Mag
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Psicoterapeuti: tra pregiudizi e parodie
12 Maggio 2012 | | Lascia un commento
Quella dello psicoterapeuta è tra le professioni più fraintese del mondo, forse il mestiere tra i più colpiti dalla disinformazione e dal pregiudizio, dallo scetticismo e dall’ambiguità pur essendo una specialità sanitaria che richiede un addestramento decennale e aggiornamenti continui. Chi sceglie di fare questo lavoro si immerge molto presto in una cortina di rappresentazioni sociali inesatte e spesso inappropriate. A seconda del caso, lo psicoterapeuta può essere visto come un amico a pagamento, un sacerdote prezzolato, un “mago”, un cialtrone, un “rovinafamiglie”, uno “che ci vai a fare da quello là?” o un avvoltoio che si avvantaggia, cinico e rapace dei problemi altrui, eccetera. Il campionario delle interpretazioni distorte di questa professione nobile e importantissima non potrebbe essere più ampio e può scoraggiare non solo chi cerca aiuto ma anche chi, nonostante i duri anni di formazione psicologica, vuole offrire il proprio supporto professionale.
I pregiudizi sugli psicoterapeuti dipendono dall’intangibilità della cura. Infatti non indichiamo farmaci, né prescriviamo ricette e la terapia, al di là dei differenti approcci, è focalizzata sulla (ri)costruzione di una comunicazione funzionale e “sana” del paziente con se stesso, gli altri e la realtà circostante, a partire dalla relazione terapeutica. Quello che forse non viene affermato con forza sufficiente e propagato attraverso i mezzi di informazione è il semplice concetto che il disagio psicologico è il risultato delle relazioni che nel corso della vita instauriamo con noi stessi, con gli altri e col mondo e si manifesta quando le modalità e gli schemi che ci ostiniamo ad utilizzare inconsciamente collassano nel sintomo. Lo psicoterapeuta interviene dunque sulla comunicazione e sulla relazione per stimolare nella persona un cambiamento comunicativo e relazionale allo scopo di invertire i circoli viziosi che ha inavvertitamente attivato e che si manifestano nella patologia. Per ottenere questo risultato, abbiamo oltre un secolo di letterapura scientifica, di studi approfonditi e rigorosi, di tecniche specifiche e focalizzate per appropriarsi delle quali ogni terapeuta dedica la sua vita in un percorso d’apprendimento pressoché interminabile. Dunque, la psicoterapia non è filosofia ma tecnologia e proprio come sono intangibili le dinamiche che portano all’infelicità, alla depressione, all’ansia, al panico, alle dipendenze, così è “immateriale” la cura. Non ci sarebbe nulla da eccepire se non fosse che la maggior parte di noi fatica a riconoscere il valore fondamentale dell’equilibrio emotivo e che siamo portati a minimizzare l’importanza dei nostri veri bisogni: amore, riconoscimento, sicurezza, protezione, rispetto per se stessi e sviluppo delle proprie potenzialità.
Il riconoscimento sociale della psicoterapia. Bisogna comunque riconoscere che le resistenze alla psicoterapia e la tendenza a screditarla sono sempre meno insidiose grazie alla messe crescente di evidenze scientifiche che ne affermano la validità e ne dimostrano l’efficacia. L’interesse e la fiducia per le metodologie psicologiche è aumentato anche come conseguenza della visibilità sociale degli psicoterapeuti e il successo della letteratura divulgativa su ansia, depressione e relazioni di coppia. Internet sta giocando un ruolo fondamentale nel favorire la confidenza e il contatto delle persone con la psicologia e con i professionisti che se ne occupano, così che gli stereotipi dello “psicologo oracolare”, del “saggio consigliere” e “dell’amico a ore” lasciano il legittimo spazio per delineare una figura altamente specializzata nella comprensione e nella soluzione dei problemi umani.
Diffidare dalle imitazioni. Questa inversione di tendenza della percezione sociale della psicoterapia deve essere sostenuta dalla comunità professionale che ha il dovere etico di divulgare con chiarezza, semplicità e trasparenza gli ambiti di competenza, le garanzie per il paziente e le modalità di intervento in modo che tutti, al bisogno, sappiano con esattezza a chi rivolgersi e conoscano dettagliatamente il curriculum e la specialità del professionista prescelto. Il successo della psicoterapia, infatti, la rende pericolosamente una professione tra le più imitate ed è tutto un fiorire di “metodologie” che liberano sul mercato non-psicologi che si auto-abilitano a svolgere professioni d’aiuto o di crescita personale senza avere tuttavia una formazione adeguata né legalmente riconosciuta. Come ogni imitazione costano meno e non presentano etichette leggibili. Per questo è di fondamentale importanza accertasi che chiunque si proponga come consulente psicologico sia iscritto all’albo degli psicologi e, quando si occupa di disagi di rilevanza clinica, abbia compiuto la necessaria formazione quadriennale presso una scuola di specializzazione riconosciuta dal Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica. Sono dati di pubblico dominio e il cliente ha il diritto di chiederli al professionista a cui si è rivolto. La questione non risponde certo a logiche corporative ma a una precisa questione etica: a differenza delle sue parodie, lo psicoterapeuta ha studiato, svolto tirocini pratici per anni e soprattutto ha compiuto a propria volta una psicoterapia didattica allo scopo di tutelare i pazienti da errori professionali che possono renderlo inefficace o compromettere la propria capacità di affrontare il caso con la neutralità professionale e l’empatia necessarie, calibrate insieme in un delicato equilibrio. Dunque, qualunque sia la vostra opinione sulla psicoterapia, diffidate delle imitazioni.
Mag
10
Blog Therapy intervista Gocce di Psicoterapia
10 Maggio 2012 | | Lascia un commento
Gocce di Psicoterapia si è affacciato sul web nel marzo 2011. L’autrice, Caterina Steri, psicologa e psicoterapeuta specialista in psicoterapia strategica integrata, scrive di dinamiche di coppia, di genitorialità, di sessualità e molto altro con l’obiettivo di propagare l’idea, ancora scarsamente diffusa, che la psicoterapia possa offrire soluzioni efficaci in tempi brevi. Gocce di Psicoterapia è un blog accogliente, dai toni pacati … una goccia preziosa nel mare di Internet che condensa in ogni post i riflessi di uno sguardo professionale sui temi di cui tratta, empatia e che invita al cambiamento.
La Dott.ssa Caterina Steri racconta su Blog Therapy “Gocce di Psicoterapia”. Pubblico l’intervista con grande piacere, non come un dialogo tra blogger ma tra colleghi.
Come è nato il tuo blog?
