornia, presto si recupera la lucidità sufficiente per constatare la distruzione di cui siamo stati gli autori … in molti casi, purtroppo, è già tardi per porvi rimedio. Ma si può sempre ricominciare da capo.

 Le radici della rabbia. La rabbia patologica è sempre collegata a un senso di profonda inadeguatezza, di impotenza e di fragilità che è germogliato sin dall’infanzia quando i genitori o altre figure affettivamente significative si sono mostrati discontinui, depressi o inadeguati, a propria volta conflittuali o cristallizzati in ruoli rigidi e freddi nei confronti del bambino. Si può dire che isemi di questa emozione detonante e radioattiva vengono da un sentimento antico di esclusione e di inferiorità avvertito nel corso dei primi anni di vita e coltivato ininterrottamente nelle esperienze successive. Ciò non vuol certo dire che il nostro passato ci “condanna”. Lunica cosa che ci condanna davvero è linconsapevolezza e il rifiuto di riconoscere che una parte di noi fa il bello e il cattivo tempo (soprattutto il cattivo) e, tempesta dopo tempesta, erode le nostre conquiste e annienta la nostra vita.

Combattere il Vero Nemico. Si può cambiare. Come esseri umani abbiamo la straordinaria capacità di fronteggiare e risolvere gran parte dei problemi psicologici, a condizione di imparare a riconoscere in modo nuovo, emozionante e originale il “vero nemico” che lo ha generato e che pilota il mostro della rabbia come un dispositivo bellico fuori controllo. Quale parte di noi ha scatenato quella reazione distruttiva che, oggi, ci sembra assurda e verso cui nutriamo un tormentoso senso di colpa? Qual è stata, davvero, l’utilità di quelle intemperanze? Quali risultati hanno prodotto i nostri eccessi lungo l’intero corso della nostra vita? Quando ci siamo sentiti arrabbiati per la prima volta? E, in particolare, che cosa possiamo fare per impedire che accada di nuovo?

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Apr
22
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 22-04-2014


Il rapporto 2013 di Almalaurea sul tasso occupazionale dei giovani un anno dopo la laurea riporta statistiche impietose e scoraggianti per il mondo universitario e, in particolare, assesta un duro colpo al panorama delle professioni psicologiche. Infatti, Psicologia si classifica seconda tra le facoltà più inutili con un tasso di disoccupazione del 18%, dopo Giurisprudenza (24%).
I dati di Almalauera, consorzio interuniversitario nato nel 1994, confermano la difficile situazione delle psico-professioni e lo stallo, ormai decennale delle facoltà e dei dipartimenti di Psicologia sparsi in tutto lo Stivale, che riversano sul mercato del lavoro decine di migliaia di laureati disillusi.
Carta canta, chi spera di trasformare la laurea in psicologa in un lavoro deve sapere che, finite le celebrazioni per il titolo magistrale, si troverà, come nella fiaba di Cenerentola, con due topini di campagna e con una zucca nella borsa da dottore, al posto della sontuosa carrozza in cui sperava e una scarpetta di cristallo, perduta chissà dove.

La statistica di Almalauera, va detto, non tiene conto della lunga e complicata trafila che gli studenti di psicologia devono affrontare per legge prima di diventare psicologi e che, a ben vedere, rende quasi impossibile collocarsi col solo titolo magistrale entro un anno dalla fine degli studi. Infatti, può trascorrere ben oltre un anno prima di superare l’esame di Stato, articolato in quattro prove – tre scritte e una orale-  che abilita legalmente al ruolo di Psicologo. Prima della fatidica annotazione all’Albo, va da sé, è per i più quasi impossibile trovare un lavoro attinente agli studi fatti, cosa che allevia in parte la durezza dei numeri del consorzio interuniversitario. Purtroppo, però, la condizione occupazionale degli psicologi é realmente allarmante e merita non solo la riflessione seria e approfondita che da più parti si fa, ma soluzioni concrete a partire dalla qualità del sistema formativo.

