Il caso Weinstein si è abbattuto su Hollywood come un terremoto e lo sciame sismico di denunce per molestie nel mondo dello spettacolo ora scuote anche il cinema europeo.  Ogni giorno scoppiano nuovi scandali accompagnati dal vociare confuso dei media e dei social network che propagano reazioni contrastanti in fatto di molestie, abusi e ricatti sessuali, talvolta negando – o attenuando – la responsabilità dei ‘carnefici’.

Una delle posizioni più diffuse consiste nella stigmatizzazione delle vittime a causa della denuncia tardiva e/o per via dei vantaggi che si sarebbero assicurate sottoponendosi alla violenza. L’attrice Asia Argento è stata suo malgrado emblematica nel dover subire dopo la sua accusa contro il magnate Wenistein una lapidazione a mezzo social. Troppi hanno ritenuto la sua storia non già quella di un abuso, ma una vicenda di prostituzione e così hanno affondato il colpo della condanna della vittima.

C’è da chiedersi perché il dolore di chi denuncia catalizzi l’incredulità, la negazione e provochi insinuazioni di colpevolezza e strali di vergogna. Bisogna interrogarsi sull’insistenza con cui ai più fragili tocchi sempre il fardello della co-responsabilità e della connivenza coi propri molestatori.  

Basta esaminare i fatti di questi giorni per comprendere l’omertà obbligata dei soggetti violentati: alla denuncia segue un inquietante ribaltamento della realtà, una distorsione a volte parossistica tale che la vittima si ritrova indagata per seduzione, opportunismo e malafede. Questa perversione, purtroppo, ricorre in ogni trauma emotivo e relazionale e ricade sin da subito su tutte le persone che nel corso della propria vita sperimentano gli orrori della manipolazione psicologica finalizzata al possesso. 

Le vittime non denunciano per anni o mai perché l’umiliazione che le ha colpite disorganizza il loro sistema emotivo in modo profondo. I sensi di colpa e i sentimenti di vergogna susseguenti agli abusi sono i sintomi psichici della violenza e non il frutto di una scelta deliberata. Le dinamiche complesse scatenate dall’incontro con predatori emotivi non possono essere semplificate con il sospetto assurdo che il silenzio di chi ha subito corrisponda all’assenso al ricatto e alla sopraffazione.

 Trovo insopportabili l’insistenza sulla colpevolezza di chi è vittima e la malizia con cui le persone della strada trattano un tema così drammatico a furia di luoghi comuni e stereotipi sessisti.  Come psicoterapeuta mi dissocio da chi compie un’analisi psicologica della prevaricazione emotiva e del ricatto sessuale che, attraverso un utilizzo spericolato e distorto dell’epistemologia sistemica, si interessa più alle ‘responsabilità’ inconsce delle vittime che alle colpe manifeste dei carnefici. 

Ogni qualvolta una persone di potere avanza pretese sessuali nei confronti di un’altra a lei subordinata dobbiamo parlare di abuso, di molestia o di violenza indipendentemente dal fatto che la vittima appaia o si dichiari consensuale nella contingenza del fatto. Non si tratta di una posizione morale, ma di un’osservazione psicologica basata sulle conseguenze a breve, medio e lungo termine di soggetti che sono stati adescati, soprattutto di quelli che all’epoca dei fatti erano troppo vulnerabili per prendere coscienza di quanto stesse accadendo e perciò non in grado di chiedere aiuto o denunciare.

Una caratteristica del trauma emotivo è che di rado provoca reazioni immediate, a meno che non si configuri come stupro o aggressione fisica. Piuttosto, aver soddisfatto il ricatto sessuale in un contesto di manipolazione, all’interno di un gioco di potere come quello creato da Weinstein e colleghi può palesarsi alle vittime come trauma anni dopo l’evento nella forma di una profonda crisi esistenziale e attraverso un corteo di sintomi tipici: depressione, ansia, insogna, abuso di sostanze, difficoltà nella sfera affettiva, ecc.

Oltre a questo le vittime non denunciano perché schiacciate dalla vergogna e dalla paura di ritorsioni da parte dei carnefici, ma soprattutto mosse dalla necessità di proteggere dal dolore che la notizia del raggiro e l’onta della violenza colpiscano i propri cari. L’abisso di chi è inghiottito dall’abuso è inimmaginabile e non ammette le semplificazioni correnti e crudeli della co-responsabilità o dell’opportunismo addebitate alle persone, uomini e donne, che continuano a denunciare la sopraffazione di sono state oggetto da parte di personaggi famosi e potenti. 

 Il dilagare delle denunce è di proporzioni enormi, perciò dal punto di vista della psicologia sociale potremo presto parlare di ‘effetto Weinstein’: le vittime smetteranno di tacere e finalmente proclameranno la propria innocenza, finalmente potranno chiedere e ricevere aiuto e protezione. Ora c’è da aspettarsi che le voci delle persone molestate sul lavoro, nella coppia e nella famiglia travolgano ogni narcisista patologico o perverso e lo consegnino alle proprie responsabilità.

Enrico Maria Secci, Blog Therapy
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