Poco più di un anno fa, avendo vissuto un periodo di “stasi” lavorativa per un contorto intreccio di motivi personali, decisi che avrei avuto bisogno di riprendere la mia vita professionale da un punto ben preciso: da qualcosa che avrebbe richiesto alla mia mente la concentrazione su vari temi inerenti la psicologia e la psicoterapia; che mi avrebbe portato a trovare degli spunti ovunque guardassi; che mi avrebbe nuovamente abituata a pensare in modo sempre più flessibile e curioso ciò che mi stava attorno; che mi avrebbe permesso di condividere i pensieri e le esperienze con altre persone e mi avrebbe aiutata a farmi conoscere ancor di più e a distinguermi nell’incredibile giungla del lavoro. Quale modo migliore se non quello di sfruttare il web? Il sito internet era per me uno strumento “statico”, il blog invece più dinamico, interattivo, diretto e stimolante. Così, a marzo del 2011 dopo settimane di lavoro decisi di mandare in rete la mia nuova “creatura”.
Perché il titolo”Gocce di Psicoterapia”
Non è stato facile scegliere un titolo. Per giorni prendevo nota di alcuni che potessero andarmi bene. Una volta, chiedendomi cosa chiedessi veramente al mio blog, mi dissi ad alta voce che avrei voluto raccontare in “gocce” i temi riguardanti il mio lavoro e la mia professione, da lì nacque il nome “Gocce di Psicoterapia”.
E’ come se il blog fosse un mare dove custodire e condividere i miei pensieri che uno dopo l’altro, goccia dopo goccia, lo formano e modellano la sua natura.
La metafora del mare non è casuale. Sicuramente la mia natura isolana fa sì che riporti in continuazione la sua immagine anche nella mia professione di psicoterapeuta.
Qual è la tua formazione e in che modo influenza i tuoi post?
Il modello di psicoterapia in cui sono specializzata si chiama“strategico integrato”.
Strategico perché fa uso di particolari teorie e tecniche che mirano alla soluzione dei problemi dell’individuo attraverso la presa di coscienza dei comportamenti e pensieri patologici, l’assunzione di nuovi funzionali al raggiungimento del benessere e l’estinzione del sintomo stesso.
Integrato perché attinge parte delle sue risorse da differenti approcci e le integra per trattare le persone in un’ottica più globale e ampia e allo stesso tempo, tiene conto delle peculiarità di ogni individuo.
Gocce di Psicoterapia è nato anche con l’idea di far conoscere il mio modello, quindi ogni volta che posso lo metto in relazione agli argomenti che tratto. Ad esempio, quando parlo di un problema, descrivo come si potrebbe curare in un’ottica strategica integrata e cerco di dare ampio spazio alle possibili soluzioni da poter attuare.
Cerco sempre di comunicare che il mio lavoro sia caratterizzato da passaggi molto pratici che impongono al paziente di avere un ruolo attivo nel suo percorso di guarigione e quanto sia ideale per accompagnare le persone verso un cambiamento come occasione di crescita e mutamento.
Perché hai scelto di fare lo psicoterapeuta?
Fin da prima di diventare psicologa sapevo che sarei diventata una psicoterapeuta. Mano a mano che andavo avanti nel percorso universitario mi rendevo conto che preferivo sempre studiare gli argomenti clinici piuttosto che quelli dell’ambito lavorativo, giuridico, sperimentale… che mi interessavano, ma non “rapivano” la mia voglia di formarmi. Inoltre, mi resi conto sin da subito che la sola laurea in psicologia non sarebbe stata sufficiente per avere una formazione adeguata per quello che avrei voluto fare.
Durante i tirocini e i primi colloqui svolti con i pazienti ebbi la conferma che era questo il mestiere che avrei voluto fare: rimasi affascinata dall’evoluzione che poteva avere il trattamento del disagio delle persone attraverso lo strumento del colloquio. E’ stata una scelta importante, ma arrivata in modo naturale, come un ulteriore passo da percorrere per poter raggiungere l’appagamento professionale.
Oltre a tutto avevo da tanto tempo immaginato il percorso di una scuola di specializzazione in psicoterapia come un’esperienza di vita, oltre che formativa. Infatti così è stato: in contemporanea alla scuola, dove ho avuto delle esperienze di gruppo molto forti, c’è stata la psicoterapia individuale. Tutto un bagaglio di vita che porterò sempre con me.
C’è un articolo tra quelli che hai pubblicato che ti ha dato più soddisfazione di altri?
In realtà non esiste un post in particolare, ma una categoria di essi. Sono quelli la cui idea nasce casualmente mentre faccio qualcosa di totalmente diverso che pensare al lavoro. Post che riesco a scrivere di getto non appena mi ritrovo di fronte al pc e le cui frasi nascono in modo immediato dal bisogno di esternare ciò che scrivo e, perché no, di lasciarne un’impronta. Sono quelli che definisco “adrenalinici” perché saziano la mia fame di condivisione, di mettermi in gioco, anche di ricevere delle critiche. Mi riferisco ad esempio ad alcuni riguardanti il modello strategico integrato o quelli inerenti al territorio in cui opero.
E’ stato fantastico rendermi conto che sono questi i post che vengono letti di più, come se ci fosse una corrispondenza tra la passione che impiego nello scriverli e l’interesse che suscitano nei lettori. Ad esempio, ultimamente ha avuto un enorme consenso (circa 2000 visite in un giorno), il post “Mec Puddu’s, la caparbietà alla faccia della crisi” che mi ha stimolato tanto scrivere, nato un po’ per caso e un po’ per gioco, ma che racconta una bella storia della realtà sarda.
Aggiornare un blog è impegnativo, che cosa ti motiva a farlo?
In primis la passione per il mio lavoro e per gli argomenti che tratto. Mi rendo conto che alla figura dello psicoterapeuta non viene ancora attribuita l’importanza che effettivamente ha e offrire il mio contributo affinchè venga conosciuta meglio mi soddisfa. Oltre a tutto, scrivere mi diverte, alimenta la mia curiosità e la mia voglia di dare sempre più spazio alle esperienze professionali (strettamente legate a quelle personali). Potrei dire che aggiornare il blog, seppure sia molto impegnativo sia quasi un hobby.
E’ un appuntamento fisso che mi “costringe” in senso buono, a non fermarmi, a continuare ad aggiornarmi e a guardarmi intorno in cerca di spunti da poter sviluppare.
Il blog è poi uno strumento per far conoscere il mio modo di lavorare.
Il tuo blog è molto apprezzato e colleziona ogni giorno numerosi click, perché?
Penso venga ripagato dal fatto che mi impegni a scrivere in un modo che sia accessibile e apprezzabile a tutti, senza dilungarmi troppo nella descrizione di teorie troppo specialistiche, che in fin dei conti potrebbero non interessare ai non “addetti ai lavori”. Dalle e-mail che ricevo ho la conferma che viene seguito dalla casalinga allo studente, dal dirigente al pensionato. Questo conferma che i miei sforzi raggiungono di volta in volta il loro obiettivo.