Al momento, l’iter universitario dei futuri psicologi rimane avulso dal mercato del lavoro, povero di elementi applicativi e eccessivamente incentrato su un’autoreferenzialità accademica che offusca la capacità creativa e imprenditoriale degli studenti. E’ un fatto che, terminato il quinquennio, i giovani psicologi risultino disorientati, orfani del sistema formativo che li lascia incompleti e dipendenti. In assenza di alternative, si immettono in nuovi percorsi, master e scuole di specializzazione, che prolungano a dismisura lo status di studenti e che, spesso, ripropongono in filigrana un approccio teorico alla professione. La conseguenza è che, anche da specializzati, si resta disoccupati o ci si rassegna a lavori sottopagati e precarissimi, sino alla consunzione della vocazione psicologica che può risolversi in un senso di amarezza e di disfatta. L’esatto opposto del sentimento di fiducia, di equilibrio e di benessere di cui necessita un professionista della psicologia.

Le più grandi lacune della formazione in psicologia sono l’auto-imprentorialità, lo sviluppo dell’attitudine all’autonomia e la capacità di divulgare in modo efficace ed efficiente le informazioni necessarie perché le persone possano accedere ai servizi dello psicologo. L’enorme richiesta sociale delle psico-professioni, infatti, cade nel vuoto, non viene intercettata e incanalata attraverso la visibilità e l’accessibilità che sono presupposti imprescindibili per la realizzazione di un mercato del lavoro, che nel caso dei servizi per il benessere psicologico, dovrebbe essere un dovere etico e sociale prima che un mero bisogno occupazionale della categoria.

Se viviamo in un mondo in cui le persone passano più tempo e spendono più soldi per capire come funziona un telefono cellulare che per comprendere il proprio cervello, la responsabilità si deve almeno in parte della latitanza degli psicologi o, comunque, dalla scarsa penetrazione della loro funzione e delle loro peculiarità all’interno del tessuto sociale di riferimento.

Un possibile cambiamento può iniziare dal mondo della formazione, con l’introduzione nei programmi d’addestramento di moduli di motivazione e project-management focalizzati sulla professione, di seminari pratici sull’avviamento di uno studio privato e corsi di social-media marketing specifici. E perché ciò accada é necessario comprendere che la formazione psicologica non può essere unicamente appannaggio professorale all’interno di una nicchia che si auto-alimenta, ma deve includere il contributo di professionisti che veramente lavorano a tempo pieno come psicologi, consulenti o psicoterapeuti, nella società reale, fuori dall’aula.

Leggi anche:

“Di terapia non si vive”, la crisi occupazionale degli psicologi

 “Essere Freud”, tra sogno e incubo

“Psicoterapeuti tra pregiudizi e parodie” 

“Psico-groupon: il web-souk delle professioni sanitarie”

 

 

 

 

Apr
18
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 18-04-2014

La solitudine è all’apparenza un concetto semplice, una condizione data dalla mancanza di compagnia o, più in generale, dalla privazione della socialità. Solo è chi non conosce persone di riferimento, chi non ha amici e chi non saprebbe su chi contare in un momento di necessità. Quando si pensa alla solitudine ci si riferisce istintivamente alla sua dimensione oggettiva, ovvero alla reale assenza di legami significativi. Così, per esempio, è comune riferirsi a qualcuno che non abbia un partner come a una persona sola, espressione che tradisce una certa commiserazione.

La solitudine è abitualmente associata alla tristezza e alla paura, è percepita come l’indesiderabile e sfortunato destino di qualche conoscente e di molti sconosciuti che orbitano sperduti oltre la linea traslucida e rassicurante della normalità. Nel suo significato più concreto, è un sentimento che attribuiamo agli altri ma è anche il fantasma da cui sfuggiamo e ci difendiamo riparandoci nelle relazioni sociali, talvolta senza riflettere sulla qualità dei nostri rapporti.

