Un romanzo è terapeutico quando accompagna il lettore dentro le emozioni più profonde e, pagina dopo pagina, lo prepara a sviluppare consapevolezze nuove sulla propria storia e sulla natura dei suoi sentimenti.

Un libro può dipanare grovigli interiori, alleviare il dolore, lenire la solitudine e la depressione quando accoglie il lettore con una scrittura autentica e, con parole scelte, semplici e liete racconta le vicende intricate dell’anima e della mente in modo armonioso e illuminante.

Una lettura è terapeutica quando lo scrittore si comporta come uno psicoterapeuta: è nitido, diretto, attento, lieve, coerente e coltiva l’arte della narrazione per cambiare ‘la realtà‘ quando ‘la realtà’ è una gabbia di condizionamenti, di credenze limitanti, un laboratorio per l’infelicità che distilla conformismi venefici e somministra stereotipi paralizzanti.

Nicola Lecca ne ‘I colori dopo il bianco‘ esercita la qualità più rara dei romanzieri, quella di costruire un racconto salvifico, un libro al cui valore letterario si aggiunge la cura della psiche e dell’anima.

Quali sono ‘i colori dopo il bianco’? Sono i colori di Marsiglia, una città imperfetta, cruda e poetica, assurda ma piena d’amore, di saggezza e di Vita come l’inconscio di ognuno di noi. Qui è perfettamente ambientata l’epopea di Silke.

La giovane protagonista fugge a Marsiglia dopo avere offeso, senza volerlo, l’onore e l’ordine ossessivo dei genitori. Silke, colpevole di aver macchiato la ‘reputazione’ della famiglia, abbandona il candore sontuoso ma gelido di Instruck e si avventura finalmente libera nel caos del suo mondo interiore.

È un mondo, Marsiglia, così simile all’interiorità di Silke che subito la spaventa a causa del contrasto assoluto con l’Austria e la sua famiglia, che continuano a turbarla e che, freudianamente, potrebbero rappresentare un Super Io persecutore da sopportare o da combattere.

Silke se lo è portato in valigia questo Senso di Colpa che ha la sembianza bifronte di un Padre distante e di una Madre melliflua. Il bagaglio la tormenta, anche se già all’inizio della storia è sbalzato (simbolicamente?) da un autobus lungo l’autostrada … e poi tanti a Marsiglia, da subito, si offriranno di portarlo al suo posto … e sollevarla da peso delle sue inquietudini.

Il tuo salvatore può essere un ‘balordo tatuato’? La gioia può arrivare da una pasticciera stanca? Una vecchia gattara può darti saggezza? L’amore materno può arrivare da un’ex prostituta? La tenerezza e l’ardore di un ladro possono aprire la cassaforte affettiva dove genitori fobici custodiscono la solitudine di una figlia al solo scopo di investire il suo valore sulla propria ‘reputazione’ come fosse un’azione bancaria?

Il viaggio a Marsiglia di Silke è una metafora terapeutica del cambiamento che riguarda molti di noi, se non tutti noi, una volta o l’altra. Faremo resistenza, avremo paura, ci feriremo, ma potremo rivivere e suturare le ferite dell’identità, che sempre sono ferite d’amore, come Silke.

La ragazza è inebriata e nauseata allo stesso tempo da Marsiglia e dalle persone che incontrerà. Le teme anche se sono buone, perché – non essendo ‘bianche’, né ‘ricche’, né ‘perfette’ – diffida di loro. È ciò che accade quando si ha l’impudenza di specchiarsi nei propri occhi, quando scopriamo che il coraggio di guardarsi coi propri occhi corrisponde al turbamento di vedere tutto e tutti a colori, finalmente.

Troppi odori, troppe tonalità di voce, troppi sapori. Troppi colori. Dopo il bianco asettico di Insbruck, il dolore della protagonista incontra Marsiglia: un putiferio travolgente di esperienze multi-sensoriali. Ogni luogo, ogni via, ogni persona si presenta a Silke con un’autenticità smagliante e la colpisce come un bagliore su iridi appena sbendate. Quelle di un cieco dopo un’operazione chirurgica, quelle di un prigioniero evaso dopo una condanna ingiusta.

I nuovi colori della vita marsigliese (gli incontri e le relazioni, soprattutto) curano Silke, e Nicola Lecca descrive con delicatezza e profondità i molti passaggi della terapia. Il primo dei quali, nel romanzo come nella vita, consiste nell’ammalarsi e nel diventare inermi, così che, per vie inconsce, il cambiamento cominci a realizzarsi.

Nicola Lecca descrive la guarigione di Silke dai precetti familiari che designavano per lei una vita ‘perfetta’ in proiezione ortogonale dei ‘valori’ paterni e materni presentati come scrigni aurei, ma in realtà urne funerarie della libertà, dell’amore, della vita.

Pochi romanzi come ‘I colori dopo il bianco’ sanno disegnare l’arcobaleno emotivo della maturazione psicologica oltre la depressione e al di là degli altri ‘mali oscuri’ che ostacolano il nostro divenire noi stessi sin oltre l’età adulta.

Ognuno di noi, come la protagonista libro, è chiamato a scoprire tutti i colori della vita, e superare la seduzione mortifera del bianco totale: le convenzioni, certe convinzioni, la superficialità e la paura di affermare se stesso.

Grazie a Silke e al suo viaggio eroico, scopriamo che non ci sono solo il bianco o il nero; che incontrare e assecondare la propria natura porta a una visione caleidoscopica di sé, gioiosa, degli altri e delle relazioni.

‘I colori dopo il bianco’ incoraggia ciascuno di noi a incontrare il Mondo e a superare la paura che l’amare e l’amarsi possa sopraffarci e, anche per questo, è un romanzo terapeutico.

Enrico Maria Secci, Blog Therapy
©Riproduzione riservata

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