Penso che venga seguito da tanti perché i temi che tratto, nonostante molti non lo riconoscano, sono argomenti che riguardano la maggior parte delle persone e, chi più chi meno, si rispecchia in ciò che scrivo e decide di seguirmi nel percorso di blogger. C’è anche chi decide di iniziare un percorso di psicoterapia con me.
Cosa differenzia il tuo blog da quello dei colleghi?
Immagino che gli obiettivi dei blog dei miei colleghi siano più o meno simili a quelli del mio, farsi conoscere, esprimere la passione per il proprio lavoro e la scrittura e condividere i propri pensieri ed esperienze.
Ciò che rende diverso il mio blog è che quello che scrivo e il modo in cui lo gestisco è frutto della mia formazione, del mio bagaglio culturale e delle mie esperienze personali. Infatti, prima di essere psicoterapeuta sono una persona con un bagaglio di vissuti che non sarà mai uguale a quello di un’altra e l’essere anche blogger mi permette di condividere con i lettori il frutto di ciò che vivo.
Ecco, penso che alla fine la vera differenza non sta tanto nel fatto che io pubblichi più post o meno alla settimana e neanche il tipo di argomenti che tratto, ma il modo in cui lo faccio. Sono sicura che se tutti e tre dovessimo scrivere un post sullo stesso argomento, lo faremmo in modo molto diverso perché ognuno sarebbe influenzato dalla propria formazione e dalle proprie esperienze.
Perché uno psicoterapeuta va sul web?
Sicuramente per farsi conoscere. Al giorno d’oggi non si può prescindere dal mondo di internet. Ormai non si cerca il terapeuta sull’elenco telefonico, ma sul web.
All’inizio inserire il mio nome sul web era per me una necessità per adeguarmi ai metodi di comunicazione e di pubblicità dei nostri giorni. Poi l’ho visto come una quotidiana abitudine. Ormai le persone comunicano più via web che attraverso altri mezzi.
Anche lo psicoterapeuta, così come tutti, è un lavoratore e quindi ha necessità di trovare il modo più diffuso per comunicare la sua esistenza.
Poi ci sono diversi modi per farlo: con un inserimento nei siti che prevedono degli elenchi di professionisti a cui attingere quando se ne ha bisogno, o con una maggiore personalizzazione del proprio operato come ad esempio con un sito o con un blog personali. Questi ultimi permettono di avere un rapporto più interattivo e dinamico con il resto del mondo. All’inizio io ho scelto la prima modalità, poi ho cercato un contatto più diretto con le persone attraverso Gocce di Psicoterapia.
E’ il momento delle anticipazioni. Stai preparando nuovi articoli?
In questo momento alcuni sono già pronti, riguardano i futuri appuntamenti lavorativi, le riflessioni sui lavori in corso d’opera e le testimonianze dei miei pazienti che seguono il blog e sono contenti di farne parte, seppure nel più totale anonimato. C’è chi mi autorizza a descrivere la sua esperienza perché convinto del fatto di poter dare un contributo alle altre persone che soffrono degli stessi mali. Sono convinti che raccontare personalmente il percorso di terapia fatto con me sia un input per spingere anche gli altri ad iniziare un’esperienza del genere. Anche io condivido questo loro pensiero.
Solitamente decido quali argomenti trattare e inizio a scrivere il post appena posso, per sfruttare la vena da blogger, quindi non so ancora cosa potrei scrivere tra un mese.
Sicuramente un post sarà dedicato a questa intervista, ulteriore spunto per creare una rete tra colleghi per cui devo ringraziare Blog Therapy.
Caterina Steri, “Gocce di Psicoterapia”
Mag
7
Ringraziamenti
7 Maggio 2012 | | 2 Commenti
Ringrazio i partecipanti al seminario “La Comunicazione Strategica nelle Professioni Sanitarie, 2° livello” che ho tenuto col Dott. Carlo Duò all’Hotel Ceasar lo scorso fine settimana. E’ stata una sfida emozionante condividere un modello di comunicazione clinica così ricco e articolato, e farlo con professionisti che ogni giorno si confrontano con passione e personalità con le persone che chiedono il loro aiuto senza mai scambiarle per “pazienti” o, peggio, per sintomi o malattie. La motivazione, l’autenticità e la curiosità intellettuale ed emotiva che ho avvertito per tutto il corso mi ripaga di ogni fatica e mi incoraggia a perfezionare metodi e tecniche per riproporli, affinati e potenziati, nei prossimi seminari.
Il 3 maggio ho incontrato i soci dell’associazione “Le Vie del Benessere” sul tema “Rete di nome e di fatto. L’Internet Addiction e la dipendenza da social-network”. Come sempre accade, la partecipazione del gruppo è stata calorosa e ha trasformato la presentazione in un piacevole e interessante dibattito. Grazie dunque ai soci, con la certezza che continueremo il discorso intrapreso e molti altri.
Segnalo che giovedì prossimo, 10 maggio, l’Associazione ospiterà il seminario “Multisensorialità e benessere relazionale” del Dott. Carlo Duò. Per informazioni cliccare su “Le Vie del Benessere”
Mag
5
“Dipendo da Facebook!”
5 Maggio 2012 | | Lascia un commento
Facebook continua a far parlare di sé con numeri da capogiro e servizi sempre nuovi. Come un’immensa ragnatela cattura e alimenta milioni di avatar al giorno e si rende insostituibile mentre cambia il modo di comunicare, estende e stira il concetto di “amicizia” sino all’inconsistenza, permea la quotidianità e invade la sfera emotiva degli utenti meno accorti. Da quando, nel 1998, lo piscologo inglese David Smallwood ha cominciato a parlare di “sindrome da social-network” chiamandola friendship addiction (dipendenza da amicizie) sempre più psicologi e sociologi si sono calati nella Rete per comprendere in che modo l’utilizzo di Facebook si costituisca in un’ampia casistica come una “dipendenza tecnologica” in grado di alterare l’umore e condizionare l’equilibrio psicosociale degli individui.
Da social-network a social-market. Ai suoi albori, il sito più cliccato del mondo dopo Google era una sorta di annuario universitario su cui gli studenti di Harvard potevano ricercare gli amici, attaccarli come figurine in un diario virtuale e interagire con loro. Diffondendosi a macchia d’olio ben oltre le finalità originarie, Facebook ha funzionato come un facilitatore sociale, regalando a tutti la possibilità di riconnettersi con persone significative del proprio passato. Con questa invitante promessa, il social-network ha attirato i suoi milioni di utilizzatori per poi trasformarsi gradatamente in un gigantesco bazar multisensoriale. Musica, foto, parole, reclame, giochi interattivi hanno in fretta modificato il senso iniziale del progetto piegandolo a logiche commerciali. Oggi, infatti, Facebook, supera l’iperbolica cifra di 1 miliardo di dollari ed è più un social-market che procura “gratis” una sensazione illusoria di appartenenza e di modernità, che svende miraggi di identità creative, emozioni “forti” e relazioni virtuali nuove di zecca con tanto di chat e bacheca. Tutto solo e soltanto in cambio di beni apparentemente gratuiti: il tempo e l’investimento emotivo delle persone. Così FB si nutre e prospera sfruttando le uniche ricchezze umane veramente inestimabile: il tempo di vita e l’attituidne all’amore. Beni che, purtroppo e da secoli, tendiamo a deprezzare e a barattare, con parodie di emozioni e di relazioni come accade sul social-network.
