Apr
02
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 02-04-2014

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Mar
30
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 30-03-2014

L’amore non è, come comunemente si crede, il frutto di una casualità, né si palesa per per “diritto di nascita”. 

L’amore è il frutto di una duplice ricerca:
quella dentro noi stessi e quella al di fuori da noi,
che consiste nell’esplorazione del mondo e delle persone
che non appartengono al nostro passato.

(Enrico Maria Secci)

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Mar
24
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 24-03-2014

Il fascino dell’aforisma è insito nella sua etimologia. Aforisma deriva dal greco aphorismós e vuol dire “definire l’orizzonte”, da apó (delimitare, confinare) e da horízein (orizzonte). “Definire l’orizzonte” è, già in sé, un’espressione meravigliosa e ricca di significati.

L’aforisma colpisce, indigna, brucia, accarezza, coccola, ironizza, spaventa, sorprende. Fedele alla sua radice linguistica, delimita e ridefinisce l’universo umano con la sola pretesa di esplorarlo e di tradurlo in termini nuovi, in modo da prospettare orizzonti creativi e contro-intuitivi per favorire la consapevolezza e il cambiamento positivo.

Da sempre, il tema centrale degli aforismi è l’uomo, l’uomo inteso come essere umano in tutte le sue parti e compreso nella sua essenza psicologica, emotiva ed esistenziale. Quindi, non è un caso che la più antica raccolta di aforismi, che risale al 400 avanti Cristo, sia l’opera del medico più celebrato di tutti i tempi: Ippocrate. Anche se le proposizioni di Ippocrate si concentravano soprattutto sulla diagnostica e prognostica medica condensate in forme aforistiche, alcuni suoi pensieri sono rimasti nella storia come moniti imprescindibili nella cura e nella terapia, tanto da costituirsi come una prima, robustissima radice, dell’utilizzo psicoterapeutico degli aforismi.

L’arte di delimitare orizzonti. In tempi moderni, l’aforisma è “una breve massima che esprime una norma di vita o una sentenza filosofica […]” (Zingarelli, 2008). Ma questa sintetica definizione contiene pochissima sostanza, se si pensa che almeno dal ‘500 i pensatori più sofisticati e gli scrittori più significativi si sono cimentati nell’arte di “delimitare l’orizzonte” e che le loro parole ancora riecheggiano, citate o proposte in un effluvio pressoché costante di “Mi piace” su Facebook.

Una tecnica comunicativa rivoluzionaria. Le massime di Le Rochefoucauld e di Novalis, tra il ‘700 e l’800, lo Zibaldone di Giacomo Leopardi e, procedendo a grandissimi passi, l’acme aforistico di Nietzsche 
nel “Crepuscolo degli Idoli” con le loro illuminazioni, i loro frammenti, le loro sentenze e quelle provocazioni caustiche e paradossali tipiche dell’aforista geniale hanno fondato e consolidato più che un genere letterario una tecnica di comunicazione innovativa ed efficacissima.

Tre ondate di aforismi. La prima ondata di aforismi abbastanza potente da raggiungere una parte significativa della popolazione e incidere davvero sul senso sociale, etico e morale di tanti, è arrivata nel ‘900 come un’alluvione nel deserto. Per esempio, con la precisione balistica dei suoi pensieri, Oscar Wilde ha prodotto un cambiamento fondamentale nella “moralità” inglese ed europea.

Una seconda ondata di aforismi, si è propagata con l’editoria di massa grazie alla quale il grande pubblico ha potuto apprezzare il pensiero, altrimenti elitario, di figure come Karl Krauss e Leo Longanesi, Kahlil Gibran e Franz Kafka, Alessandro Morandotti, Alda Merini e Cesare Pavese.
La terza ondata aforistica è quella dei nostri giorni: l’aforisma subissa i social-network, li invade a livello alluvionale. Ciò che prima si apprendeva sfogliando un libro e, prima ancora costituiva il segreto poetico di una élite, oggi è appannaggio dell’internauta più distratto. E ben venga.

Con gli occhi di oggi, l’imperatore Marco Aurelio -tra il 120 e il 180 avanti Cristo- potrebbe essere visto come un vero e proprio antesignano di Twitter. Le sue riflessioni sull’uomo e sul senso dell’esistenza umana oggi potrebbero diventare magnifici e magnetici Tweet.

L’inarrestabile diffusione dello stile aforistico si spiega, almeno in parte, con la sua apparente semplicità, con la genuinità che attribuiamo alle frasi brevi, alle parole elementari. Perché in un mondo di slogan e di claim pubblicitari che depersonalizzano e sterilizzano, che massificano e standardizzano, si ha sempre più bisogno di un antidoto, di una formula intelligente, di un concentrato emozionale che ispiri equilibrio, emozioni buone, soluzioni emotive.

I “virus buoni”. Un concetto che Leopardi, Saint-Exupéry o D’Annunzio, e altri aforisti celebri avrebbero amato infinitamente è quello della “viralità” di un contenuto culturale. Perché loro sono stati e sono “viralissimi” (o vitalissimi?) al di là delle loro intenzioni e, probabilmente, senza neppure essersi mai interrogarti sul perché i loro pensieri potessero affascinare e penetrare così a fondo il pensiero altrui, sino a modificarlo.

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