I “soli” e i “non-soli”. Lo stigma sociale apposto sulla solitudine è tale da indurre molte persone a scelte amicali o sentimentali poco o per nulla appaganti, pur di assicurarsi un posto nella schiera dei “non-soli”. Il timore, a volte inconsapevole, di restare isolati, ovvero di passare del tempo in esclusiva compagnia di se stessi, può paradossalmente precipitare intere esistenze in un limbo affollatissimo di succedanei interpersonali, di pseudo-amici e di pseudo-amori, con la sola scaramantica funzione di evitare la vituperata solitudine.

In questo modo, per risolvere il problema della solitudine oggettiva si crea e si alimenta un altro problema: la solitudine soggettiva. Si è soggettivamente soli quando, pur stando in mezzo alla gente, agli amici o col partner si avverte un senso pervasivo di insoddisfazione, si sperimenta un’inquietudine strana, prossima alle lacrime; quando il nostro mondo sociale inizia ad apparire come un collage malamente appiccicato sul piano continuo dell’insofferenza, della noia e della finzione, quando la routine e la quotidianità si susseguono senza gioia.

La solitudine soggettiva. La solitudine soggettiva è una landa più cupa e desolata dell’isolamento che prova chi, suo malgrado, abbia perso i suoi affetti nel corso della vita, come accade nel caso di lutti o, transitoriamente, si verifica tra gli emigrati o i profughi. Questi ultimi subiscono una circostanza e, anche se con molta fatica, possono adattarvisi e poi muoversi alla ricerca di chi possa modificare la loro condizione. Chi è soggettivamente solo, invece, é parte attiva e responsabile di un intrico di non detti, di rapporti di facciata e di cammouflage sentimentali di cui, tra corsi e ricorsi, finisce per sentirsi ostaggio e in cui continua a identificare gli unici riferimenti affettivi possibili.

Mausolei virtuali. Un riflesso abbagliante della solitudine soggettiva è l’abuso dei social-network e delle chat, dove si instaurano veri e propri cimiteri relazionali, con un loculo virtuale e una foto per ciascuno; strumenti il cui utilizzo può diventare inversamente proporzionale all’autenticità della persona e dei suoi legami. Chi si sente soggettivamente solo, spesso se ne vergogna e nutre un senso di colpa nei confronti di quelli che ha assurto ad amici o verso il partner. Tende di conseguenza a protrarre la finzione e a promanare, anche via facebook, un’immagine di sé conforme al sistema in cui in realtà si percepisce alieno, stanco e incompreso. Nulla è più straniante che simulare partecipazione, dimostrare stima e fingere una qualche risonanza emotiva con quelli che, alla fine, ignorano la nostra solitudine sostanziale.

Un terza solitudine. Ma esiste una terza accezione della solitudine, quella di chi non respinge né camuffa la propria identità e integrità e vive per un certo periodo la propria vita tra sé e sé, e si concede il lusso di intrattenersi quasi esclusivamente con la propria presenza del suo essere umano. C’é chi coltiva la propria individualità, familiarizza con le contraddizioni interiori, fa a pugni con la paura di restare da solo, sfida il tabù dell’isolamento sociale. Impara a dire di no e a dire “grazie”, a dare e ricevere incondizionatamente e a riconoscersi un valore senza elemosinare e senza conformarsi ai rituali appresi, che impongono di avere ad ogni costo amici, mariti, mogli, figli, quali che siano, purché li si abbia.

Questa solitudine terza rispetto alla solitudine oggettiva e a quella soggettiva, può rappresentare un momento catartico, produrre un’auto-consapevolezza in grado di attivare nuovi meccanismi relazionali e di realizzare, selettivamente, una vita sociale finalmente appagante.

Una condizione che soddisfa questa diversa, in qualche modo eretica, visione di se stessi nel mondo é quella di fare ordine e pulizia, saper lasciare chi, seppure involontariamente, ci vincola e ci deprime e impegnarsi a sciogliere la catena di credenze negative e di sensi di colpa che, molto spesso, affollano l’universo dei “non-soli”.

Apr
14
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 14-04-2014

Con l’avvento della messaggistica gratuita il nostro modo di comunicare, già soggetto a continui mutamenti tecnologici,  ha subito un altro giro di vite.
I messaggi di testo, corti o lunghi, ormai sono più utilizzati delle telefonate e di facebook e, ovviamente, delle email.