Social-market e slot-machine emotive. I fattori più evidenti nella dipendenza da facebook sono l’elevato grado di frustrazione, insoddisfazione e ansietà del soggetto dipendente. Ogni foto postata, ogni “amicizia” aggiunta sono come monetine date in pasto a una slot-machine insaziabile: procurano un sentimento di eccitazione e di curiosità, attivano scenari emozionanti … e poi l’effetto scema, deprimente, sino alla successiva e spesso immediata “puntata”. La moneta di scambio è il tempo di vita, perciò il facebook-dipendente dilapida ore e ore della sua esistenza senza accorgersi di ostinarsi in un gioco in cui non si vince niente, ma si perde molto. Gli utilizzatori compulsivi perdono progressivamente fiducia nell’interazione sociale, diventano apatici o estremamente ansiosi e inadeguati nelle situazioni sociali reali, o si trasformano in consumatori bulimici di “amicizie” e di storie, di sesso, di “amori” liquidati poi con qualche click e algidi quanto enigmatici messaggi in bacheca.
Occasioni e offerte speciali. Come in un discount, entri sulla tua pagina e il social-market ti spara “potenziali amici” con l’accattivante dicitura “Potresti conoscere …” o “Tu e X avete tot amici in comune”. E’ un modo sofisticato per rapinarti di altri minuti preziosi della tua vita, ma non ci pensi e chiedi l’amicizia. L’obiettivo è catalogare sempre più gente, popolare un proprio acquario di avatar accattivanti e super-colorati come pesci tropicali in cui tuffarsi e galleggiare… in saldo come gli altri. Ora, se in effetti questa dinamica risulta innocua per la maggior parte degli utenti, molti sono quelli che precipitano nel vortice e, senza rendersene conto, sviluppano una forma di internet addiction che si somma e a volte maschera nodi e questioni pregresse relative alla sfera affettiva e relazionale. Lo dimostra, ad esempio, l’esponenziale crescita di “coppie che scoppiano” per via dell’utilizzo di Facebook e per le “amicizie” che procura, o l’aumento delle richieste d’aiuto per questa specifica forma di abuso tecnologico.
“Io dipendo da Facebook”. Lisa ha 640 amici e un’intensa attività su FaceBook via pc e smart-phone. Ha conosciuto tramite il social-network gli ultimi due fidanzati, meteore ustionanti che vuole curare con altri intriganti contatti. Non fatica a procurarsene ed è costantemente in Rete. Quando non chatta, gioca. Ha un’intera, meravigliosa fattoria di animaletti che addomestica dandogli in pasto il proprio tempo, enormi balle di tempo della sua vita tranciato ed essiccato, le spighe sprecate della sua esistenza. Dorme male, è ansiosa e nervosa, inappagata e, senza saperlo, continua a “farsi di Facebook”. Anche il lavoro va male, si sente deconcentrata ed è soggetta a mal di testa. Su Facebok si arrabbia e si delude, si indigna e si rinfranca, flirta, osserva i movimenti degli altri, gli amici degli amici degli amici … e poi quando li incontra per strada o in un locale si sente in difficoltà e, non sapendo cosa dire, non li saluta nemmeno o, se proprio non può evitarlo, li liquida i due battute. Spento il monitor Lisa subisce un senso irrequietezza sfiancante e si rende conto di non riuscire a concentrarsi pienamente su un’attività perché è come se nel suo cervello “facebook girasse comunque” in una tempesta di pensieri sconnessi e spesso inutili. Un utile criterio per individuare una possibile facebook-dipendenza è monitorare le reazioni derivanti dall’interruzione dell’utilizzo del network: più si diventa nervosi, irritabili, deconcentrati, di malumore, più i pensieri si riferiscono a FB, più è probabile la condizione di addiction.
Interrompere la dipendenza. Il problema non è nella tecnologia ma l’uso che se ne fa, perciò una possibile soluzione alla face book-addiction consiste nel rimodulare il suo utilizzo e riflettere sui bisogni e sulle motivazioni emotive che sollecitano le condotte di abuso del mezzo. Per prima cosa può essere utile tenere un diario del tempo e delle attività effettivamente svolte sul social-network e, una volta compilato l’elenco, provare a rispondere, voce per voce, alla domanda: “A che cosa mi serve veramente questo? Qual è il vantaggio che traggo da questa specifica azione?”. Altra strategia consiste nel provare a “capovolgere” l’abitudine d’uso: quindi connettersi solo la mattina se si è invece abituati a usare il proprio profilo di sera o viceversa. Un terzo punto è imparare a fissare un limite di tempo da trascorrere su Facebook e rispettarlo cercando di colmare il tempo che avanza con attività all’aperto e in compagnia di persone affettivamente gratificanti, purché il discorso non ricada su Facebook! Ma l’aspetto più importante è imparare a darsi valore e a ridefinire l’importanza del proprio tempo in relazione ai propri reali bisogni affettivi nella consapevolezza che Facebook non possa appagarli, se non illusoriamente…
Leggi anche:
La “Dipendenza da Facebook” (parte prima)
La “Dipendenza da Facebook” (parte seconda)
Apr
28
Blog Therapy intervista il blog “Io non sono normale: IO AMO”
28 Aprile 2012 | | Lascia un commento
“Io non sono normale: IO AMO” è un blog originale e dissacrante sin dal titolo. L’autrice, Carla Sale Musio, psicologa e psicoterapeuta di grande esperienza, ci regala uno spazio unico di riflessione su ciò che “è normale” e ridefinisce i contorni del benessere psicologico all’insegna della soggettività e della creatività mentre demolisce, pezzo dopo pezzo, i muri della banalità e della massificazione dei sentimenti che minano i sentieri dell’equilibrio e dell’affermazione personale. Il blog ha appena compiuto un anno e offre un archivio ricchissimo di suggestioni destinate ad abbattere il conformismo e di farlo con grazia e sensibilità davvero (psico)terapeutiche. Per questo pubblico con piacere l’intervista per Blog Therapy di Carla Sale Musio.
Come è nato il tuo blog?
