L’autostima è una delle dimensioni portanti della personalità, pur essendo una qualità variabile e spesso instabile nell’arco di vita di ogni individuo. L’autostima può essere definita come la capacità di apprezzare se stessi intrinsecamente, l’attitudine ad apprezzare il proprio valore sapendo tuttavia riconoscere mancanze e limiti personali in modo realistico e senza colpevolizzarsi eccessivamente: 

  • Chi ha autostima sa premiarsi quando riesce negli obiettivi della vita e sa riflettere sui propri errori quando “fallisce”; sa darsi il tempo per riprendersi e per cambiare strategia; è flessibile e, insieme, perseverante.
  • Chi ha autostima, ha dimestichezza col giudizio di sé, sa modularlo quando si fa troppo severo o intransigente, ed è capace di assegnare all’opinione altrui il giusto valore, sapendo evitare il condizionamento del pregiudizio e dagli stereotipi sociali.
  • Chi ha una buona autostima procede a testa alta attraverso situazioni nuove o difficili, affronta le proprie fragilità senza drammatizzarle e, anzi, impara ad amare ciò che lo contraddistingue come essere umano unico e irripetibile, anziché insultarsi e incespicare ad ogni esitazione o cedimento.

 

Le tante caratteristiche positive dell’autostima la rendono un elemento centrale nell’acquisizione e nel mantenimento dell’equilibrio psicologico. Bassi livelli di autostima sono infatti correlati ai principali disturbi psicologici come la depressione, il panico e l’ansia, e si presentano di frequente associati a situazioni e vissuti di fallimento professionale o sentimentale.

Per William James, pioniere in quest’ambito, l’autostima è il frutto dell’integrazione di più elementi: ciò che vorremmo essere, ciò che siamo e ciò che il mondo esterno -in particolare i genitori e la famiglia- si aspettano che dovremmo essere e fare nella vita. Quando l’immagine di sé ideale viene attivamente frustrata o si scontra traumaticamente col reale, col sé reale fatto di limiti realistici e denso di una propria spinta realizzativa e col sistema delle aspettative esterne, l’autostima può risultare indebolita. Più l’idea di come si vorrebbe essere diverge da ciò che si è, più la valutazione della propria identità si abbassa, con conseguenze esistenziali di entità variabile.

Per comprendere l’importanza dell’autostima è importante sapere che l’immagine che comunichiamo al mondo esterno tende a essere convalidata e amplificata dalle percezioni degli altri. Perciò, qualcuno che trasmette un giudizio e negativo, incerto o svalutante su stesso e sulle proprie capacità e qualità, riceverà input congruenti con la sua convinzione negativa. Viceversa, chi veicola una buona opinione di sé e dimostra di puntare per primo su se stesso con fiducia e dterminazione, otterrà, tendenzialmente, dal contesto sociale conferme positive e maggiori chance.

Il grado di autostima di una persona non é un dato biologico o costituzionale ma il risultato delle modalità con cui l’individuo, sin dall’infanzia, interpreta, elabora e valuta l’efficacia delle sue azioni e delle sue decisioni in ambito affettivo, scolastico, sociale, professionale e sentimentale. Un approccio rigido e intransigente e attese irrealistiche nei confronti di se stessi e degli altri, maturati nei primi anni di vita – e ,comunque, entro l’adolescenza -, possono sfociare in un disturbo dell’autostima.

Ritiro sociale, dipendenza dal giudizio altrui, timore degli altri, diffidenza eccessiva, scarsa iniziativa e pessimismo sono i tratti più frequenti della persona con bassa autostima, accompagnati da atteggiamenti aggressivi, di condanna “marziale” nei confronti del mondo, spesso mascherati da verbose intelletualizzazioni o da inappellabili rifiuti verso persone, situazioni o cose che, in un modo o in un altro, esprimono gioia, convinzione, ottimismo e speranza.

Nella formazione di un primo nucleo dell’autostima può essere fondamentale il modo in cui i genitori hanno valorizzato, protetto, rassicurato il bambino convalidando i suoi successi e confortandolo nei fallimenti. I bambini cresciuti in un clima incoraggiante, in cui la “quantità dell’amore” ricevuto non sia funzione esclusiva della sottomissione alle aspettative familiari, partono avvantaggiati nella costruzione di un sé positivo e resiliente.

Un altro contributo importante che getta le basi per un livello adeguato di autostima in età adulta dipende dal contesto educativo, dal modo in cui insegnanti, professori o istruttori sportivi sanno promuovere le capacità del bambino e lo aiutano ad accettare le sue differenze dagli altri, sia quando ottiene prestazioni buone o eccellenti che quando, pur faticando, non raggiunge buoni risultati.