Più comodi, non solo in quanto gratuiti, ma perché più rapidi e immediati, i messaggini stanno conoscendo il tripudio grazie a WhatsApp, l’applicazione per smartphone che consente anche lo scambio di foto e video e, soprattutto, permette di controllare l’uso che gli altri utenti fanno del programma, di vedere se sono online o quando si sono connessi per l’ultima volta e se ci stanno scrivendo. Queste caratteristiche fanno dell’icona verde con fumetto e cornetta l’applicazione di messaggistica più utilizzata negli scambi interpersonali a distanza e anche più la risorsa smartphone più abusata e vituperata in ambito sentimentale.

Croce e delizia. Non è raro che WhatsApp, golosa delizia per amici e conoscenti, per gli innamorati e per gli amanti diventi facilmente croce, motivo di inquietudine, di sospetto o e luogo dell’attesa, oppure arena del conflitto di coppia o boudoir per trattative erotiche più o meno clandestine. I messaggi scritti, si sa, possono essere facilmente travisati e già questo può alterare equilibri interpersonali fragili, ma con WhatsApp e le sue notifiche in tempo reale delle attività dei nostri contatti la possibilità di travisamenti e incomprensioni è enormemente aumentata.

Due esempi. Metti che il tuo fidanzato ti accompagna a casa presto perché é stanco e vuole andare a dormire e poi vedi sulla diabolica applicazione che é rimasto connesso sino alle due del mattino. Oppure, mandi un messaggio a qualcuno e vedi che non risponde nonostante continui ad aprire WhatsApp. Che succede? Perché ti sta ignorando? Sta parlando con altre persone e non con te?

Fulmini e saette. A cena fuori, serata romantica, lei lascia il tavolo e va alla toilette. Lui apre l’icona verde sull’iPhone e la trova online. Lei torna dal bagno, lui comincia a notare il telefono di lei fastidiosamente girato sul tavolo, così che non si veda il display, e silenziato. Parte una bagarre fatta di insinuazioni, quando non di osservazioni inquisitorie. E tutto per una App.

Quando due si lascianApp. Per non parlare del cataclisma quando due si lasciano e usano WhatsApp. A meno che non si “blocchino” a vicenda e di comune accordo, il traffico sull’applicazione può ostacolare significativamente l’elaborazione del distacco. L’altro é là, a portata di smartphone, coi suoi “stati” e le sue foto, le sue presenze e le sue assenze a ogni ora del giorno e della notte. Per molti, la tentazione di perlustrare, a volte ossessivamente, il profilo dell’ex diventa motivo di ruminazione e occasione costante per mantenere un contatto a base di faccine e di segnalazioni di livello cabalistico attraverso i propri “stati” e le proprie immagini condivise.

Due pesi, due misure. Per quelli che hanno conosciuto il telefono analogico, quello fisso, magari senza scatto alla risposta, l’impatto di WathsApp sulle relazioni può sembrare una questione oziosa. Ma per i cosiddetti nativi digitali subire il blocco del profilo o constatare che l’altro non ti risponde o non ti cerca quando é online può assumere le proporzioni di una chiusura traumatica e produrre reazioni molto intese.

Non si deve banalizzare l’impatto emotivo di strumenti come WhatsApp perché la penetrazione della tecnologia nelle dinamiche interpersonali impone di riflettere sulla realtà di tante relazioni complicate, se non addirittura compromesse, dalla condotta online dei partner.

L’idea che il partner in carne ed ossa sia anche un avatar connesso nei modi e nelle declinazioni più diverse a una folla virtuale può innescare un conflitto di lealtà che, nelle coppie giovani, disfunzionali o in crisi, funziona da denotatore. Recriminazioni, incomprensioni, silenzi plumbei e litigi intorno a WhatsApp o all’utilizzo di social-network sono forse, nella veloce società di Internet, i segnali di altre, e non virtuali, difficoltà di coppia.