L’idea del blog nasce dopo anni di lavoro nel campo della sofferenza mentale. Ho sempre ritenuto ingiusto che uomini e donne pieni di risorse, di creatività e di sensibilità, arrivassero in terapia per essere aiutati a censurare le proprie emozioni. Eppure … questa richiesta mi viene fatta spesso! Tante persone soffrono per una delicatezza d’animo che a loro sembra “eccessiva” e vorrebbero trasformarsi magicamente in robot senza cuore! Occorre parecchio tempo per restituire il giusto valore a quel nucleo vitale e pulsante che comprende i sentimenti e l’originalità di ciascuno, per dimostrare che, abiurando la propria unicità, la vita perde significato. Così ho pensato a uno spazio gratuito cui tutti potessero fare riferimento. Mi è sembrato un modo per lavorare più speditamente durante le sedute e dare risposta anche a chi la psicoterapia non se la può permettere.
Perché il titolo “Io non sono normale: Io amo”
Io non sono normale: IO AMO è la sintesi di quasi trent’anni di lavoro e di studio sulla creatività e sull’intelligenza emotiva. La creatività non può essere normale per definizione e nemmeno l’amore lo può mai essere. Amore e creatività fanno parte di uno stesso cuore vibrante posto al centro della personalità, sono un modo di essere e di sentire il mondo. Dalla loro espressione trae origine quel senso di realizzazione e appagamento che rende la vita un’avventura appassionante. La loro repressione, invece, provoca sofferenza e genera la malattia mentale. Io non sono normale: IO AMO è una dichiarazione d’indipendenza e di libertà, uno slogan che permette a ciascuno la propria preziosa unicità.
Qual è la tua formazione e in che modo influenza i tuoi post?
La mia formazione spazia in aree diverse. Nell’ambito dell’ortodossia psicologica: la terapia della famiglia, lo psicodramma, l’arteterapia, l’intervento nei casi di abuso e violenza sui bambini, le costellazioni familiari, la respirazione olotropica. Però, parallelamente al percorso psicologico mi sono sempre occupata anche di creatività e di esoterismo. Gli articoli che scrivo sono il prodotto dei miei studi e dei miei interessi, ma soprattutto nascono dalle storie di vita che ho ascoltato durante il lavoro clinico, vogliono essere un tentativo di sbrogliare quei nodi che spesso paralizzano la voglia di vivere lasciandoci vuoti di entusiasmo e di significato.
Perché hai scelto di fare la psicoterapeuta?
E’ stata una specie di vocazione, un richiamo interiore forte e coinvolgente al quale non ho potuto, ne voluto, sottrarmi. Qualcosa per cui mi sento portata e che mi appassiona moltissimo fare. Per me aiutare le persone a esprimere se stesse è una sfida irresistibile e appassionante. L’unica competizione in cui entrambi i giocatori vincono insieme. Quando una persona va via soddisfatta, portando con sé nuovi strumenti di cambiamento e di realizzazione, il lavoro mi regala un’emozione impagabile! Ci sono tante cose che mi piacerebbe fare e per le quali penso anche di avere delle capacità, ma finché ci sarà in giro tanta sofferenza questo lavoro è per me una missione. Il mio modo di cambiare il mondo …
C’è un articolo tra quelli che hai pubblicato che ti ha dato più soddisfazione di altri?
Il mio post preferito è La personalità creativa: istruzioni per l’uso, perché contiene una sintesi di tutte le mie ricerche sulla creatività. Ho definito personalità creativa una struttura di personalità, sana e adeguata, caratterizzata da una grande inventiva e da un altrettanto grande altruismo. Chi possiede questa tipologia è dotato di sensibilità, empatia e autonomia di pensiero. Queste persone sono quelle che spesso si rivolgono agli specialisti della psiche, non riuscendo ad adattarsi a uno stile di vita troppo conformista e massificato. Le personalità creative vivono spesso infanzie difficili perché la loro generosità non è compresa dalla società materialista e, per sopravvivere, finiscono per indossare una maschera, che non blocca il contatto col cuore ma soffoca la loro natura libera. Questo genera molta sofferenza …
Aggiornare un blog è impegnativo, che cosa ti motiva a farlo?
Penso che ognuno di noi venga al mondo per portare un dono, un contributo da donare al mondo. Qualcosa che è insieme il prodotto della creatività, della unicità individuale, e anche un’offerta da scambiare con gli altri. Lavorare non può essere soltanto uno strumento per procurarsi denaro, significa realizzare se stessi, sentire, nella condivisione del proprio operato, che la vita ha un significato. Il blog per me è una missione, il mio contributo, lo strumento che ho trovato per fare la mia parte nel cercare di rendere il mondo un posto migliore.
Il tuo blog è molto apprezzato e colleziona ogni giorno numerosi click, perché?
Credo che chi segue io non sono normale: IO AMO trovi nei post un pezzetto di se stesso e sia incoraggiato a valorizzare la propria sensibilità e la propria diversità. Salviamo l’A-normalità dall’estinzione, la frase che sottotitola il blog, è un’esortazione ad accettare la nostra parte anormale, quella che va controcorrente e non riesce a normalizzarsi, perché è selvaggia, istintiva, sensitiva, creativa. E’ un’anormalità con la A maiuscola, che va salvata dal tentativo di amputarla dalla personalità per ottenere approvazione, riconoscimento, affetto. Io non sono normale: IO AMO è un luogo di confronto con altre personalità creative, uno spazio in cui trovare il sostegno e l’incoraggiamento per continuare a essere autenticamente se stessi.
Cosa differenzia il tuo blog da quello dei colleghi?
Io non sono normale: IO AMO è il risultato delle mie ricerche e della mia esperienza professionale, dentro c’è tutta la mia vita lavorativa e, a volte, anche personale. In questo senso sarà sempre diverso dagli altri blog. Tanti argomenti trattati, però, sono temi psicologici comuni, che ognuno di noi espone col suo linguaggio e intreccia con la propria anima. Tutti i libri sono già stati scritti e tutto è già stato detto, ma ogni scrittore racconta la vita nel suo idioma e raggiunge il cuore di chi in quelle parole può riconoscere se stesso.
Perché uno psicoterapeuta va sul web?
Io sentivo la necessità di condividere la mia esperienza e le mie ricerche con gli altri, e il web è una piazza di paese … collocata al centro del mondo! Ci si può confrontare con chiunque e chiunque si può avvicinare a te e scambiare opinioni e messaggi. Uno psicoterapeuta ha dentro una curiosità e un interesse innati per la gente, altrimenti non passerebbe tante ore dimenticandosi di se stesso per calarsi nella vita degli altri. Il web permette di avere un contatto immediato con tutti e consente a tutti di raggiungerti. E’ inevitabile per uno psicoterapeuta sentirsene attratto, ma credo che oggi nessuno possa più ignorare questa realtà.
E’ il momento delle anticipazioni. Stai preparando nuovi articoli?