L’autostima non è una qualità innata, né ereditaria: superata l’età dello sviluppo, è un lavoro che richiede impegno e consapevolezza e rispetto per se stessi; un lavoro che ci accompagna in ogni fase della vita, una responsabilità che si rinnova ad ogni sfida professionale e personale, e può evolversi positivamente o negativamente, a seconda di quanto apprendiamo a respingere i pensieri negativi, ad affrontare crisi transitorie e a cambiare ogni volta che è necessario, anziché persistere su ruoli, relazioni, situazioni, frustranti e inappaganti.

Apr
07
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 07-04-2014

La noia è un’emozione caratterizzata da un senso di vuoto e di inutilità spesso associato all’immobilità e alla procrastinazione. Se fosse un colore, la noia sarebbe il grigio. L’annoiato sperimenta uno stato di sospensione psicologica che limita la sua percezione di se stesso, degli altri e del mondo a un vissuto di insoddisfazione permanente. Ai suoi occhi, le cose, le persone e il tempo si avvicendano prive di senso e si velano di tristezza. Le altre emozioni orbitano intorno alla noia come attutite, ferme, senza spinta vitale. L’idea centrale dell’annoiato é il “non aver nulla da fare” e, allo stesso tempo, la pesante certezza che fare qualcosa sarà troppo faticoso e per altro troppo deludente per giustificare lo sforzo di attivarsi in una qualche direzione.

Un’emozione-sentinella. Il sentimento di noia emerge probabilmente quando il contesto di vita e le relazioni di una persona smettono di rispondere ai suoi bisogni emotivi e ripetono rigidamente routines che, in precedenza, risultavano invece soddisfacenti. In questo senso, la noia può essere considerata un’emozione-sentinella che ci allerta sulla necessità di operare un cambiamento nelle modalità con cui ci rapportiamo alle cose. Ma non sempre l’annoiato coglie questo importante allarme psicologico e tende a riempire l’inquietudine rifugiandosi nella ripetitività del quotidiano e utilizzando di continuo fonti di gratificazione esterna: tv, social-network, videogiochi, cibo, sigarette, alcol, hashish sostanze in genere. E facilmente, ciò che serviva ad alleviare la frustrazione, aggraverà la noia e richiederà dosi compulsive delle stesse “distrazioni”, sino alla paralisi emotiva della dipendenza.

La “noia” in psicoterapia. Non a caso, la noia é un tema ricorrente in psicoterapia e, in certi casi, si palesa una volta che sintomi fobici, ipocondriaci, depressivi, disordini alimentari o dipendenze si alleviano significativamente o scompaiono. Può accadere che, interrotta la catena della psicopatologia, la persona “scopra” di non sapere che fare di se stessa una volta dismesso “l’abito del paziente” e debba così fronteggiare per un periodo una sensazione di inadeguatezza e di vuoto molto vicino alla “noia originaria”. La grigia inquietudine che segue all’entusiasmo per la riduzione o l’annullamento della sofferenza psicologica necessita sempre di una riflessione mirata alla rottura di schemi di interazioni precedenti al problema: scarsa autostima, sottomissione a modelli familiari rigidi e intransigenti, timore di fallire e di restare da soli.

Noia e solitudine. Personalmente, collego la noia al terrore di restare da soli. L’annoiato si uniforma a un ambito psicologico e relazionale non proprio, a persone e situazioni che, anche solo indirettamente, stridono con la sua natura, pur di evitare la solitudine e l’isolamento, nella convinzione che ogni tentativo di espressione di sé nella famiglia, nella coppia o nella società di riferimento lo renderebbe alieno, diverso e abbandonato. Voglio dire che ci si annoia pur di non sfidare e modificare attivamente convinzioni prese dall’esterno, dunque non nostre, ma di madri e di padri, di amici, di conoscenti coerenti con valori che non ci appartengono; voglio dire che ci si annoia quando non si presta attenzione ai propri bisogni emotivi ma si soggiace alla loro costante frustrazione e si evita di rompere quegli schemi che ci soverchiano e ci ammalano mentre ci fanno compagnia.

Cambiare. Prima di combattere la noia occorre comprenderla e comprendersi. Cosa si fa mentre ci si intrattiene con la noia? In che modo cerchiano di placarla? Chi o cosa, aggrava o allevia questo sentimento impreciso e fluttuante? E chi o cosa, potrebbe produrre una variazione, anche lieve, nel piano grigio e continuo della noia?

Cambiare. Cambiare é la parola-chiave. Intraprendere un’attività sportiva, cambiare deliberatamente il percorso che ci reca a lavoro, variare l’alimentazione, modificare, partendo dalle abitudini più semplici, il ciclo annoiato della giornata-tipo. Ma, soprattutto, può essere d’aiuto sperimentare un ascolto più autentico e più empatico di se stessi e riscoprire, avvalorandolo, il bisogno di libertà che, per alterne vicende, abbiamo soppresso tra le pieghe della routine familiare, degli amici o della coppia, illudendoci così di sentirci meno soli.