Gli articoli che scrivo nascono dallo scambio quotidiano con i pazienti e con i lettori del blog. Non c’è uno schema rigido, mi piace che gli argomenti emergano dal confronto con la gente. Attualmente, però, sto lavorando insieme ad altri a un progetto più ampio sulla pace, sul benessere e sul progresso sociale, volto a combattere la sofferenza psicologica con una maggiore consapevolezza di se stessi e dei meccanismi interiori che sottendono violenza, ingiustizie, guerre e soprusi. E’ sicuro che i miei prossimi post riflettano queste nuove ricerche! Infine … vorrei ringraziare te, Enrico per aver dato, con l’esempio del tuo blog e con il sostegno della sua amicizia, un forte stimolo e un grande aiuto alla realizzazione di Io non sono normale: IO AMO, sia nella fase complessa della sua elaborazione che nel suo muovere i primi passi nel web. Oggi, a distanza di un anno, questo spazio di condivisione su Blog Therapy, mi da la misura del lavoro svolto e mi fa sentire ancora di più l’importanza dello scambio e del sostegno tra colleghi. Un grande grazie di cuore!!
Carla Sale Musio, “Io non sono normale: io amo”
Apr
26
“Rete di nome e di fatto. L’INTERNET ADDICTION e la dipendenza da social network”: seminario 3 maggio, h. 19.45
26 Aprile 2012 | | Lascia un commento
Il 3 maggio, ore 19.45 terrò il seminario “Rete di nome e di fatto. L’INTERNET ADDICTION e la dipendenza da social network” nell’ambito delle iniziative proposte dall’Associazione “Le Vie del Benessere“ presso la sede di via Tigellio n.22 (Cagliari centro). La quota di partecipazione per i soci è di 15 euro. I posti sono limitati e la prenotazione indispensabile. Per informazioni e iscrizioni: e-mail info@viedelbenessere.org ; telefono 340 1386839. I soci possono prenotarsi anche on line compilando il form sul sito www.viedelbenessere.org
“Rete di nome e di fatto. L’INTERNET ADDICTION e la dipendenza da social network”
Da strumento per il reperimento e lo scambio di informazioni, Internet continua a evolversi in una di società parallela a quella reale, una società in cui trovano posto fenomeni “virtuali” di ogni sorta destinati a interagire e influenzare in modo determinante la vita reale degli individui. Non deve perciò stupire che contemporaneamente alla grande espansione della Rete, a partire dagli ultimi anni ’90 psichiatri e psicoterapeuti si siano imbattuti in una sindrome chiamata Internet Addiction Disorder (IAD), ovvero Disturbo da dipendenza da Internet (Goldberg, 1995; Young, 1999).
Più recenti ma ampiamente documentate sono la dipendenza da social-network e la dipendenza dai giochi interattivi on-line. Il seminario si concentra sulle cause, il sintomi, i rischi e le soluzioni delle forme di addiction legate all’abuso della Rete.
Programma
• Che cos’è la dipendenza da Internet?
• Dall’abuso alla dipendenza da Rete: i sintomi e le conseguenze
• Intrappolati nell’abitudine: lo spettro impulsivo-compulsivo
• Le dipendenze da social- network
• I fattori predisponenti
• Liberarsi dalla Rete: la consulenza psicologica e la psicoterapia
Apr
23
La felicità a portata di mano …
23 Aprile 2012 | | Lascia un commento
“Le cose vanno a finire proprio come devono andare. E a volte va a finire che proprio con le persone più miti e inoffensive, proprio con coloro che potrebbero aiutarci a vivere meglio, noi ci permettiamo di essere scortesi, bruschi, inospitali: mettiamo un muro, ci voltiamo dall’altra parte, opponiamo insomma un netto e insindacabile rifiuto, impedendoci così, probabilmente, di trovare quella felicità che sarebbe a portata di mano e che invece noi andiamo, come mendicanti ciechi, vanamente cercando altrove, nei posti sbagliati; onde poi fortemente lamentarci di come ingiusta sia la nostra sorte, e ingenerosa, e ostile.” (Paola Mastrocola, 2012, Facebook in the rain, Guanda, Parma – pag. 66).
Apr
19
Blog THERAPY intervista “Lo Psicologo Virtuale”
19 Aprile 2012 | | Lascia un commento
“Lo Psicologo Virtuale” apre a marzo 2011 con una serie di post informativi sulla figura dello psicologo e si evolve come spazio aperto a temi di taglio psicologico e clinico ma non solo: il blog pubblica spesso psico-recensioni cinematografiche interessanti e stimolanti o notizie scientifiche di notevole attualità. Lo dimostrano gli oltre 120.000 click che premiano la costanza e la passione di Fabrizio Boninu, lo psicologo “vero” che gestisce e amministra quello “virtuale” … Fabrizio ha accettato di sedersi sulla poltrona di Blog Therapy per raccontare la sua esperienza di blogger e di professionista. Più che un’intervista è uno scambio alla pari, un caffé tra vicini di internet, blog-therapist e colleghi.
Come è nato il tuo blog?
Nel momento in cui ho iniziato a fare questa professione avevo in mente la possibilità di costruire un luogo di incontro virtuale di discussione sia su temi psicologici che psico- sociali. All’inizio avevo pensato ad un sito, ma mi sembrò da subito più ‘statico’ rispetto ad un blog. L’idea del blog scaturì da una serie di chiacchierate con una collega che mi fece capire come l’aspetto che mi interessava fosse proprio quello partecipativo ed un blog mi sembrava più rispondente a queste caratteristiche. Così, tra tentativi, errori e progressi è nato “Lo Psicologo Virtuale”.
Perché hai chiamato il tuo blog “Lo Psicologo Virtuale”?
Il titolo, a pensarci ora, è stata un’intuizione riuscita. All’inizio pensavo ad un nome che fosse più caratterizzante, più professionale, ma in tutte le possibili combinazioni che mi venivano in mente, fin dai primi nomi mi piaceva che fosse affiancato dall’aggettivo ‘virtuale’. Mi piaceva perché marca il contesto: virtuale ha a che fare con internet. Alla fine ho scelto “lo psicologo virtuale” perché, al di fuori del nostro mestiere, non tutti hanno ben presente le vari distinzioni tra psicologo, psichiatra e psicoterapeuta. E credo che funzioni perché è facilmente identificabile.
Fabrizio, qual è la tua formazione e in che modo influenza i tuoi post?
Mi sono laureato in Psicologia a Cagliari e sono specializzato in Psicoterapia sistemico relazionale nella Scuola Romana di Psicoterapia Familiare. L’approccio che ho scelto di privilegiare è quello relazionale dal momento che mette al centro dell’interesse clinico la relazione piuttosto che l’individuo. Cerco e credo di mantenere questa impostazione anche nella stesura dei miei post, visto che spesso nel trattare i casi clinici mi soffermo sull’analisi dei rapporti piuttosto che focalizzarmi sulla singola persona che mostra disagio. Naturalmente, la narrazione nei post è semplificata perché voglio che il dibattito sia aperto a tutti e non sia riservato solo agli ‘addetti ai lavori’. Sarebbe troppo autoreferenziale e non in linea con gli obiettivi di carattere divulgativo del mio blog.
Perché hai scelto di fare lo psicoterapeuta?
La mia scelta è stata data da molti fattori concomitanti. Sin da quando mi sono iscritto alla facoltà di Psicologia, pensavo che mi sarei dedicato all’attività clinica. Ho sempre sentito che mi sarebbe piaciuto fare questo mestiere anche se, in molte occasioni, mi è sembrato estremamente difficile riuscirci. Il mio interesse per la psicologia nasce dalla curiosità che, da sempre, che mi spinge al dialogo con le persone e a volerle conoscere al di là della loro possibile immagine, funzione o ‘malattia’.. Sono totalmente affascinano da tutti i mondi personali con i quali posso entrare in contatto e che mi fanno ritenere di fare il mestiere più bello del mondo. Certo, a volte è complesso, difficile, faticoso.
C’è un articolo tra quelli che hai pubblicato che ti ha dato più soddisfazione di altri?
In realtà, più di uno. A parte quelli che sono diventati blog del giorno sul portale di Tiscali, per ovvi motivi, molti altri mi hanno dato soddisfazioni e anche rileggendoli dopo molto tempo mi sembrano attuali. Mi riferisco, per esempio al post sulla morte di Amy Winehouse o a quello riguardante la strage avvenuta in Norvegia, oppure ad alcuni dei casi clinici che ho trattato, post che per me rappresentano una sintesi tra il mio pensiero su alcuni fatti sociali e la mia professione. Mi danno molta soddisfazione anche gli articoli riguardanti i film per vari motivi: il cinema è una mia grande passione e il blog mi dà la possibilità di dare una lettura “psicologica” dei film stesso che i lettori de “Lo Psicologo Virtuale” gradiscono molto.
Aggiornare un blog è impegnativo, che cosa ti motiva a farlo?
Questa domanda mi ha riflettere parecchio: cosa mi spinge a farlo? Credo che il motivo sia la volontà di condivisione. Penso spesso, leggendo un libro o guardando un film, che certi aspetti possono essere condivisi e piacere a molti e che sia un peccato rimangano confinati “nello studio dello psicologo”. Ecco, questa idea di condivisione, di confronto, è quella che mi dà la spinta. Naturalmente mi motiva e mi rinforza molto il riscontro rispetto a ciò che scrivo: click, condivisioni su social-network, commenti, mail private.
Il tuo blog è molto apprezzato e colleziona ogni giorno numerose visite, perché?
Credo che i risultati del mio blog, superiori ad ogni mia più rosea previsione, dipendano innanzitutto dalla facilità di accesso, grazie alla quale le persone possono confrontarsi in un ambiente che mi piace pensare sia protetto. Ritengo che circoli tra i miei lettori la volontà di saperne di più di alcuni temi, la possibilità di confrontarsi e di discutere. La varietà degli articoli può attrarre persone diverse tra loro, che spero percepiscano il mio impegno a fare del blog uno spazio accogliente e non giudicante.
Cosa differenzia il tuo blog da quello dei colleghi?
I post sui film o i link su articoli comparsi su siti della stampa nazionale che mi hanno incuriosito e mi sono piaciuti. L’intento è quello di cercare di fare del mio blog non una semplice vetrina di me stesso, ma una sorta di piazza virtuale dove poter parlare di diversi argomenti, anche attuali, con un’ottica privilegiata di taglio psicologico.
Perché uno psicoterapeuta va sul web?
Per vari motivi. Nel mio caso è stata fondamentale innanzitutto la propensione per i nuovi mezzi di comunicazione come possono essere un blog oppure i social-network. Credo abbiano giocato un ruolo chiave la già citata voglia di confrontarsi e la possibilità di mettere in gioco il proprio punto di vista con un pubblico più vasto. Ovviamente andrebbe considerata anche l’opportunità che ho avuto di farmi conoscere da un pubblico più vasto. Un altro motivo è la possibilità che ho io, tramite la condivisione, di chiarirmi le idee su alcuni temi e su alcuni argomenti. Se il blog è un luogo di confronto, lo è anche rispetto a se stessi e non vi nascondo quanto permetta di confrontarsi continuamente anche con le proprie idee e di poterle proficuamente mettere in discussione.
E’ il momento delle anticipazioni. Stai preparando nuovi articoli?
Ci saranno ancora articoli di psicologia, articoli incentrati sulla società e sul suo funzionamento e articoli sui miei amati film che considero una fonte inesauribile di riflessione. Ho in mente anche altre cose, alcune delle quali anticipate negli ultimi post. Per il resto non voglio rovinarvi la sorpresa e quindi non mi resta che dirvi di frequentare il mio blog per le novità!
Fabrizio Boninu, “Lo Psicologo Virtuale” www.fabrizioboninu.blog.tiscali.it
Apr
17
Blog psicologici: le interviste su Blog Therapy
17 Aprile 2012 | | Lascia un commento
Da qualche anno i post di psicologia su sono appuntamenti fissi sulla bacheca di Tiscali-blog e conquistano sempre più spesso la coccarda viola di “blog del giorno”. Quando ho aperto Blog Therapy non pensavo che avrebbe ottenuto l’ampio riscontro che si riconferma giorno dopo giorno da oltre quattro anni. L’idea di coniugare psicologia e web nel modo semplice e veloce di un blog intercetta il bisogno crescente di rispondere a domande sulla qualità delle relazioni, sul benessere mentale e sulle risorse disponibili per migliorare se stessi e cambiare la propria vita. Internet facilita il contatto e la comunicazione con psicologi e psicoterapeuti, altrimenti percepiti come professionisti distanti e difficili da raggiungere, e permette la diffusione di contenuti di solito relegati dai mass media a brevi rubriche (troppo) generaliste o, al contrario, tra le pagine dell’editoria per addetti ai lavori.
Blog THERAPY non è rimasto solo a lungo. Negli anni sono nati altri blog di psicologia e psicoterapia che hanno raggiunto in fretta un’ottima visibilità: “Lo Psicologo Virtuale” di Fabrizio Boninu, “Io non sono normale: io amo” di Carla Sale Musio e “Gocce di Psicoterapia” di Caterina Steri nascono dal lavoro di colleghi che, come me, vivono e lavorano in Sardegna e che, grazie ai loro post, raggiungono un’utenza nazionale con articoli e notizie di psicologia e psicoterapia. Questi blog hanno un’impronta originale e uno stile distintivo, ma sembrano accomunati dall’intento di aiutare le persone a riflettere su di sé e a familiarizzare con l’idea che la psicologia costituisce una risorsa ancora poco sfruttata per la soluzione dei problemi.
Nei prossimi giorni Blog Therapy ospiterà gli autori dei blog di psicologia di Tiscali Fabrizio Boninu, Carla Sale Musio e Caterina Steri per un’intervista sul loro lavoro che vale come un invito a tutti i lettori a scoprire le diverse prospettive e le tante suggestioni offerte dagli psicologi di Tiscali Blog.
Apr
11
Smettere di Fumare
11 Aprile 2012 | | Lascia un commento
Una boccata di sigaretta introduce nel nostro organismo oltre 3000 sostanze di cui 30 certamente cancerogene e una sola che “giustifica” l’atto di fumare: la nicotina. Il fumo danneggia le vie respiratorie e il sistema cardiocircolatorio, altera la sensibilità olfattiva e gustativa, ci rende più ansiosi e depressi, può essere un fattore favorente l’insonnia, peggiorare le prestazioni e il desiderio sessuali, favorire abitudini alimentari sbagliate, rende pigri, stressati e indolenti. E la cosa più paradossale è che per ottenere questi “risultati”, i fumatori sono disposti a pagare una tassa quotidiana sull’infelicità che si aggira mediamente intorno ai 4-5 euro, oltre 1500 euro l’anno.
Il 23% della popolazione italiana con più di 14 anni dipende dalla nicotina nonostante gli sforzi compiuti negli anni dalla Sanità Pubblica per scoraggiare la diffusione della letale “abitudine” al fumo.
L’affezione alle sigarette si spiega con l’effetto della nicotina, una sostanza che asserve il cervello più di ogni altra perché è capace di instaurare rapidamente quello sgradevole senso di “mancanza” che ogni fumatore avverte entro un’ora dopo l’ultimo “tiro”. Senza averne piena consapevolezza, la persona che fuma passa il tempo a cercare di alleviare uno stato di tensione e di malessere causato proprio dall’assunzione di nicotina. In realtà, il fumatore non prova alcun piacere, non si procura alcun “valore aggiunto” diversi da quelli del tutto illusori di sollevarsi temporaneamente dall’astinenza da sigaretta. Ma la dipendenza instaurata dalla nicotina è così forte che di rado l’individuo raggiunge la consapevolezza della propria schiavitù e, anzi, la maschera in un reticolo di razionalizzazioni e convinzioni (“fumare è trasgressivo”; fumare è “rilassante”; fumare è “cool”) che rendono ancora più difficile salvarsi.
Le variabili psicologiche del tabagismo. Oltre agli aspetti neurochimici, la dipendenza da tabacco è collegata a variabili psicologiche e sociali derivanti soprattutto dalla rappresentazione collettiva del fumare offertaci dai mass-media. Suggestionato da modelli che propiziano la sigaretta come uno strumento espressivo universale (simbolo pass-partout di potere e di seduzione, di protesta e di rottura degli schemi, di disagio e di riflessività) il fumatore assimila all’interno della propria identità il gesto, l’odore e il sapore legati al tabacco e crede di “gestirlo” mentre ne diventa schiavo. Spesso i dipendenti da nicotina più incalliti sono persone che soffrono di base di disturbi ansiosi o depressivi e si illudono che la sigaretta plachi l’angoscia e li renda più forti. Tale convinzione alimenta il circolo vizioso già insito nell’effetto della nicotina sul sistema nervoso. Solo dopo aver smesso per qualche giorno queste persone si accorgono di quanto il fumare aggravi una preesistente condizione psicologica disfunzionale e maturano la consapevolezza necessaria a superare le problematiche letteralmente offuscate dalla compulsione da sigaretta.
Le risorse per smettere. Smettere è un percorso per prove ed errori, ma si può smettere rapidamente e facilmente per riguadagnare benessere perduto sia sul piano fisico che psicologico. Il primo passo da compiere è documentarsi e modificare le proprie convinzioni errate sul fumare. Per farlo non serve informarsi sulle malattie dei tabagisti o leggere le statistiche da ecatombe legate alla sigaretta; occorre studiare il modo sofisticato e pervasivo con cui abbiamo imparato il falso mito che “fumare è bello, rilassante e piacevole”.
Come facciamo a ritenere che una cosa talmente tossica, che ci fa puzzare in modo ripugnante, che ingiallisce i denti e ingrigisce la pelle e che ci induce ad assumere comportamenti ridicoli sia piacevole e addirittura irrinunciabile? Ci riusciamo perché, senza rendercene conto, abbiamo abbracciato un sistema di idee imprecise e manipolate sul significato del fumo, idee che hanno la funzione di spingerci sempre più nelle spirali della dipendenza.
Nel best-seller mondiale “E’ facile smettere di fumare se sai come farlo”, Allen Carr smonta pezzo dopo pezzo il diabolico meccanismo cognitivo instaurato dal consumo di sigarette, mettendo ordinatamente in dubbio le principali convinzioni errate che ostacolano il processo di indipendenza da nicotina. E’ una lettura utilissima anche per chi non ha ancora deciso di smettere, perché aiuta quantomeno a scoprire perché continuiamo a protrarre un comportamento così dannoso.
Su internet sono disponibili molte risorse gratuite per smettere di fumare. Segnalo il corso on-line totalmente gratuito “Respiro solo aria pura” sul sito www.smetto-di-fumare.it che contiene molte informazioni utili e una serie di esercizi basati sulla programmazione neuro-linguistica che possono davvero aiutare. E’ anche possibile trovare software per pc come Quit-counter o applicazioni per i-phone come SMOQUIT o QuitNOW, sempre gratuiti, che sostengono la persona nel suo percorso di disintossicazione e liberazione da nicotina mediante il conteggio automatico del tempo trascorso dall’ultima boccata, del denaro risparmiato e della salute riguadagnata. Nella loro semplicità questi programmi risultano estremamente utili soprattutto durante i primi giorni di astinenza.
5 rapide tappe per smettere in tre giorni, per sempre. Tieni conto che:
- dopo soli 20 minuti dall’ultima sigaretta il tuo battito cardiaco e la pressione sanguigna ritornano normali;
- dopo 8 ore i livelli d’ossigeno nel sangue ritornano nella norma;
- dopo 24 ore i polmoni cominciano a ripulirsi dal muco;
- dopo sole 48 ore dall’ultima sigaretta il tuo corpo è finalmente nicotine-free e hai già recuperato la piena funzionalità del gusto e dell’olfatto;
- dopo 72 ore il tuo respiro diventa più facile e i bronchi tornano a distendersi dando all’organismo nuova energia e vitalità.
Bastano tre giorni per liberarsi della dipendenza fisica da fumo e due settimane per consolidare e stabilizzare il risultato più importante: liberarsi da una dipendenza potenzialmente mortale, una condizione penosa che altera gravemente le funzioni fisiologiche, compromette l’umore e dissipa energia vitale e condiziona negativamente le relazioni sociali.
Chi ha provato a superare le prime tappe ha sperimentato con stupore quanto dopo soli tre giorni e in quelli seguenti, i sintomi di astinenza tanto temuti siano in realtà fastidi del tutto sopportabili e che già la mattina del terzo giorno ci si sveglia con una vitalità totalmente nuova e si comincia a capire quanto fumare fosse “stupido e disgustoso”.
[continua nei prossimi giorni]


